“I guardiani dell’isola perduta” di Stefano Santarsiere



In collaborazione collaborazione con Saper Scrivere e Newton Compton Editori.

Mentre parlava accadde qualcosa. I lamenti dei delfini si erano dispersi nelle profondità marine sostituiti da altri rumori.
Pitzon e Jacobson si ingobbirono per ascoltare quel suono con la massima attenzione.
Era un’unica tonalità, a frequenza più bassa dei versi dei cetacei, che si alzò dal nulla e ricadde per tre volte consecutive. Quindi scompare, per irrompere dopo mezzo minuti più forte di prima; crebbe di intensità raggiungendo un picco di volume e poi cadde di nuovo. La mano di Pitzon corse al computer per accertarsi che la registrazione fosse in azione. Vella si era acceso la sua sigaretta e non faceva più caso a quei due che ascoltavano e si sbirciavano con la coda dell’occhio. Il suono si levò e cadde in una nuova sequenza di tre. Pitzon afferrò il Block notes e segnò le sequenze con delle stanghette. Due, poi tre, poi cinque separate da intervalli. Il volume dell’ultima sequenza risultò molto alto come se la fonte del segnale fosse a poca distanza dalla nave. I tecnici sollevarono le cuffie dalle orecchie per proteggersi i timpani. Nelle successive tre sequenze si fece più debole. Poi diventò quasi impercettibile e infine svanì, sostituito da altri suoni più spenti e lontani, richiami di grandi mammiferi marini.
Jacobson e Pitzon rimasero in ascolto per diversi minuti. Vella fece in tempo a finire la sua sigaretta, fumarne un’altra e schiacciarne il mozzicone nel posacenere.
Il suono non ricomparì.

I guardiani dell’isola perduta di Stefano Santarsiere, pubblicato il 16 marzo 2017 da Newton Compton Editori, è un thriller che mi ha coinvolta fin dalla prima pagina. Non l’avrei mai detto – perché, ormai lo sapete, non è il mio genere preferito -, ma ho il sospetto che questa volta abbia giocato un ruolo fondamentale il tema trattato (ve l’ho mai detto che sono un’amante del mare?). Qui Santarsiere ci racconta una storia che si pone al confine tra realtà e immaginazione. Charles Fort, giornalista bolognese, viene contattato dalla polizia per il riconoscimento del cadavere del suo amico e collega Luca Bonanni, morto in un incidente stradale. Una volta in obitorio, la compagna del defunto, Selena, gli dice di sospettare che Luca sia stato ucciso a causa di alcune ricerche che stava svolgendo per la sua attività di giornalista. Partendo da una valigia lasciata da Bonanni alla compagna, contenente diversi oggetti provenienti da navi affondate nell’Oceano Pacifico, i due iniziano a ricomporre il puzzle. A cosa stava lavorando Luca? Perché temeva per la sua vita? Con chi si confrontava circa le sue ricerche? Charles e Selena cercano di rispondere a queste domande, volando fino alle Fiji, dove si ritrovano di fronte ad una scoperta che lega gli affari di una multinazionale farmaceutica all’ipotesi dell’esistenza di un misterioso popolo del mare.

