“Zorro” di Isabel Allende


Partiamo dall’inizio, da un evento senza il quale Diego de la Vega non sarebbe mai nato. Tutto cominciò in Alta California, nella missine di San Gabriel, nell’anno 1790 di Nostro Signore. A quel tempo la missione era guidata da padre Mendoza, un francescano con le spalle da boscaiolo e un aspetto più giovanile dei suoi quarant’anni ben spesi, energico e autoritario, per il quale la parte più impegnativa del ministero era mettere in pratica la lezione di umiltà e bontà di san Francesco d’Assisi.

Come già sapete, io amo Isabel Allende. Ho praticamente letto tutti i suoi libri, saltandone – inspiegabilmente – solo due. Uno di questi è proprio Zorro, pubblicato da Feltrinelli nel 2005. Sono particolarmente affezionata a questo personaggio – sia per colpa della famosa serie tv Zorro del 1957 che mio nonno adorava, che per il film La maschera di Zorro del 1998, di cui mia mamma era una grande sostenitrice (per merito di Antonio Banderas, ovviamente) – per cui capite bene che per me leggere questo libro è stato quasi magico, perché mi ha permesso di tornare indietro nel tempo, a tutte le volte che entravo in casa di mio nonno e lo trovavo seduto a capotavola, col telecomando alla sua destra, intento a seguire le vicende di Don Diego de la Vega (in alternativa lo trovavi a guardare un film Western, ma questa è un’altra storia).

Dal momento in cui aveva saputo del loro arrivo, il pensiero di Regina aveva cominciato a tormentarlo incessantemente. Si chiedeva che ne era stato di lei in quei lunghissimi anni di lontananza, come aveva potuto sopravvivere nel triste forte di Monterrey e se per caso ancora si ricordava di lui. I dubbi vennero sciolti la sera della festa quando, alla luce delle torce e al suono dell’orchestra, vide arrivare una giovane splendente, vestita e pettinata alla moda europea, e riconobbe subito quegli occhi color zucchero caramellato. Anche lei lo distinse tra la folla e si fece avanti senza esitare, piantandoglisi davanti con l’espressione più seria del mondo. Il capitano, con il cuore sul punto di ridursi in frantumi, voleva porgerle la mano per invitarla a ballare e invece le chiese confusamente se voleva sposarlo. Non si trattò di un impulso incontrollato: ci aveva pensato per tre anni ed era giunto alla conclusione che era meglio macchiare la purezza della sua dinastia piuttosto che vivere senza di lei. Sapeva che non avrebbe mai potuto presentarla alla famiglia o alla società in Spagna, ma non gliene importava nulla, dato che era disposto a stabilirsi in California e a non muoversi più dal Nuovo Mondo. Regina accettò perché lo aveva amato segretamente sin dai tempi in cui le aveva ridato la vita, quando si trovava in punto di morte nella cantina di padre Mendoza.

Zorro di Isabel Allende è la biografia immaginaria di Don Diego de la Vega, concepita dalla scrittrice come prequel della leggenda di questo eroe mascherato, comparso per la prima volta nel 1919 nel romanzo breve La maledizione di Capistrano di Johnston McCulley. Nel libro, infatti, si mischiano personaggi ed eventi inventati dalla Allende con personaggi ed eventi presi in prestito dalle opere anteriori di Zorro e il risultato è un mix così ben calibrato da non faticare a prendere questa versione come veritiera, come se fosse stata concepita esattamente in questo modo dal padre letterario di Zorro. E in questo romanzo, in effetti, ci viene raccontata proprio l’infanzia e l’adolescenza di Diego de la Vega, il mondo in cui è cresciuto, le persone che ha incontrato, il suo percorso formativo, con l’obiettivo di spiegare perché in lui il senso della giustizia è così innato e talmente forte da spingerlo a inventare questo suo alter ego mascherato che interviene per difendere chiunque sia vittima di ingiustizie.

Lo spirito dei delfini aiutò a partorire Ana, ma non Regina. Mentre la prima ebbe il bambino in quattro ore, accoccolata per terra su una coperta e aiutata da un’india adolescente che lavorava nelle cucine, Regina passò cinquanta ore in travaglio, una sofferenza che sopportò con atteggiamento stoico stringendo un pezzo di legno fra i denti. Disperato, Alejandro de la Vega fece chiamare l’unica ostetrica di Los Ángeles, ma questa si diede per vinta quando capì che Regina aveva la creatura di traverso nel ventre e non le rimanevano più forze per continuare a lottare. Alejandro si rivolse quindi a padre Mendoza, quanto di più vicino a un medico ci fosse nei dintorni. Il missionario ordinò ai servi di recitare il rosario, asperse Regina con l’acqua santa e immediatamente si preparò a estrarre il bambino a mani nude. Grazie alla sua determinazione riuscì ad afferrarlo alla cieca per i piedi e lo tirò fuori senza troppi complimenti dato che il tempo stringeva. Il neonato era blu e aveva il cordone ombelicale avvolto attorno al collo, ma a forza di preghiere e ceffoni padre Mendoza riuscì a farlo respirare.
“Che nome gli metteremo?” chiese, posandolo fra le braccia del padre.
“Alejandro come me, mio padre e mio nonno” disse lui.
“Si chiamerà Diego” lo interruppe Regina, stremata dalla febbre e dal rivolo di sangue che continuava a inzuppare le lenzuola.
“Perché Diego? Nessuno si chiama così nella famiglia de la Vega.”
“Perché quello è il suo nome” rispose lei.

