#gdli100libri – “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift

Mio padre aveva un piccola proprietà nel Nottinghamshire, ero il terzo di cinque figliuoli. Mi mandò quattordicenne all’Emmanuel College di Cambridge, dove restai tre anni tutto dedito agli studi; ma poiché la spesa del mio mantenimento (sebbene fossi tenuto a stecchetto) superava la capacità del ristretto patrimonio, entrai come apprendista presso Mr. James Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale tirai innanzi per quattro anni. Di quando in quando mio padre mi mandava piccole somme di danaro, le spendevo tutte per imparare l’arte della navigazione, ed altri rami delle scienze matematiche, utili a colori che vogliono darsi ai viaggi, chè il viaggiare ero persuaso dovesse o prima o poi diventare il mio destino.

Grazie al gruppo di lettura I 100 libri di Dorfles ho ripreso tra le mani un romanzo che ho letto nell’estate del lontano 2003. Mi riferisco a I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, un grande classico della letteratura inglese pubblicato nel 1726. Si tratta di un romanzo che potrebbe essere – e che è stato – definito in tanti modi. Può essere considerato un libro per bambini ma anche un libro di viaggi, ma è soprattutto un libro di fantasia che imita e prende in giro la letteratura di viaggio e, allo steso tempo, un romanzo che nasconde una critica profonda alla società e alla politica dell’epoca. Questo succede perché le parole chiave su cui si fonda questa storia sono fantasia, metafora, satira, allegoria, e perché I viaggi di Gulliver ha, di fatto, infiniti piani di lettura e di interpretazione, che variano in base al lettore, alle sue caratteristiche, alle sue tendenze e alle sue conoscenze.

Nello scegliere i pubblici funzionari, i Lillipuziani badano più alle buone qualità morali che non alle grandi abilità, poiché credono che, per essere indispensabile agli uomini un governo, una media intelligenza è più sufficiente per questo o per quel posto, e che la Provvidenza non ha voluto davvero fare della amministrazione della cosa pubblica un mistero comprensibile solo da pochi sublimi genii, come ne nascono raramente tre in un secolo: invece, pensano, veridicità, giustizia, temperanza, ed altrettanti virtù, sono alla portata di ogni uomo e , praticate che siano col sussidio dell’esperienza e della nuova intenzione, rendono capace qualsiasi uomo di servire il proprio paese, salvo nei casi in cui sia necessario un tirocinio di studi. Ma la mancanza di virtù morali, aggiungono può così poco essere compensata dalla superiorità di doti intellettuali, che i pubblici impieghi non debbono affidarsi mai in mani altrettanto pericolose quanto quelle di questi immorali intelligenti; almeno, agli errori che una persona buona commette per ignoranza non riescono mai così fatali alla cosa pubblica, come i raggiri dell’uomo corrotto e straordinariamente abile a mettere in opera, moltiplicare e difendere le proprie bricconate.

Jonathan Swift ci racconta le avventure di Lemuel Gulliver, un medico inglese con una grande passione per i viaggi, il quale decide di imbarcarsi sulle navi come chirurgo di bordo. Durante questi viaggi vive diverse avventure in quanto, a causa di naufragi, pirati e tempeste finisce in terre inesplorate e alquanto singolari. Nel primo viaggio finisce nell’isola di Lilliput, la cui caratteristica principale è quella di avere abitati alti solo 15 centimetri, a cui si contrappone la destinazione del secondo viaggio, quando si ritrova nella penisola di Brobdingrag, dove invece gli uomini sono alti ben 22 metri. Il terzo viaggio lo porta a Laputa, un’isola volante popolata da scienziati pazzi, e a Balnibarbi, dove ha occasione di parlare con i fantasmi di diversi personaggi storici. Finisce poi a Glubbdubdrib, l’isola degli stregoni e dei maghi, e a Luggnagg, dove conosce alcuni uomini immortali. Il quarto e ultimo viaggio lo porta a Houyhnhnm, terra popolata da cavalli razionali, i quali sono serviti da yahoo, ossia esseri molto simili agli uomini ma selvaggi e degenerati.