Per l’ennesima volta, i resti della creatura erano davanti a lei, sulla scrivania, poco distanti dalla fedele riproduzione in gesso del fossile.
Eppure stavolta Madison aveva le lacrime agli occhi. Le sentiva montare irrefrenabili, avvitarsi dietro le palpebre pronte a sgorgare. Perfino uno sfogo così semplice,come il piangere, così profondamente umano, le risultava difficile in quel luogo che sentiva estraneo a qualsiasi tenerezza.
Ma trattenere le lacrime era uno sforzo troppo grande e il pianto la travolse. Dapprima in brevi, dolorosi singhiozzi; poi in lunghi accessi che la piegavano come un giovane albero sferzato dalla tempesta.
In quel pianto c’era pena per lei, per la sua solitudine senza speranza, per la vita che le era stata strappata. […]
E il motivo di quella stura improvvisa era davanti ai suoi occhi: nella scoperta che aveva appena fatto confrontando la riproduzione del fossile e il bacino della creatura. Sapeva che quest’ultima era di sesso femminile, perché le era stata estratta un’ovaia. Esaminando i diametri della struttura ossea, le proporzioni tra le varie cavità, e raffrontandoli al protobacino presente nel placoderma, aveva compreso che anche quest’ultimo era di sesso femminile.
Madison contemplava solo una riproduzione di quel fossile, la testa e una sezione del corpo; ma ricordava anche l’originale, che era riuscita a osservare un mese dopo che il team l’aveva estratto da quella collina in Tasmania.
Da quel ricordo, ormai vecchio di quattro anni, la sua mente era risalita indietro nel tempo per milioni di anni, un’era dopo l’altra, nel disperato tentativo di allontanarsi dalla propria sventura. Con l’immaginazione era giunta al Devoniano inferiore, aveva osservato il placoderma nuotare nell’oceano sconfinato, immergersi e talvolta risalire verso la superficie più calda volgendo quella testa primordiale ai raggi del sole. Aveva sentito con lancinante chiarezza che a muovere quell’individuo erano i medesimi istinti che animavano da sempre tutti gli esseri di questo pianeta. Fame, paura, riproduzione, protezione della prole, istinto di conservazione: l’intero arco vitale che Madison poteva riassumere in un unico concetto. Qualcosa che la scienziata aveva scorto negli occhi freddi del fossile e che la accomunava a quella remota creatura, più che a qualsiasi essere umano presente sulla nave in cui era finita prigioniera: l’attaccamento alla vita.
Era questo, ciò che aveva dato la spinta alle sue pene. L’aver specchiato la sua solitudine in quell’essere vecchio più di quattrocento milioni di anni.
Poi avvenne qualcosa che interruppe il suo pianto. Lo avvertì, come già accaduto altre decine di volte; si guardò intorno come a cercarne l’origine attraverso le pareti. Una vibrazione che si era innescata, stemperandosi in un suono continuo e vagamente sibilante. Sembrava il motore di un grosso traghetto che sta per lasciare i porto.
Il sonar.
Stavolta l’immaginazione le offrì un susseguirsi di onde concentriche che si spandevano sulla superficie dell’oceano. L’indignazione le accorciò il respiro, i pugni si strinsero fino a sbiancare le nocche.
Corse all’oblò. Con gli occhi spalancati sulla distesa azzurra, i pugni che battevano contro il vetro, urlò: “Forza, correte! Salvateli! Salvateli!

Questo romanzo parte da una certezza, ossia le poche conoscenze che tutt’oggi abbiamo sugli oceani e sui suoi abitanti. Da qui Stefano Santarsiere ha sviluppato questa storia, che intreccia alcuni fatti reali da cui ha preso ispirazione – come la registrazione, nel 1997, di un suono soprannominato bloop, ad opera del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) e un documentario trasmesso nel 2013 da Discovery Channel chiamato Sirene: il mistero svelato (che, se vi interessa, potete vedere qui) -, alla sua immaginazione di scrittore. E io, in quest’intreccio così ben calibrato, mi sono persa, tanto da non riuscire a staccarmi dal libro nè a distinguere la realtà dall’invenzione.

Turaga era spesso con voi?”
“Non molto”, rispose Yandra. “Lui era con tanti pescatori e su tante isole. Quando venne a Yanuca Lailai si era già spinto fino all’isola di Tuvuca.”
“Anche fino a Cikobia”, aggiunse Soki con aria ammirata. “Era capace di andare ovunque”.
“E nelle isole aveva conosciuto qualcuno che aveva ricevuto i don dei Lamanoa”.
Il giornalista aggrottò le sopracciglia. “Lamanoa?”
“E’ così che chiamano il popolo del mare”, spiegò Selena.
“Cosa intendi per I”idoni dei Lamanoa”?”
“A volte i Lamanoa vengono da noi, quando li chiamiamo dalle profondità del mare. E in qualche occasione ci portano in dono quello che il mare ha strappato agli uomini”.
Il giornalista scambiò un’occhiata con Selena. Si accorse che anche lei aveva capito.
Quello che il mare ha strappato agli uomini.
[…] Charles Fort estrasse il cellulare, selezionò una foto del tubo elastico e la mostrò all’uomo.
“Questo oggetto non proviene dalle navi affondate, giusto Yandra?”.
L’uomo osservò un momento la foto, poi incrociò lo sguardo del giornalista. “Sai cos’è?”.
Charles Fort disse di no.
“E’ un elastico per arbalete, un particolare tipo di fucili subacquei. Lo abbiamo ricevuto dai Lamanoa l’ultima volta che li abbiamo incontrati”. L’uomo guardò Charles Fort e Selena con aria timorosa, prima di aggiungere: “E’ l’unico oggetto che sono riusciti a strappare agli uomini che sorvegliano la nave”.
“Che nave?”, domandò il giornalista.
“Una grande nave straniera”, rispose il pescatore, mente sua moglie Soki gli accarezzava un ginocchio. “Ferma da un anno in un luogo sconosciuto. Non so cosa fa, ma è male. E’ male per l’oceano, per gli animali che vivono nelle profondità”.
“In che senso, male?”, domandò Selena.
“Avvelenano le creature marine, le costringono a una lenta morte. Nessuno sa che la nave è lì. Ma i Lamanoa conoscono la posizione e vanno lassù”.
“A combattere”, precisò Soki.
Charles Fort e Selena si guardarono
“Combattere contro la nave?”
“Contro gli uomini che ci lavorano”.

