“Mare al mattino” di Margaret Mazzantini

Farid non ha mai visto il mare, non c’è mai entrato dentro.
Lo ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta.
Ha cercato le conchiglie fossili sepolte milioni di anni fa, quando il mare entrava nel deserto. Ha rincorso i pesci lucertola che nuotano sotto la sabbia. Ha visto il lago salato e quello amaro e i dromedari color argento avanzare come logore navi di pirati.
Abita in una delle ultime oasi del Sahara.

Mare al mattino di Margaret Mazzantini, pubblicato nel 2011 da Einaudi, è un romanzo che mi ha fatto molto riflettere, soprattutto su ciò che pensavo di sapere e che invece ho scoperto di ignorare. Perché di una stessa storia ci sono sempre diversi punti di vita, così come milioni sono i riflessi del mare sfiorato dal sole. In questo libro la Mazzantini ci racconta due storie a tratti parallele e in altri complementari, per molti versi simili e per altri irrimediabilmente diverse. I personaggi sono Farid, un bambino libico, e Vito, un ragazzo italiano. Mentre Farid, a causa della guerra, parte da Tripoli e attraversa il mare abbracciato alla madre Jamila, nella speranza di sfuggire alla morte – che ha già colpito il padre -, Vito è figlio di una donna nata e cresciuta in Libia, figlia di italiani che negli anni Trenta, ancora bambini, si erano trasferiti nella colonia italiana insieme alle rispettive famiglie, spinti dalla propaganda di Mussolini.

Vito cammina sugli scogli, scende nelle insenature di sabbia. S’è lasciato il paese alle spalle, il rumore di una radio accesa, di una donna che urla in dialetto. Solo vento e onde, che saltano alte contro le rocce come belve arrabbiate, mettono su una zampa, schiumano, poi si ritirano. A Vito piace il mare in tempesta. Da ragazzino gli saltava dentro, si lasciava schiaffonare. Sua madre Angelina sulla spiaggia si sgolava. La vedeva piccola, agitarsi come un saracino dei pupi. Era poca cosa lei e il suo vestito che sbatteva sulle gambe. Era più forte il mare. Prendere lo slancio, cavalcare l’onda veloce, scivolare come sul sapone e poi farsi ingoiare, picchiare sotto nella gola arrabbiata del vortice. Rotolava nel fondo sporco, smosso di sabbia e sassi grossi che stordivano. Il mare nel naso, nella pancia. L’onda lo succhiava indietro, metteva paura.
Ma ogni vera gioia ha una paura dentro.

L’intera narrazione si svolge su due piani, attraverso le storie di queste due famiglie, le quali si incrociano, drammaticamente, tramite un sacchetto di cuoio che Vito raccoglie sulla spiaggia e appartenuto a Farid. Due storie che vedono nel mare un ostacolo, la fine della vita come l’avevano conosciuta fino a quel momento, la speranza della salvezza, il naufragio dei propri sogni. 

L’acqua è finita da un pezzo.
Le labbra del bambino sono creste rotte come il legno della barca. Jamila fissa quell’asola scura, deserta. Si china, fa scivolare un pò della sua saliva fra le labbra del figlio. Il mare ormai è una miniera chiusa sulle loro teste, la casa del diavolo. Gli abissi sono saliti in superficie. E’ stata disperata, atterrita. Ora aspetta soltanto il destino. L’ultima faccia della storia. La scruta, la cerca, la carne scavata dagli schizzi di sale, un luogo dove non c’è più orizzonte. C’è solo mare. Il mare della salvezza che adesso è un cerchio di fuoco bagnato. Un cuore nero.
Ha messo via i soldi per quel viaggio, i dinari di Omar, gli euro e i dollari di nonno Mussa, carta stropicciata e sudata. Li ha consegnati insieme agli altri per quella barca che nessuno guida. Solo un occhio di plastica e taniche di gasolio che ormai sono quasi vuote. Nessuno conosce il mare, in pochi restano a galla. Sono creature di sabbia.

La straordinarietà di questo romanzo è l’idea di relatività che lascia al lettore. Vivendo in un periodo in cui quotidiani sono i racconti degli sbarchi di immigrati sulle coste del Sud Italia, il racconto della storia di Vito e della sua famiglia rimette tutto nella giusta prospettiva. Perché quello che fa la Mazzantini non è raccontarci la storia di Farid e di sua madre come quella di due immigrati, due stranieri in cerca di esilio. La Mazzantini ci mostra – e lo fa senza giudicare ma semplicemente esponendoci dei fatti storici – come noi italiani siamo stati trattati da stranieri nella nostra patria. Angelina e i suoi genitori, una volta espulsi dalla Libia per opera di Gheddafi, furono rispediti in patria e proprio in Italia ricevettero il trattamento che oggi ricevono persone come Farid e sua madre. Angelina e i suoi genitori sono stati percepiti come stranieri, come diversi, e sono stati accolti freddamente da un Governo che non li ha aiutati a reintegrarsi in un posto a loro estraneo.

