#citazioni – da “Via col vento” di Margaret Mitchell

img_6884

Dopo i malinconici mesi trascorsi a Tara, era piacevole ascoltare di nuovo un pò di musica e il rumore dei piedi che ballavano, rivedere di volti amici, ricordare vecchi aneddoti, ridere e civettare.
Era come se la vita tornasse in un corpo morto, come se si ritrovasse ai bei giorni di cinque anni prima. Se avesse potuto chiudere gli occhi e non vedere gli abiti sciupati e le scarpe rattoppate, se la mente non avesse ricordato i volti dei giovani che mancavano avrebbe quasi potuto credere che nulla fosse cambiato. Ma guardando gli uomini riuniti in sala da pranzo, le signore che facevano tappezzeria e chiacchieravano coprendosi la bocca con le mani in mancanza di ventaglio e le coppie dei ballerini ebbe improvvisamente un senso di terrore come se quelle figure familiari fossero spettri.
Erano gli stessi, eppure erano diversi. Perché? Perché avevano cinque anni di più? No, era qualche altra cosa oltre al trascorrere del tempo: qualcosa che li aveva abbandonati. Cinque anni prima avevano una sicurezza di cui erano ignari, ora era scomparsa e con essa erano scomparse la gioia e l’allegria del loro modo di vivere.
Anche lei era cambiata, ma non come gli altri: e ciò la lasciava perplessa. Li guardava come se fosse una straniera, giunta da un altro mondo, con un linguaggio che essi non comprendevano come lei non comprendeva il loro. Era lo stesso sentimento che provava accanto ad Ashley: con lui e con le persone simili a lui.
I volti erano poco cambiati e i modi non lo erano affatto, ma questo era tutto ciò che rimaneva dei suoi vecchi amici. In loro c’erano ancora una dignità e una galanteria immutate, che avrebbero conservato sino alla morte, ma con questa avrebbero portato nella tomba un’amarezza troppo profonda per essere espressa a parole. Era un popolo fiero ma stanco, che era stato sconfitto e non voleva accettarlo, abbattuto ma pure deciso a rimanere in piedi. Vivevano nel paese che amavano, lo vedevano calpestato dal nemico, vedevano furfanti che si facevano beffe della legge, i loro schiavi divenuti una minaccia, i loro uomini privati dei diritti politici, le loro donne insultate.
Tutto era dunque mutato meno le antiche forme. Le vecchie usanze continuavano perché rappresentavano tutto ciò che rimaneva loro. […]
Ma, qualunque cosa avessero visto, a qualunque lavoro fossero stati assoggettati, rimanevano signore e gentiluomini, regalità in esilio. Amari, distanti, buoni gli uni per gli altri, duri come il diamante e brillanti come i cristalli dal lampadario ammalorato sulle loro teste. I bei tempi passati erano finiti, ma quegli uomini e quelle donne continuavano a vivere come se non se ne rendessero conto, affascinanti, tranquilli, decisi a non correre dietro al denaro come facevano gli yankee, a non rinunciare a una sola delle antiche abitudini.
Rossella sapeva che anche lei era cambiata. Altrimenti non avrebbe potuto fare ciò che aveva fatto da quando era arrivata ad Atlanta. Né avrebbe contemplato la possibilità di compiere ciò a cui disperatamente agognava. Ma c’era una differenza tra la sua asprezza e la loro: una differenza di cui non si rendeva conto. Forse era che non c’era nulla che lei non avrebbe fatto, mentre c’erano tante cose che quella gente non avrebbe fatto a costo della vita. Forse non speravano più in nulla, ma sorridevano ugualmente all’esistenza; ciò che Rossella non poteva fare. Non poteva ignorare quella vita. Doveva viverla, ed era troppo brutale, troppo ostile perché potesse cercare di mascherarne la durezza con un sorriso. Della dolcezza, del coraggio, del tenace orgoglio dei suoi amici, Rossella non vedeva nulla. Vedeva soltanto lo sciocco distacco con cui loro osservavano i fatti, con il sorriso sulle labbra, e rifiutavano di affrontarli.