Innanzitutto questo libro è scritto veramente bene. Ogni personaggio è ben descritto, la suspence è calibrata, così come gli indizi per arrivare alla verità sono distribuiti in maniera omogenea lungo tutta la narrazione. Inoltre, la storia raccontata, pur essendo palesemente frutto dell’immaginazione di Santarsiere, è credibile proprio perché ben costruita. Quello che ci racconta lo scrittore è dell’esistenza di un popolo del mare, creature intelligenti simili alle sirene dei miti greci, che, partendo dalla teoria della scimmia acquatica, si sarebbe sviluppato parallelamente all’evoluzione dell’Homo sapiens, rimanendo in acqua e diventando quelli che in questo libro vengono definiti “Lamanoa”. Mi pare ovvio che Santarsiere con I guardiani dell’isola perduta non ci sta dicendo “hei ragazzi, le sirene esistono veramente e in questo libro vi racconto come sono nate e dove vivono”  – anche se a me, lo ammetto, piacerebbe crederlo (ho sempre avuto un debole per il mare e avendo un padre sommergibilista, mi raccontano che quando lui andava in esercitazione, dove rimaneva per 30 giorni sott’acqua, io mi raccomandavo di salutarmi i delfini e le sirene) – ma ci sta proponendo semplicemente una bella storia di fantasia, ricca di avventure e di colpi di scena che ti portano a leggere il libro tutto d’un fiato.

Improvvisamente gli uomini e le donne sulle barche intrecciarono le mani, gli uni alle altre. Nemadi alzò un dito per ordinare il silenzio. La brezza si alzò e calò, suscitando i gorgoglii dell’acqua contro gli scafi.
Il giornalista, con le mani intrecciate a quelle di Selena e della vecchia Nevia, osservò il lievissimo ondeggiare delle barche. Si rese conto che Nemadi le aveva disposte in modo da formare l’icona stilizzata di un pesce, simile all’ichtys della simbologia cristiana. Rifletté sul modo in cui quella forma doveva apparire da sotto la superficie, contro il lucore argenteo della luna: un’immagine che univa terra e mare. Il continuum della vita, nel suo eterno fluire e trasformarsi dalle origini fino al temo presente.
La voce di Nemadi si levò. Un canto notturno che si espandeva sulla sconfinata regione delle acque, sommesso ma tenace, come poteva essere la voce delle correnti, delle maree.
Durò un attimo infinito, fin quando gli occhi di Charles Fort non percepirono i bagliori fosforescenti che guizzavano sotto le chiglie, tutto intorno, come riflessi di grandi vetri che si aprivano. Uno, due, quattro… dieci teste affiorarono in mezzo alle barche, dentro e fuori i contorni dell’ichthys, provocando i singulti di meraviglia di uomini e donne.
[…] Quei volti! Trasparenti di alabastro, accesi di una fosforescenza che li illuminava dall’interno. Guardavano un istante verso di lui e scendevano timidamente sotto il pelo dell’acqua, lasciando emergere solo la fronte angolosa e i grandi occhi.
Occhi umani.
Le punte di piccoli tridenti guizzarono a pelo d’acqua.
Una creatura si avvicinò alla barca di testa. Fece emergere un lungo arto muscoloso e tese una mano palmata a Nemadi.
L’uomo si chinò e la prese.
Restarono così a lungo, immobili, stringendosi. Charles Fort poté vedere gli occhi socchiusi del sacerdote tremolare alla luce della luca, un’espressione simile alla trance. Comprese che si era stabilita una misteriosa comunicazione. Quando le due mani si staccarono, il volto dell’uomo si distese in un’espressione di pura felicità; volse lo sguardo verso Charles Fort, annuì in modo significativo e mormorò: “Hanno fatto qualcosa per te, laggiù. Non dimenticarlo”.
Mentre il giornalista cercava di afferrare il senso di quale parole, la creatura si protese di nuovo e porse a Nemadi un oggetto. Sembrava… un candelabro. Un antico doppiere incrostato, recuperato chissà dove. Nemadi lo ricevette con atteggiamento riconoscente.
Altre creature si appressarono alle barche, consegnando agli occupanti altri oggetti:monili, pettini di osso, anfore, statuette, chiavi, pugnali, specchi, suppellettili e diversi doni che andarono a ricoprire il fondo delle imbarcazioni. Charles Fort contemplava tutto quello, osservava quel dare e quel ricevere che un simbolo di deferenza che travalicava il valore degli oggetti resi. Le creature facevano da tramite fra il mare e gli uomini. Restituivano pezzi di vite strappate dall’oceano, e in quel modo sancivano una riconciliazione fra l’umanità e il mondo da cui era emersa.
Una di esse si avvicinò alla sua barca. Il giornalista avvertì un balzo nel petto mentre raggiungeva il fianco inondandolo con la proprio bioluminescenza e si fermava a mezzo metro da lui.
Lentamente, un volto si sollevò dal pelo dell’acqua. Lui osservò quella testa possente, dalle fattezze ferine che ricordavano quelle di un fauno. E quel volto così simile a un essere umano.
La creatura resse a lungo il suo sguardo. Qualcosa, un’increspatura o un lieve tremore, sollevò gli angoli di quella bocca mentre un arto cosparso di piccole pinne emergeva dall’acqua scura.
Charles Fort impiegò qualche istante a capire che la mano della creatura stringeva la videocamera usata sul Deep Destiny. Sicuramente compromessa, il paraluce spaccato, ma ancora riconoscibile.
La prese, con le mani tremanti. La creatura ritrasse l’arto e di nuovo parve sorridere. Sfiorò la chiglia e produsse un rumore identico ai crepitii che aveva udito nel batiscafo prima di riemergere. E allora capì cosa avevano fatto per lui laggiù. Non seppe come esprimere la sua infinita gratitudine se non rispondendo al sorriso di quel volto che irradiava luce.
D’improvviso la creatura emise un richiamo, del tutto simile a quelli che si erano sentiti in fondo all’oceano; e si rituffò, imitata dagli altri esemplati; e i loro versi non somigliavano più a un grido di guerra ma a un’onda di giubilo e di riconoscenza, prima di scomparire, lasciando gli uomini, le donne e Charles Fort senza fiato.