Temevo, infatti, di momento in momento, ch’egli avesse a scagliarmi a terra, così come siam soliti fare quando vogliamo ammazzare qualunque animaletto si aborrisca. Ma la mia buona stella volle che egli restasse compiaciuto della mia voce e dei gesti e cominciasse a considerarmi come un oggetto di curiosità forte meravigliandosi all’indirmi pronunziare parole articolare pur senza capirle.

Devo essere onesta e quindi vi dico che questo romanzo non mi è piaciuto per niente. Questa lettura mi ha confermato l’impressione negativa del 2003. Allora pensavo di essere troppo giovane, oggi ho semplicemente capito che questo romanzo non fa per me e ho avuto serie difficoltà nel portarne a termine la letture in tempo. Il fatto è che l’ho trovato veramente noioso e pesante, ed estremamente – troppo – lento. Per tutto il tempo ho faticato a seguire il filo della narrazione, a ricordare, a trovare lo stimolo per andare avanti. Non mi sono minimamente immedesimata in Gulliver, né nelle sue avventure. Gli unici passaggi che mi sono risultati un pò più interessanti sono stati tre: quando il protagonista parla con i personaggi storici mentre si trova a Balnibarbi; il racconto degli uomini immortali a Luggnagg; il confronto tra il mondo che conosce Gulliver e quello del suo padrone nella terra di Houyhnhnm. Per tutto il resto ammetto di aver fatto veramente fatica.

Un giorno, trovandomi in ottima compagnia, mi sentii chiedere da un personaggio assai distinto se avessi mai visto uno dei loro struldbrugg o Immortali. Risposi di no, e lo pregai di volermi dire che cosa egli intendeva significare con quell’appellativo dato a una creatura mortale. Mi disse che a volte, sebbene assai raramente, nasceva in una delle loro famiglie un bambino con una macchia rotonda e rossa sulla fronte, proprio in cima al sopracciglio sinistro, e tale macchia significava infallibilmente che quel nato non sarebbe mai morto. Essa, secondo il racconto di quel signore, era grossa poco più poco meno d’una monetina d’argento di tre soldi inglesi, ma s’allargava col tempo e cambiava colore: al dodicesimo anno diventava verde, per assumere al venticinquesimo una tinta profondamente azzurra, e al quarantacinquesimo la nerezza del carbone e la grossezza d’uno scellino. Poi non cambiava più. Queste nascite, aggiunse, erano così rare, che, secondo lui, non esistevano in tutti il reame giù di mille e cento struldbrugg fra maschi e femmine, cinquanta dei quali risiedevano nella metropoli, e fra gli altri una bambina nata da soli tre anni. Tali nascite non erano una specialità di nessuna famiglia, ma l’effetto di puro caso. Gli stessi figli degli struldbrugg erano mortali al pari di tutti gli altri uomini.

Questo non significa che io non ne riconosca l’importanza a livello letterario. Credo, anzi, che da questo punto di vista – ossia per un appassionato di letteratura – sia uno di quei libri che vanno assolutamente letti. Ma, come dico sempre, il fatto di avere a che fare con un classico non significa che quel libro deve per forza piacere. Anzi, spesso è proprio il contrario. Ecco perché onestamente non mi sento di consigliarvi questo romanzo. Non perché sia una “perdita di tempo”, ma perché per me è stata una lettura da fare con cervello, mentre io preferisco le letture da fare con il cuore. 

Così, gentile lettore, ti ho narrato la storia fedele dei miei viaggi durati sedici anni e poco più di sette mesi, e nel narrartela ho badato alla verità assai più che non al fregio. Avrei potuto, al pari di altri, sbalordirti con racconti strani e inverosimili; ma ho preferito dirti delle cose semplici nel più semplice degli stili; dacci intento mio principale è stato istruirti, non già divertirti.


Vi annuncio che la lettura di maggio sarà Il velo dipinto di William Somerset Maugham che leggeremo insieme dal 1 al 31 maggio.


I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza: 384 p.
Formato Kindle: € 0,49
Copertina Rigida: € 5,87
Copertina Flessibile: € 8,08
Audiobook Audible: € 0,00
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