Venerdì mattina.

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E’ venerdì mattina. Mentre scrivo la lavatrice riempie il vuoto della stanza. Sulla mia sinistra, una pila di documenti vegetano da qualche giorno. Ripercorro, mentalmente, la lista delle cose da fare che ho stilato ieri sera, a letto, mentre cercavo – invano – di addormentarmi. Mi sento abbastanza brava, perché sono solo le 9.30 e quella lista si è sensibilmente ridotta. Fuori il cielo è grigio. Pioviggina. La nebbia invade ogni cosa. Mi stropiccio gli occhi, piccoli dietro gli occhiali. Ho ancora sonno. Mi sono costretta – non scherzo – a svegliarmi presto con una serie di sveglie fastidiose che hanno interrotto i miei sogni. Ultimamente ne faccio parecchi, ma ora ho come perso la voglia di scoprirne i significati o anche solo di raccontarli ad alta voce, per paura che si avverino. Mi hanno sempre detto che, se avessi raccontato i miei sogni ad alta voce, questi si sarebbero realizzati. Non so se sia vero, ma non ho mai voluto rischiare. I sogni belli li ho urlati ad alta voce, quelli brutti li ho taciuti a chiunque. Ho però poi scoperto che a volte i sogni brutti si avverano anche se li tieni per te e che neanche i sogni belli, in fondo, è bene raccontarli. Perché sono le cose belle quelle che vanno custodite, protette, salvaguardate dal mondo. Un mondo che – forse è brutto dirlo – non sempre è dalla tua parte. Mi stiracchio, mi alzo e penso che è arrivato il momento del secondo caffè della giornata. Mi hanno sempre detto di non bere troppo caffè, ma a me non importa. Sarebbe come dirmi “Chiara, non respirare, fa male”. Non potrei non farlo, capite? Scanso lo stendino – che ormai è diventato il terzo inquilino di questa casa che inizia a starmi stretta – e mi dirigo in cucina. Tiro fuori la moka, verso l’acqua, poi metto il caffè, accendo il fuoco e aspetto. Mi rendo conto, improvvisamente, di quanto questi giorni mi stiano pesando sulle spalle. La verità è che ho sempre voluto vedermela da sola. Non chiedere aiuto. Arrangiarmi. Ma certe volte accetterei volentieri la mano di qualcuno. Un piatto di pasta che aspetta solo di essere mangiato – e magari che non abbia un seguito di pentole da lavare. Trovare i panni raccolti, piegati e sistemati nell’armadio. La casa in ordine. L’affitto e le bollette pagate, senza pregare di ricordarmi le scadenze – che finisco con lo scarabocchiare ovunque, nel tentativo di non sbagliare. Certe volte penso che mi piacerebbe essere una di quelle ragazze – anche se forse dovrei iniziare a chiamarmi donna – che non si preoccupano di nulla. C’è chi provvede a tutto, magari neanche lavorano, o semplicemente affrontano la vita con serenità, senza pensare troppo al futuro. A questo pensiero scuoto subito la testa. Chiara svegliati, mi dico, non hai mai voluto essere una di loro. Perché, non lo so, forse sono un pò masochista, ma in fondo mi piace questo continuo tormentarmi sul futuro, sulle cose da fare, sulle giornate da organizzare, sugli obiettivi da raggiungere. Mi fa sentire grande e io ho sempre desiderato arrivare a questo punto della mia vita, perché mi fa sentire in qualche modo realizzata, ma al tempo stesso mi da la certezza di avere ancora tanto da fare. Essere arrivata a questo punto mi fa pensare che tutto quello che ho fatto fino ad oggi, all’improvviso, ha acquisito un senso per il semplice fatto di avermi portata qui, oggi. Ma anche perché mi ha fatto scoprire questa nuova Chiara, che viveva dentro di me forse da sempre, ma per la quale non era ancora arrivato il momento di esplodere. Il fatto è solo che a volte sono stanca, sfinita, esausta. Il caffè mi dice che è pronto, e mentre lo verso nella mia tazza trasparente, mi dico che a volte i pensieri si accumulano, insieme alle cose che vorrei fare ma per le quali non sempre ho il tempo necessario, ma che in fondo è un bel viaggio, quello di destreggiarsi in questa vita e poi sollevarsi, alla fine, orgogliosi, guardando a quello che si è fatto. Sorrido, perché in fondo sono consapevole di stare andando dove voglio, nonostante le difficoltà e gli ostacoli – che non mancano mai. Verso due cucchiaini di zucchero nel caffè, lo giro e mi dico che dai, oggi un pezzo di crostata me lo sono proprio meritato.