Tuttavia I guardiani dell’isola perduta non parla solo di sirene, ma affronta anche temi di  un certo spessore, come quello delle ricerche e delle sperimentazioni farmaceutiche prive di limiti morali. Charles Fort e Selena si trovano, infatti, a combattere contro una multinazionale farmaceutica che uccide milioni di mammiferi marittimi per realizzare i propri farmaci. In questo senso, il romanzo acquisisce un valore aggiunto perché non si limita ad essere un libro di fantasia, ma regala al lettore la possibilità di riflettere su problematiche realmente esistenti e delle quali spesso non siamo debitamente informati.

Nemadi sembrò rivolgersi al giornalista quando la sua voce riprese.
“Siamo noi i rinnegati dell’evoluzione. I fuggitivi, lo scherzo del fato. I nostri corpi hanno tentato di adattarsi alla nuova esistenza”. Indicò verso la terraferma. “Ma non ci sono mai riusciti del tutto. Abbiamo ginocchia che si sgretolano con il peso gli anni, un cervello che non regge alla mancanza di ossigeno perché non sa immagazzinarlo. Tutti i nostri problemi, dal singhiozzo alle malattie del cuore, sono il risultato del cattivo adattamento all’ambiente terrestre. Il prezzo del nostro tradimento”.
S’interruppe, fissando per un minuto la superficie scura dell’acqua.
“Laggiù è custodita la nostra forma originaria”, disse in tono raccolto. “Quella che non avremmo mai dovuto abbandonare”. Sollevò gli occhi verso la ragazza e il giornalista. “Sappiatene conservare il ricordo”.

Come potete ben capire da questa recensione, il romanzo mi è piaciuto tanto. Trovo che sia un lettura non troppo impegnativa, ma che ti prende fin dalle prime pagine, portandoti proprio lì, nell’Oceano Pacifico, ad accompagnare i protagonisti nelle loro avventure. Mi è piaciuto al punto che ho chiesto a Stefano Santarsiere di rispondere a qualche mia curiosità. E quindi vi aspetto la prossima settimana, qui sul blog, con la sua intervista!

***DISCLAIMER*** Questo non è un post sponsorizzato. Il libro recensito in questo articolo mi è stato inviato gratuitamente. Le opinioni sono frutto della mia onestà intellettuale e della mia soggettiva esperienza di lettura.


I guardiani dell’isola perduta di Stefano Santarsiere

Casa editrice: Newton Compton Editori
Lunghezza: 337 p.
Formato Kindle: € 2,99
Copertina Rigida: € 6,72

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