“INES DELL’ANIMA MIA” DI ISABEL ALLENDE

img_6732-2

Sono Inés Suarez, suddita nella leale città di Santiago della Nuova Estremadura, Regno del Cile, anno 1580 di Nostro Signore. Della data esatta della mia nascita non sono certa ma, stando a mia madre, venni alla luce dopo la carestia e la terribile pestilenza che devastarono la Spagna alla morte di Filippo il Bello. Non credo fosse stata la scomparsa del re a provocare la peste, come diceva la gente vedendo passare il corteo funebre che lasciava dietro di sé per giorni, sospeso nell’aria, un odore di mandorle amare, ma non si può mai dire… La regina Giovanna, ancora giovane e bella, percorse in lungo e in largo la Castiglia per oltre due anni portandosi appresso quel feretro che apriva di tanto in tanto per baciare le labbra del marito, nella speranza che resuscitasse. A dispetto degli unguenti dell’imbalsamatore, il Bello puzzava. Quando io venni al mondo, la sventurata regina, pazza da legare, era già stata reclusa nel palazzo di Tordesillas insieme al cadavere del consorte, e ciò significa che ho sul groppone almeno una settantina di inverno e che prima di Natale mi toccherà morire. […] Ho sempre saputo che sarei morta anziana, in pace e nel mio letto, come tutte le donne della mia famiglia: per questo non ho esitato ad affrontare molteplici pericoli, dal momento che nessuno se ne va all’altro mondo prima che sia giunto il suo momento.

A distanza di dieci anni ho deciso di rileggere Inés dell’anima mia di Isabel Allende. Si tratta un romanzo pubblicato nel 2006, in cui ci viene raccontata la storia di Inés Suarez, fondatrice del Cile insieme al suo compagno Pedro De Valdivia. Partendo da libri di storia, articoli e opere di fantasia, la Allende ha tracciato il ritratto di una protagonista della storia del suo paese, spesso dimenticata. Si tratta, ovviamente, di fatti realmente accaduti ai quali la scrittrice, esercitando la sua innata capacità di narrazione, ha accostato eventi romanzati. Lei la chiama “un’opera di intuizione” e credo che, in questo senso, non ci sia espressione migliore per descrivere questo romanzo

Ho vissuto per più di quarant’anni nel Nuovo Mondo e ancora non mi sono abituata al disordine, benché io stessa ne abbia beneficiato, dato che, se fossi rimasta nel mio paesino d’origine, oggi sarei un’anziana qualsiasi, povera e cieca per il tanto cucire pizzi alla luce di una lanterna. Là sarei Inès, la sarta della strada dell’acquedotto. Qui sono dõna Inés Suarez, signora tra le più influenti, vedova dell’eccellentissimo governatore don Rodrigo de Quiroga, conquistatrice e fondatrice del Regno del Cile.

Il romanzo si apre nel 1580 e siamo di fronte ad una Inés ormai anziana che è intenta a scrivere le sue memorie. Il racconto inizia dall’infanzia di Inés e passa poi per il suo primo marito, Juan de Malaga. E’ per inseguire quest’uomo – del quale in realtà lei non ne può più – che Inés finisce nel Nuovo Mondo. In Perù scopre che il marito è morto, incontra Pedro de Valdivia e si lancia con lui in un nuovo e ambizioso progetto: conquistare il profondo Sud e fondare il Cile.

Juan era riuscito a contagiarmi con i suoi sogni, benché mai mi fosse capitato di vedere da vicino un avventuriero che fosse tornato da quei luoghi arricchito, dato che tornavano tutti poverissimi, ammalati e pazzi. Quelli che aveva fatto fortuna, la perdevano, e i proprietari di immensi terreni, come si dica che là ci fossero, non potevo portarseli in patria. Tuttavia, queste e altre ragioni perdevano di consistenza davanti alla potente attrattiva del Nuovo Mondo. Non era forse vero che per le strade di Madrid passavano carriaggi stipati di lingotti dell’oro americano? Io, a differenza di Juan, non credevo all’esistenza di una città d’oro, dalle acque incantate che donavano l’eterna giovinezza, o di amazzoni che se la spassavano con gli uomini per poi congedarli carichi di gioielli, ma sospettavo che là ci fosse qualcosa di ancor più prezioso: la libertà. Nel Nuovo Mondo ognuno era padrone di se stesso, non ci si doveva chinare davanti a nessuno, si poteva commettere errori e cominciare di nuovo, essere una persona diversa, vivere un’altra vita. Là nessuno doveva sopportare a lungo il disordine e perfino il più umile poteva arrivare in alto. “Sopra la mia testa, soltanto il mio cappello piumato” diceva Juan. Come potevo rimproverare a mio marito di aver intrapreso quell’avvenuta quando io stessa, se fossi stata uomo, avrei fatto la medesima cosa?

img_6693

Amo questo romanzo per due motivi. Il primo è che qui la protagonista Inés Suarez diventa l’emblema dei personaggi femminili che popolano i libri della Allende. Si tratta di donne forti e indipendenti, donne che amano profondamente e che dai sentimenti vengono travolte con violenza, donne determinate e lavoratrici, donne testarde e animate da onesti ideali. Inès è la massima espressione di questa tipologia di donna. Segue il suo istinto che le dice che il suo destino non è quello di morire in Spagna e di essere una donna qualunque. Segue l’amore, anche quando questo è passione e nulla più, ma soprattutto quando è talmente profondo e totale da lasciare ferite profonde. Segue la sua voglia di fare, di aiutare gli altri, di rendersi utile, di prodigarsi per una causa in cui crede. Conoscendo la Allende e la sua attenzione per i diritti della donna, la scelta di raccontare di questa donna – spesso ignorata dai libri di storia, nonostante il suo ruolo fondamentale nella conquista del Cile – mi fa piacevolmente sorridere.

