“LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO” DI ORIANA FALLACI (1975)

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Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. E’ stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimenti, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. on è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. E’ paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre.

Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci, pubblicato nel 1975 da Rizzoli, è un libro che tutti dovremo leggere. Sì, anche gli uomini. E no, non è un libro che parla di maternità. O almeno, non solo. Parla anche di maternità, certo, ma soprattutto parla di libertà. Libertà di scegliere, di disporre del proprio corpo, di plasmare il proprio futuro. Libertà di decidere di sè stessi, senza essere giudicati. Questo libro è il racconto di una maternità inaspettata e di una donna indipendente e forte, che si trova di fronte a una scelta che le cambierà la vita: accettare lo zampino del destino e diventare madre o sbarazzarsi di quel bambino e continuare la propria vita?

Lo so, continuo senza pietà ad informarti sulle infamie del mondo in cui ti prepari ad entrare, sugli orrori quotidiani che noi commettiamo, e ti espongo concetti troppo complicati. Ma a poco a poco va maturandosi in me la certezza che tu li capisca perché sai già tutto. Incominciò il giorno in cui mi seviziavo il cervello per tentar di spiegarti che la terra è rotonda come il tuo uovo, che il mare è composto d’acqua come quella in cui galleggi, e non riuscivo ad esprimere ciò che volevo. D’un tratto mi paralizzò l’intuizione che il mio sforzo fosse inutile, che tu sapessi già tutto e molto più di me, e il sospetto d’avere intuito il giusto non mi abbandona più. Se nel tuo uovo c’è un universo, perché non dovrebbe esserci anche il pensiero? Non dicono, alcuni, che il subconscio sia il ricordo dell’esistenza vissuta primo di venire alla luce? Lo è? Allora dimmi, tu che sai tutto: quando incomincia la vita? Dimmi, ti supplico: è davvero incominciata la tua?

La protagonista di questa storia, contrariamente a quanto spesso si pensa, non è la Fallaci. La giornalista fu di certo ispirata dalla propria storia, ma questo non è il racconto della sua esperienza. L’obiettivo di Oriana Fallaci era di permettere a chiunque di riconoscersi nella protagonista. Ecco perché la donna in questione non ha nome né un volto, ma ha parole e pensieri e paure. E di tutto ciò lei parla con il bambino che ha nel ventre. Bambino del quale segue la crescita tramite alcune fotografie che ha trovato su un giornale, al quale racconta il mondo in cui si appresta ad entrare e che diventa, irrimediabilmente, una parte di lei, pur essendo una persona a sé.

Bambino, io sto cercando di spiegarti che essere un uomo non significa avere una coda davanti: significa essere una persona. E anzitutto, a me, interessa che tu sia una persona. E’ una parola stupenda, la parola persona, perché non pone limiti a un uomo o a una donna, non traccia frontiere tra chi ha la coda e chi non ce l’ha. Del resto il filo che divide chi ha la coda da chi non ce l’ha, è un filo talmente sottile: in pratica si riduce alla facoltà di poter crescere o no una creatura nel ventre. Il cuore e il cervello non hanno sesso. E neanche il comportamento. Se sarai una persona di cuore e di cervello, ricordalo, io non starò certo tra quelli che ti ingiungeranno di comportarti in un modo o nell’altro in quanto maschio o femmina. Ti chiederò solo di sfruttare bene il miracolo d’essere nato, di non cedere mai alla viltà.

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Ho trovato questo libro potente e vero in una misura che non credevo possibile. L’ho trovato anche coraggioso, se pensiamo in che anno fu pubblicato. Nel 1975 era, infatti, ancora vietato abortire e una donna nubile che aspettava un bambino, era guardata in maniera negativa, come se fosse una poco di buono. Eppure le donne che abortivano – illegalmente – erano tante e anche le donne single – o semplicemente non sposate – che scoprivano di essere incinte. La Fallaci, con la sensibilità che l’ha sempre contraddistinta, ha raccontato un problema molto sentito, ma lo ha fatto senza schierarsi. Non sostiene, infatti, che abortire sia giusto, così come non dice mai che fare un figlio senza avere accanto un uomo che possa fargli da padre sia meglio che avere affianco un marito. Ciò che la Fallaci difende è il diritto di scelta delle donne. Un diritto che le donne devono poter impugnare, senza aver paura di essere giudicate. In questo senso, quando la protagonista perde il bambino, è molto toccante – e direi anche geniale – il passaggio in cui sogna di essere processata: da una parte c’è chi pensa che sia stata lei a uccidere quel bambino perché in fondo non l’aveva mai voluto e dall’altra c’è chi sostiene che l’aborto sia stato qualcosa di naturale, così come la gravidanza stessa, aggiungendo che in ogni caso è la donna a dover decidere come disporre del proprio corpo e del proprio futuro. E l’aspetto affascinante e spaventoso di questo passaggio è che tutti hanno ragione. E questo è possibile perché tutti quei punti di vista contrastanti altro non sono che i pensieri che tormentavano la donna da quando aveva scoperto di avere un altro essere umano nel ventre. La verità – come sostengono i genitori della donna – è che nessuno può giudicare perché nessuno può entrare nell’animo di qualcun altro e capire veramente ciò che ha provato, ciò che ha pensato, ciò che ha temuto. Ed è quando è il bambino a parlare che la Fallaci riesce a spiegarci come il nostro peggior nemico siamo noi stesse.

