#citazioni – da “Via col vento” di Margaret Mitchell

img_6766

Una pietra tagliente le entrò nella scarpa e lei emise un gemito. Ma che stava facendo? Perché Rossella O’Hara, la più bella della contea, orgoglio di Tara, camminava barcollando, quasi scalza, per quella strada accidentata? I suoi piedini erano fatti per ballare, non per zoppicare, e le sue scarpette dalle suole sottili per apparire sotto agli abiti di seta, e non per riempirsi di sassolini e di polvere. Lei era nata per essere accarezzata e servita, invece eccola sofferente e malandata, trascinata dalla fame a cercare qualcosa da mangiare negli orti dei suoi vicini.
Alla base della collina scorreva il fiume. Com’erano freschi e tranquilli gli alberi che si specchiavano nell’acqua! Si accasciò sulla riva bassa e, strappandosi quel che restava delle scarpine e delle calze, immerse i piedi bollenti nell’acqua ristoratrice. Come sarebbe stato belli poter rimanere lì tuto il giorno ad ascoltare il fruscio del fogliame e il mormorio dei piccoli vortici! Con riluttanza si rimise le calze e le scarpe e si avviò nuovamente. Gli yankee avevano bruciato il ponte, ma lei conosceva a un centinaio di metri più in giù una passerella gettata attraverso un punto in cui il fiume era più stretto. La attraversò guardinga e percorse l’altro mezzo miglio che la separava ancora dalle Dodici Querce.
I dodici alberi erano tuttora eretti com’erano stati fin dai tempi degli indiani, ma le loro foglie erano bruciacchiate e i rami arsi e contorti. Nel centro c’erano le rovine della casa di John Wilkes, i resti della residenza che aveva incoronato la collina con le sue bianche colonne: la fossa profonda che era stata la cantina, le fondamenta di pietra annerita e due grandi camini segnavano il luogo. Una lunga colonna mezzo bruciacchiata era caduta attraverso il prato, schiacciando i cespugli de gelsomino.
Rossella sedette sulla colonna, troppo abbattuta per proseguire. Questa desolazione la colpiva più di tutto il resto. Era l’orgoglio dei Wilkes polverizzato, la fine della casa ospitale dove era sempre stata la benvenuta, la casa di cui nei suoi sogni di adolescente aveva aspirato a essere la padrona. Lì lei aveva ballato, pranzato e civettato, e qui, con il cuore ferito, aveva osservato Melania che sorrideva ad Ashley. Lì, nelle fresche ombre delle querce, Carlo Hamilton le aveva stretto la mano con gioia quando aveva accettato di sposarlo.
“Oh, Ashley!” pensò. “Spero che tu sia morto. Non potrei sopportare che dovessi vedere tutto questo.”
Ashley si era sposato in quel luogo, ma suo figlio e il figlio di suo figlio non avrebbero mai portato la loro sposa in quella casa. Non ci sarebbero più state unioni e nascite sotto il tetto che lei pure aveva amato e sotto il quale aveva sognato di vivere. La casa era morta e, per Rossella, era come se anche tutti i Wilkes fossero morti nella sue ceneri.
“Non voglio pensarsi adesso. Non posso sopportarlo, ci penserò più tardi” disse ad alta voce volgendo gli occhi altrove.
Per giungere all’orto, zoppicò attorno alle rovine, passando vicino all’aiuola di rose che le ragazze Wilkes avevano tanto curato. Attraversò il cortile sul retro e calpestò le ceneri della dispensa, delle tettoie e dei pollai. La palizzata intorno all’orto era stata divelta e le file, un tempo così ordinate, delle piante avevano subito lo stesso trattamento di quello di Tara. La terra morbida era piena di impronte di zoccoli, di solchi di ruote pesanti, e i legumi erano stati distrutti e calpestati. Non c’era nulla da raccogliere. Riattraversò il cortile e si incamminò per il sentiero verso la fila silenziosa di baracche imbiancate a calce: il quartiere degli schiavi. Chiamò, ma nessuna voce le rispose. Neanche l’abbaiare di un cane. Evidentemente i negri di Wilkes si erano dati alla fuga o avevano seguito gli yankee. Sapeva che ogni schiavo aveva il proprio minuscolo orto e sperò che almeno questi fossero stati risparmiati.