Dietro a noi rimase Cuzco, sotto un cielo azzurrino, incoronata dalla fortezza sacra di Sacsayhuamàn. Appena usciti dalla città, ancora in piena vista degli occhi del marchese governatore, del suo seguito, del vescovo e della gente della città che ci congedava, Pedro mi chiamò al suo fianco con voce chiara e tono di sfida.
“Qui, vicino a me, dõna Inés Suarez!” gridò e quando ebbi superato i soldati e gli ufficiali per sistemare il mio cavallo di fianco al suo, aggiunse a bassa voce: “Andiamo in Cile, Inés dell’anima mia…”.

Il secondo motivo per cui adoro questo libro è il racconto che fa la Allende delle tribù indigene e dei paesaggi del Sud America. Insieme a Inès scopriamo il Nuovo Mondo – così diverso e immenso da fare paura – e conosciamo diverse culture. Insieme a Inés facciamo un salto indietro nel tempo, quando le distanze fisiche erano spaventosamente grandi, il mondo non era del tutto conosciuto, l’idea che fosse la Terra a girare attorno al Sole era ancora solo un’ipotesi, i viaggi duravano mesi e le lettere impiegavano un paio d’anni per viaggiare tra il Cile e la Spagna. L’idea di vivere in un mondo simile mi fa parecchia paura, ma al tempo stesso mi affascina. Così come mi affascina e al tempo stesso mi fa paura la voce di Inés che ci racconta le sue esperienze, le guerre, i suoi amori.

Percorreva senza posa l’immensità del Sud con il suo piccolo esercito, addentrandosi nei boschi umidi e ombrosi, sotto l’alta cupola verde tessuta dagli alberi più nobili e coronata dalla superba araucaria, che si stagliava contro il cielo con la sua dura geometria. Le zampe dei cavalli calpestavano un materasso fragrante di humus, mentre i cavalieri si aprivano la strada con le spade nella macchia, a volte impenetrabile, dei boschi di felci. Attraversavano ruscelli dalle acque fredde, in cui gli uccelli spesso rimanevano congelati sulle rive, le stesse acque in cui le madri mapuche immergevano i neonati. I laghi erano pristini secchi dell’azzurro intenso del cielo, così placidi che sul fondo si potevano contare le pietruzze. I ragni tessevano i loro pizzi, perlati di rugiada, tra i rami dei roveri, dei mirti e dei noccioli. Gli uccelli del bosco cantavano in coro, la diuca, il chincol, il cardellino, la colomba torraiola, lo storno, il tordo e persino il picchio, che segnava il ritmo con il suo incessante tac-tac-tac. Al passaggio dei cavalieri si sollevavano nuvole di farfalle e i cervi, curiosi, si avvicinavano a salutare. La luce filtrava tra le foglie e disegnava ombre nel passaggio; la nebbia saliva dalla terra tiepida e avvolgeva il mondo in un alito di mistero. Pioggia e ancora pioggia, fiumi, laghi, cascate d’acqua bianca e spumosa, un universo liquido. E sul fondo, sempre, le montagne innevate, i vulcani fumanti, le nuvole viaggiatrici. In autunno il paesaggio era d’oro e di sangue, ingioiellato, magnifico. A Pedro de Valdivia traboccava l’anima e rimaneva avviluppata tra gli slanciati tronchi rivestiti di muschio, raffinato velluto. Il Giardino dell’Eden, la Terra promessa, il paradiso. Muto, umido di lacrime, il conquistador conquistato andava alla scoperta del luogo in cui la Terra finisce, il Cile.

Credo che questo sia un romanzo che vada letto, non solo perché è bella la storia narrata, ma anche perché mi ha permesso di conoscere qualcosa che prima non conoscevo. E quando accade questo, credo che ne valga sempre la pena.


51i2sauxpol-_sx324_bo1204203200_Inés dell’anima mia – Isabel Allende
Feltrinelli, 322 p.
Copertina Rigida € 13,99
Copertina Flessibile € 7,60

Annunci

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Bluebellsweet ha detto:

    Io non ho ancora letto nulla di questa scrittrice, ma ho comprato da poco un paio di suoi libri, spero non mi deluda 🙂

    Mi piace

    1. Chiara Nicolazzo ha detto:

      Beh, è la mia scrittrice preferita quindi non posso parlare male di lei 😂 Spero piacerà anche a te!

      Liked by 1 persona

      1. Bluebellsweet ha detto:

        Spero che diventi anche una delle mie scrittrici preferite! 😬

        Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...