Allora ho compreso quanto fosse profondo e irrimediabile il male che ti avevo inflitto e che avevo inflitto a me stessa, alle cose in cui mi costringo a credere: nascere per essere felici, liberi, buoni, per battersi in nome della felicità, della libertà, della bontà, nascere per tentare, sapere, scoprire, inventare. Nascere per non morire. E in preda al panico mi sono augurata che tutto ciò fosse un sogno, un incubo da cui sarei uscita per ritrovarti vivo, bambino dentro di me, e ricominciare daccapo, senza spaventarmi, senza mostrarmi impaziente, senza rinunciare alla fede che ha nome speranza, e ho scosso la gabbia: dicendo a me stessa che non esisteva. La gabbia ha resistito. Era davvero una gabbia ed era davvero un tribunale e s’era svolto davvero un processo dove tu mi avevi giudicato colpevole perché io mi giudicavo colpevole, mi avevi condannato perché io mi condannavo. Restava solo da decider la pena e questa era ovvia: rifiutare la vita e tornare al nulla con te. Ti ho teso le braccia. Ti ho supplicato di portarmi via con te, perdonarmi… E tu mi sei venuto accanto, mi hai detto: “Ma io ti perdono, mamma. Non tornare al nulla con me. Nascerò un’altra volta.”
Splendide parole, bambino, ma parole e basta. Tutti gli spremii e tutti gli ovuli della terra uniti in tutte le possibili combinazioni non potrebbero mai creare un nuovo te, ciò che eri e che avresti potuto essere. Tu non rinascerai mai più. Non tornerai mai più. Ed io continuo a parlarti per pura disperazione.

Lettera a un bambino mai nato è un libro sul dolore e sulla sofferenza, ma è al tempo stesso un inno alla vita. E’ un urlo che racconta il rapporto unico – e insostituibile – tra madre e figlio, la solitudine delle donne e la paura della vita. L’ho adorato e spesso mi ritrovo a leggere degli stralci. E rileggendoli mi dico che ogni donna ha la potenza di poter dare la vita o la facoltà di mettersi al primo posto, ha il dono di amare ma al tempo stesso ha paura di farlo, ha la voglia di essere indipendente e contemporaneamente ha anche bisogno di cure e di tenerezze. Una donna ha il diritto di essere ascoltata, di scegliere, di tirarsi indietro. E ancora una volta in queste pagine la Fallaci, sfidando l’opinione pubblica, dimostra di essere un passo avanti rispetto agli altri.

Dove sei? Eri qui, mi sorreggevi, eri grande, eri un uomo. E ora non ci sei più. C’è solo un bicchiere di alcool dentro il quale galleggia qualcosa che non volle diventare un uomo, una donna, che non aiutai a diventare un uomo, una donna. Perché avrei dovuto, mi chiedi, perché avresti dovuto? Ma perché la vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita. Guarda, s’accende una luce.. Si odono voci… Qualcuno corre, grida, si dispera… Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di guai bambini: la vita non ha bisogno né di me né di te. Tu sei morto. Ora muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore.


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BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 145 p.
Formato Kindle € 7,99
Copertina Flessibile € 8,50
Cartonato € 10,00

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8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Pingback: IL MIO 2017
  2. Chiara Nicolazzo ha detto:

    Hai ragione.
    Credo infatti che diventerà uno di quel libro da rileggere ciclicamente.

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  3. Viviana ha detto:

    Libro bellissimo e senza dubbio indimenticabile. Una volta finito, hai già voglia di rileggerlo. Bellissima recensione.

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  4. Chiara Nicolazzo ha detto:

    Grazie mille! Hai ragione, è un libro attuale nonostante siano passati un bel pò di anni e credo proprio che tutti dovrebbero leggere (uomini inclusi)!

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  5. Caffè Doppio ha detto:

    Questo è l’unico libro della Fallaci che ho letto fin’ora e nonostante siano passati anni, è ancora vivo dentro di me.
    Tantissimi spunti di riflessione che ancora oggi me lo fanno tornare in mente, soprattutto quando leggo ovunque il riferimento al maschile per indicare la totalità della popolazione. E’ davvero stupendo e ne hai fatto una recensione bellissima, complimenti!

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