#citazioni – da “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham

“Quando hai preteso che venissi qui volevi la mia morte?” chiese d’improvviso.
Walter ci mise tanto a rispondere che lei pensò avesse rifiutato di udirla.
“Da principio”.
Lei ebbe un piccolo brivido, era la prima volta che il marito ammetteva questa intenzione. Ma non gliene volle per questo. Si sorprese di privare una certa ammirazione, leggermente divertita. Chissà perché, a un tratto pensò a Charlie Townsend e questi le sembrò un misero imbecille.
“Hai corso un rischio temendo” disse. “Con la tua coscienza sensibile non so come avresti potuto perdonarti, se fossi morta”.
“Bè, non sei morta. Ti ha fatto bene”.
“Non mi sono mai sentita meglio in vita mia”.
Ebbe l’impulso di gettarsi alla mercé del senso umoristico del marito. Dopo tutto quello che avevano passato, con le scene di orrore e desolazione in mezzo a cui vivevano, non era sciocco dare importanza all’atto ridicolo della fornicazione? Quando la morte era dietro l’angolo, strappando vite come un ortolano fa con le patate, era insensato curarsi delle sconcezze che questa o quella persona faceva col suo corpo. Se solo avesse potuto fargli capire come Charlie contava poco per lei, tanto che già adesso stentava a richiamare all’immaginazione i suoi lineamenti, e come l’amore per lui le era del tutto svanito dal cuore! Poiché non sentiva più nulla per Townsend i suoi rapporti con lui avevano perso ogni significato. Si era ripresa il cuore, e ciò che aveva dato del suo corpo non importava un bel nulla. Aveva voglia di dire a Walter: “Senti, non ti pare che la nostra stupidità sia durata abbastanza? Ci siamo tenuti il broncio come bambini. Perché non ci diamo un bacio e siamo amici? Non c’è ragione di non essere amici solo perché non siamo amanti”.
Walter era immobile e alla luce della lampada il pallore del suo viso impassibile era impressionatane. Lei non si fidò; rischiava, con una parola sbagliata, di provocare una gelida ripulsa. Conosceva ormai la sua estrema sensibilità, protetta da quella acre ironia, sapeva come fosse pronto a chiudere il cuore se si ferivano i suoi sentimenti. Ebbe un momento di irritazione per la stupidità del marito. Ciò che più lo turbava era senza dubbio l’offesa alla sua vanità; ma questa, lei se ne rendeva conto, era la ferita più difficile da guarire. Era singolare che gli uomini annettessero tanta importanza alla fedeltà delle mogli; la prima volta che era stata con Charlie si era aspettata di sentirsi tutta diversa, un’altra donna; e invece era rimasta esattamente la stessa, aveva provato soltanto benessere e una maggiore vitalità. Adesso rimpianse di non aver potuto dire a Walter che il figlio era suo; una bugia che per lei avrebbe contato così poco, e che a lui sarebbe stata di tanto conforto. E in fin dei conti forse non era nemmeno una bugia: strano, quel qualcosa nel suo cuore che le aveva impedito di concedersi il beneficio del dubbio. Che sciocchi, gli uomini! Nella procreazione la loro parte era così trascurabile; era la donna a portare il figlio durante lunghi mesi di disagio e a partorirlo con dolore, eppure un uomo, a causa della sua partecipazione di un momento, avanzava pretese così assurde. Perché questo doveva cambiare qualcosa nei sentimenti di lui verso il bambino? Poi i pensieri di Kitty andarono al figlio che lei avrebbe partorito, e pensò ad esso senza emozione né ardore materno, ma con una oziosa curiosità.
“Credo che vorrai un poco rifletterci” disse Walter rompendo il lungo silenzio.
“Riflettere a cosa?”.
Lui si girò a mezzo, come sorpreso.
“A quando vuoi partire”.
“Ma io non voglio partire”.
“Perché?”.
“Il mio lavoro al convento mi piace. Mi pare di rendermi utile. Preferisco stare qui finché ci stai tu”.
“Devo dirti che nella tua condizione sei più esposta alle infezioni di qualsiasi genere”.
“Mi piace la discrezione con cui ti esprimi” sorrise lei con ironia.
“Non è che rimani per me?”.
Kitty esitò. Walter non sapeva che adesso il sentimento più forte che suscitava in lei, e il più inaspettato, era la pietà.
“No. Tu non mi ami. Spesso penso di annoiarti”.
“Non ti credevo tipo da darti tanto da fare per quattro suore ammuffite e un branco di marmocchi cinesi”.
Le labbra di Kitty disegnarono un sorriso.
“Mi pare ingiusto disprezzarmi tanto perché ti sei sbagliato di grosso nel giudicarmi. Non è colpa mia se sei stato un asino”.
“Se sei decisa a restare, naturalmente sei padronissima”.
“Scusami se non posso darti l’occasione di essere magnanimo”. Le riusciva stranamente difficile essere del tutto seria con lui. “Di fatto hai ragione, non rimango soltanto per gli orfani: vedi, mi trovo nella singolare situazione di non avere un’anima al mondo da cui andare. Non conosco nessuno che non mi accoglierebbe come una seccatura. Non conosco nessuno a cui importi un soldo bucato se sono viva o morta”.
Walter aggrottò la fronte. Ma non era un aggrottamento d’ira.
“Abbiamo combinato un bel pasticcio, eh?” disse.
“Vuoi ancora divorziare? Credo che a me non importi più”.
“Dovresti sapere che portandoti qui ho condannato l’offesa”.
“Non lo sapevo. Che vuoi, non ho fatto uno studio sull’infedeltà. Allora cosa faremo quando ce ne andiamo da qui? Continueremo a vivere insieme?”.
“Oh, possiamo lasciare che il futuro provveda da sé, ti pare?”.
Nella sua voce c’era una stanchezza mortale.

tratto da Il velo dipinto di W. Somerset Maugham


Il velo dipinto di W. Somerset Maugham

Casa editrice: Adelphi
Lunghezza: 234 p.   
Formato Kindle: € 4,99
Copertina Flessibile: € 7,50
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