“Lo zorro, la tua volpe, ti ha salvato. E’ il tuo animale totemico, la tua guida spirituale” spiegò. “Devi sviluppare la sua abilità, la sua astuzia e la sua intelligenza. La luna è tua madre e le grotte sono la tua casa. Come la volpe, avrai il compito di scoprire ciò che si cela nell’oscurità, dissimulare, nascondendoti di giorno e agendo di notte.”
“Perché?” chiese Diego, confuso.
“Un giorno lo scoprirai; non si può mettere fretta al Grande Spirito. Nel frattempo tieniti pronto per l’arrivo di quel giorno” lo avvisò l’india.

La versione che ci racconta la Allende rispecchia perfettamente il suo stile narrativo. Ho trovato, infatti, in Zorro sia gli elementi magici presenti in tutti i suoi libri, che un attaccamento forte alla terra natia, alla realtà e al momento storico in cui sono ambientati i fatti. Uno dei motivi per cui amo questa scrittrice è, infatti, proprio la sua capacità di far convivere due elementi così diversi – realtà e magia – rendendo il tutto estremamente naturale. Ecco, dunque, che non ci stupisce la telepatia che si instaura tra Diego e Bernardo nel momento in cui, quest’ultimo, decide di non parlare più dopo aver assistito all’omicidio della madre, nè il rito di iniziazione a cui i due fratelli di latte sono sottoposti dalla nonna Civetta Bianca. E allo stesso modo risultano assolutamente necessari i momenti in cui la Allende ci aggiorna sulla situazione politica della Spagna e dell’America, su Napoleone e l’Inquisizione, sullo stile e le regole di vita dei gitani, degli Indios o dei pirati.

Fino a quel momento non aveva piena consapevolezza della sua doppia personalità, da una parte Diego de la Vega, elegante, lezioso, ipocondriaco, e dall’altra Zorro, audace, temerario, spaccone. Immaginava che il suo vero carattere si trovasse in qualche punto intermedio, ma non sapeva qual era, forse non era nessuno dei due, o forse era la somma di entrambi. Si chiese come lo vedevano, per esempio, Juliana e Isabel e concluse che non ne aveva la minima idea, forse gli era scappata la mano con la teatralità e aveva dato loro l’impressione di essere un commediante. A ogni buon conto, non c’era tempo per cavillare su questi interrogativi, la vita si era complicata e richiedeva un’azione immediata. Accettò di essere due persone e decide di trarne da ciò un vantaggio.

Il Zorro della Allende deve il suo senso della giustizia alle sue origini. Diego è un meticcio, in quanto figlio del capitano spagnolo Alejandro de la Vega e della guerriera india Toypurnia, ribattezzata poi Regina. E’ un bambino cresciuto a metà tra due culture e in un mondo, quello dell’Alta California dell’Ottocento, in cui quotidiani erano i soprusi ai danni delle tribù degli Indios, a cui Diego è molto legato ma con i quali non condivide le condizioni di vita a causa del suo sangue mezzo spagnolo. E’ lì che nasce il suo profondo senso della giustizia, il quale diventa ancora più forte una volta arrivato a Barcellona, città nella quale viene inviato dal padre per studiare e in cui, grazie al suo insegnante di scherma, ha la possibilità di entrare a fare parte dell’associazione segreta La Justicia, il cui obiettivo era proprio quello di opporsi al potere dell’Inquisizione. E il motivo per cui ho amato questo libro, divorandolo in pochi giorni, è proprio questo: qui la Allende da una prospettiva più ampia al personaggio di Zorro, regalando al lettore la possibilità di capirlo per davvero, di entrare nel suo cuore e di condividere le sue azioni. Leggendo delle sue origini, questo eroe diventa, in qualche modo, necessario. E per chi, come me, è affezionato a questo personaggio, credo non ci sia cosa più bella.

“Fratello, da tanto tempo attendevo questo momento. Abbiamo vent’anni ed entrambi siamo pronti per il compito che voglio proporti” annunciò a Bernardo con inattesa solennità. “Ti ricordi delle virtù dell’Okahuè? Onore, giustizia, rispetto, dignità e coraggio. Ho cercato di far sì che queste virtù guidino la mia vita e so che hanno guidato la tua.”
Nel bagliore rossastro delle torce Diego procedette ad aprire il pacchetto contenente un abito completo da Zorro – pantaloni, blusa, mantello, stivali, cappello e mascherina – che consegnò a Bernardo.
“Desidero che Zorro sia il fondamento della mia vita, Bernardo. Mi dedicherò a combattere per la giustizia e ti invito ad accompagnarmi. Insieme ci moltiplicheremo per mille, confondendo i nostri nemici. Ci saranno due Zorro, tu ed io, ma nessuno li vedrà ma insieme.”
Il tono di Diego era talmente serio che quella vota Bernardo non ebbe la tentazione di rispondergli con un gesto scherzoso. Si rese conto che suo fratello ci aveva pensato a lungo, non si trattava di una reazione istintiva alla notizia della sorte di suo padre, lo provava il travestimento nero che aveva portato dal suo viaggio. Il giovane indio si tolse i pantaloni e con la medesima solennità di Diego iniziò a indossare a uno a uno tutti i capi fino a risultare una replica di Zorro. Allora Diego si tolse dalla cintola la spada comprata a Cuba e, prendendola con entrambe le mani, gliela consegnò.
“Giuro di difendere i deboli e di combattere per la giustizia!” esclamò Diego.
Bernardo ricevette l’arma e con un sussurro impercettibile ripete le parole del fratello.

Romanzo consigliatissimo sia per chi, come me, ama Zorro e la Allende, che per chi vuole fare una lettura, a mio avviso, coinvolgente.


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Casa editrice: Feltrinelli 
Lunghezza: 352 p.
Copertina Flessibile € 7,23
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