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6 pensieri su “Venerdì mattina.

  1. Pistacchi di carta ha detto:

    Io penso che fare le cose da soli, anche se comporta fatica e sacrifici, ci da una soddisfazione più grande. E’ il nostro impegno, la nostra forza che viene premiata. Non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto ma prima si deve provare a farcela da soli perché poi, se ci si riesce, il traguardo diventa più bello ❤

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  2. wwayne ha detto:

    Anch’io ho sempre pensato che le cose belle vanno protette dal mondo. E infatti ho sempre “nascosto” le mie amicizie, i miei amori, i miei affetti in generale. Questo anche per il mio estremo attaccamento alla mia privacy. Lo stesso attaccamento che mi fa rimanere sbigottito davanti alla società moderna, che va nella direzione opposta alla nostra: condividere tutto, mettere in piazza ogni aspetto della propria vita, esibirlo spudoratamente sui social e godere nell’accorgersi che ci sono tante persone a spiare la tua vita dal buco della serratura. Ti fa onore il fatto di non partecipare a questo estesissimo circo.
    E’ una nota di merito anche il fatto di essere autonoma nelle decisioni. Mi hai fatto tornare in mente una mia amica (forse la mia amicizia più datata in assoluto), alla quale ho rimproverato spesso proprio il fatto di non aver mai tagliato il cordone ombelicale con la madre. Anche adesso che va per i 30 questa mia amica non solo racconta tutto alla madre dalla A alla Z (infischiandosene bellamente se così facendo viola la privacy di chiunque le stia intorno), ma si fa anche manovrare da lei come un burattino: se la madre le dicesse di saltare da un ponte, lei lo farebbe.
    E purtroppo la madre non è il suo unico burattinaio: questo rapporto di dipendenza assoluta l’ha sviluppato anche con un’altra sua amica, che è consapevole dell’ascendente che esercita su di lei e di conseguenza interviene nelle sue scelte quanto e più della madre.
    Quanto la mia amica sia dipendente da queste persone è visibile anche da come parla: dice di continuo “Mia mamma mi ha detto di fare questo”, “La mia amica mi ha consigliato di fare quest’altro”, eccetera. Mai una volta che emergesse un suo parere personale, una decisione maturata senza influenze esterne.
    Naturalmente ho fatto presente alla mia amica che questi sono rapporti malati e antietici. Sapevo prima ancora di dirlo che lei avrebbe riferito la cosa alle due burattinaie, e che questo avrebbe scatenato su di me la loro ira funesta: tuttavia io l’ho fatto lo stesso, perché tengo a questa persona e non potevo sopportare di vederla così succube.
    Ovviamente non ho ottenuto alcun risultato: ormai la mia amica è intrappolata in questa duplice dipendenza, e il bello è che a lei va benissimo così.

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    • Chiara Nicolazzo ha detto:

      Beh ovviamente non mi permetto di dire la mia su di una persona che non conosco. Ti posso solo dire che io, nel mio piccolo, ho sempre cercato di vedermela da sola e non parlo solo di crearmi delle opinioni autonomamente, ma anche di sbrigare da sola (nel possibile) le mie cose. Per me questo è molto importante e anche se a volte è stancante e frustrante (come in questo periodo) comunque mi regala grandi soddisfazioni.

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      • wwayne ha detto:

        Sono d’accordo. Raggiungere un traguardo o superare una difficoltà senza dover dire grazie a nessuno (per il suo aiuto o anche solo per un suo consiglio) è una soddisfazione impagabile. Grazie per la risposta! 🙂

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