Vito guarda l’orizzonte farinoso e cieco. Guarda la spiaggia, una discarica di oggetti vomitati. Il mare adesso sembra un coperchio, argentato come una moneta.
Avanti e indietro in quel tratto di mare, questa è la storia della sua famiglia.
Angelina gli ha raccontato la cacciata, i fucili addosso, spinti nella schiena. Quella vita araba strappata, la spiaggia dei Sulfurei, la pianta di gelso si Sciara Derna, la scuola Roma, gli amici per la vita.
Tutto via in un mattino di burrasca.
La vita spezzata, quella è la storia di sua madre.
Sua madre sa cosa vuol dire affrontare il mare indietro.
Appresso agli uccelli che migrano.
Angelina gli ha detto: gli uccelli sanno lasciare le loro uova in un luogo protetto. Le nostre uova sono state rotte. Straziate. Le nostre case dentro una valigia. Uscire dal guscio per correre, scappare.
Alle spalle solo un filare di panni stesi a cui qualcuno ha dato fuoco. Camicie, mutande in fiamme. Soldati con i berretti rossi tra le piante di eucalipto che urlano rumi!, italiani!, e sputano.
Angelina ne ricorda uno, quello che buttò giù con la spranga il bidone dove bolliva la cera. Scuro ma con gli occhi azzurri e i capelli biondi che quasi parevano tinti. Era figlio di una violenza.
Lei non sapeva nulla di quella violenza. Certe cose le seppe più tardi. Quando seppe degli stupri, quando vide le fotografie delle fosse comuni nella sabbia, i filari di beduini impiccati.
Aveva undici anni nel ’70, Angelina. Passava in prima media.

Ciò che questo romanzo ci spinge a chiederci è: dov’è la differenza tra la storia della famiglia libica e la storia della famiglia italiana? Chi è il vero immigrato? Qualcuno di loro è forse colpevole di qualcosa? Una storia è più legittima dell’altra? Una persona ha sofferto più dell’altra? La risposta è NO. Il dolore è lo stesso, la nostalgia è la stessa, i problemi sono gli stessi. E con essi il distacco, la paura, la traversata in mare. Il viaggio di Jamila e Farid è uguale a quello che, anni prima, aveva compiuto Angelina insieme ai suoi genitori. E l’accoglienza e la povertà sarebbero state le stesse. Così come il senso di inadeguatezza, misto alla voglia di ricominciare anche quando non si sa da dove iniziare.

Angelina sa cosa vuol dire ricominciare.
Voltarsi e non vedere più niente, solo mare.
Le tue radici inghiottite dal mare, senza alcuna ragione accettabile.
Angelina ha imparato a convivere con l’irragionevolezza umana. La sola immagine di quel dittatore col turbante e gli occhiali da sole la rendeva aliena, strana. Che faccia era quella? Quei capelli come ragni inchiostrati.
Per undici anni Angelina è stata araba.
Era poco prima dell’adolescenza. Era stato un passaggio. Un calcio nella pancia.
C’è qualcosa nel luogo dove si nasce. Non tutti lo sanno. Solo chi è strappato a forza lo sa.
Un cordone che tira sotto e ti fa odiare i tuoi passi successivi.
Hai perso il senso dell’orientamento, la stella che ti seguiva e che tu seguivi nel buio incandescente di quelle notti mai del tutto nere.

In tutto questo, spogliato di ogni bellezza, il mare diventa un buco nero che inghiotte i sogni, le speranze e il futuro. Il Mare Nostrum diventa un cimitero di vite sradicate alla loro terra e lo spartiacque di due storie famigliari interrotte dalla fuga. Perché fuggire non sempre vuol dire aver vinto. Angelina e i suoi genitori fuggono e sopravvivono con la speranza di poter tornare a casa, di poter riportare la loro vita al punto in cui l’avevano interrotta. Jamila e Farid, invece, fuggono ma vanno incontro alla morte. Il loro urlo di aiuto non è stato ascoltato, la loro vita si è interrotta nella speranza di ricominciare.

Vito guarda il mare.
Una volta sua madre glielo ha detto. Sotto il piede di ogni civiltà occidentale c’è una piaga, una colpa collettiva.
La madre non ama chi si professa innocente.
E’ di quelle persone che vogliono farsi carico delle cose. Vito pensa che sia una forma di presunzione.
Angelina dice che lei non è innocente. Dice che nessun popolo che ha colonizzato un altro popolo è innocente.
Dice che non vuole più nuotare nel mare dove i barconi affondano.

Trovo mille buoni motivi per cui dovreste leggere questo libro. Dirvi che la Mazzantini è straordinaria non è sufficiente. Perché in Mare al mattino la scrittrice sembra faccia quasi un passo indietro. Le parole sono poche e scelte accuratamente. Lo stile è essenziale e prosciugato. D’altronde, di fronte a questo dramma, cosa c’è da aggiungere? Quello che possiamo fare, come lettori, è vivere questo libro, farlo nostro, imparare a fare un passo indietro quando è necessario e a immedesimarci in storie diverse ma che ci appartengono. Perché ognuno di noi potrebbe essere Farid.

Vito guarda il mare. Sua madre un giorno gli ha detto devi trovare un luogo dentro di te, intorno a te. Un luogo che ti corrisponda.
Che ti somigli, almeno in parte.
Sua madre somiglia al mare, lo stesso sguardo liquido, la stessa calma e dentro la tempesta.


Mare al mattino – Margaret Mazzantini
Mondadori, 111 p.
Formato Kindle € 6,99
Copertina Flessibile € 10,20

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