La sua ricerca fu ricompensata, ma lei era troppo stanca per rallegrarsi alla vista delle rape e dei cavoli, un pò afflosciati per la mancanza d’acqua ma non ancora seccati, e dei fagioli ingialliti ma ancora mangiabili. Sedette in un solco e cominciò a scavare la terra riempiendo lentamente il suo cesto. Quella sera si sarebbe mangiato bene a Tara, malgrado la mancanza di un pò di carne da far bollire con i legumi. Forse come condimento avrebbero potuto utilizzare un pò del grasso che Dilcey usava per l’illuminazione. Doveva ricordarsi di dire a Dilcey che adoperasse la resina dei pini e risparmiasse il grasso per cucinare.
Accanto alla soglia di una capanna trovò una fila di ramolacci, immediatamente provò lo stimolo della fame. Senza neanche pulirla dal terriccio, addentò avidamente una radice dal gusto asprigno e la inghiottì in fretta. Era così forte che le fece venire le lacrime. Ma il suo stomaco vuoto si ribellò a quel cibo. Coricata nel terreno molle, vomitò faticosamente. Il fetore che proveniva dalla capanna aumentava la sua nausea. Senza forza per combatterla, continuò a vomitare, mentre le capanne e gli alberi pareva danzassero una sarabanda attorno a lei.
Rimase a lungo coricata per terra, come se fosse in un soffice letto; la sua mente vagava qua e là debolmente. Era proprio lei, Rossella O’Hara, sdraiata a terra dietro la capanna di un negro, in mezzo alle rovine, senza forza per muoversi: e nessuno al mondo lo sapeva o se ne curava. Lei che non si era mai chinata a raccogliere un fazzoletto o a togliersi le calze.. lei, che per un leggero mal di testa si era sempre fatta accarezzare e consolare…
Era lì prostrata, troppo debole per scacciare i ricordi e le preoccupazioni che ora l’assalivano. Non aveva più la forza di dire: “Penserò alla mamma, al papà, ad Ashley più tardi… quando potrò sopportarlo”. Non poteva sopportarlo, in quel momento, eppure era costretta a pensarci. E rimase a lungo sotto il sole cocente, ricordando cose e persone morte, ricordando un modo di vivere finito per sempre… e guardando verso il triste e cupo avvenire.
Quando si rialzò e vide nuovamente le rovine delle Dodici Querce, le parve che gioventù e bellezza l’avessero abbandonata per sempre. Il passato era passato. I morti erano morti. La beata indolenza di altri tempi era sparita e non sarebbe più tornata. Impossibile indietreggiare: bisognava andare avanti.
Per cinquant’anni negli Stati del Sud ci sarebbero state donne desolate che avrebbero guardato indietro, che avrebbero rievocato i loro morti e i ricordi della vita trascorsa, sopportando con orgoglio la povertà, perché ricche di memorie. Ma Rossella non avrebbe mai più guardato indietro.
Fissò le pietre annerite e per l’ultima volta rivide le Dodici Querce com’erano state una volta, simbolo di un sistema di vita. Poi riprese la strada verso Tara, con il cestino pesante che le indolenziva il braccio.
La fame le torturava nuovamente lo stomaco vuoto, e lei disse ad alta vice: “Dio mi è testimone che gli yankee non mi abbatteranno. Supererò tutto questo, e quando sarà passato, non soffrirò mai più la fame. Nè io né i miei. Dovessi rubare o uccidere… Dio mi è testimone che non soffrirò la fame mai più”.

tratto da Via col vento di Margaret Mitchell


51engeiotflVia col vento – Margaret Mitchell
Mondadori, 872 p.
Formato Kindle € 7,99
Copertina Rigida € 15,00
Copertina Flessibile € 13,50

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...