Mentre guardava i ballerini, accaldati per la danza, si chiese se gli avvenimenti li avevano colpiti come avevano colpito lei: fidanzati morti, mariti mutilati, bambini affamati, terra che veniva confiscata, case tanto amate che ospitavano estranei. Ma certo che ne erano stati colpiti! Conosceva la loro situazione quasi quanto la propria. Le loro perdite erano state le sue perdite, le loro privazioni le sue privazioni, i loro problemi i suoi problemi. Eppure avevano reagito in modo diverso. I volti che vedeva nella sala erano soltanto maschere; maschere perfette che non sarebbero mai cadute.
Ma se soffrivano per la brutalità delle circostanze con l’intensità con cui soffriva lei – ed era così – come potevano conservare l’atteggiamento spensierato di chi ha il cuore leggero? E perché poi cercare di farlo? Lei non riusciva a capirli e li trovava indisponenti. Non poteva essere come loro. Non poteva guardare il suo mondo che si sgretolava con aria di indifferente distacco. Si sentiva inseguita come una volpe che corre a perdifiato cercando di trovare una tana prima che i cani la raggiungano.
E improvvisamente Rossella li detestò, appunto perché erano diversi da lei, perché sopportavano le loro perdita in una maniera che a lei sarebbe stata per sempre preclusa. Detestò quegli estranei sorridenti e superficiali, quei pazzi orgogliosi che attingevano la loro fierezza da ciò che avevano perso. Le donne avevano un atteggiamento da signore, benché quotidianamente si dedicassero a lavori umili e non sapessero quando e come avrebbero potuto avete un abito nuovo. Ma erano signore! E lei non riusciva a sentirsi signora, nonostante il suo abito di velluto e i capelli profumati, nonostante l’orgoglio dei suoi natali e della sua ricchezza di un tempo. Il duro contatto con la rossa argilla di Tara l’aveva privata di ogni dolcezza, ed era sicura che non si sarebbe mai più sentita una signora, finché la sua tavola non fosse stata coperta di argenteria e cristalli, finché carrozze e cavalli non avessero riempito le sue scuderia, finché il cotone di Tara non fosse stato raccolto da mani nere e non bianche.
“Ah!” pensò irritata. “Eccola la differenza! Benché siano povere, loro si sentono ancora delle signore, e io no. Queste sciocche non capiscono che non si può essere una signora senza denaro!”
Pur avendo compreso questo, aveva vagamente la sensazione che loro, nella loro superficialità, avessero il giusto atteggiamento. Elena avrebbe pensato così. Questo la turbò. Lei sapeva che avrebbe dovuto credere, come loro, che quando una nasce signora, rimane signora anche se ridotta in povertà, ma non riusciva a convincersene.
Per tutta la vita aveva sentito schernire gli yankee perché le loro pretese di signorilità si basavano sulla ricchezza, non sull’educazione. Ma in quel momento, per quanto eretico fosse un pensiero simile, non si poteva dire che gli yankee non avessero ragione su quello, benché avessero torto su tutto il resto. Ci voleva il denaro per essere una signora. Sapeva che Elena sarebbe svenuta se mai avesse sentito parole simili pronunciate da sua figlia. Neppure nella più nera miseria Elena avrebbe provato vergogna. Vergogna! Sì, era quello il sentimento che avvertiva Rossella. Vergogna di essere povera e costretta a umilianti stratagemmi, a soffrire la fame e a svolgere un lavoro che avrebbero dovuto fare i negri.
Scrollò le spalle irritata. Forse quella gente aveva ragione e lei aveva torto, ma loro non guardavano verso l’avvenire come faceva lei, lottando con ogni energia, rischiando perfino l’onore e il buon nome per riconquistare ciò che avevano perso. […]
No, Rossella non voleva rimanere povera. Non avrebbe aspettato il miracolo. Si sarebbe gettata a capofitto e avrebbe cercato di afferrare ciò che poteva. Suo padre era stato un povero immigrante, e alle fine aveva avuto Tara. Ciò che lui aveva fatto, avrebbe potuto farlo anche lei. Non era come quella gente che aveva giocato tutto su una Causa perduta, e ne era fiera, ritenendo che la Causa meritasse ogni sacrificio.
Loro traevano il loro coraggio dal passato, lei traeva il suo dall’avvenire. Franco Kennedy era in quel momento il suo avvenire. […]

tratto da Via col vento di Margaret Mitchell


Via col vento – Margaret Mitchell
Mondadori, 872 p.
Formato Kindle € 7,99
Copertina Rigida € 15,00
Copertina Flessibile € 13,50

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...