#gdli100libri – “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham

Kitty diede un grido sgomento.
“Cosa c’è?” chiese lui.
La stanza era al buio ma poté vederle la faccia stravolta dal terrore.
“Qualcuno ha tentato di aprire la porta”.
“Sarà stata la amah, o uno dei boy”.
“Non vengono mai a quest’ora. Sanno che dormo, dopo pranzo”.
“Chi altro poteva essere?”.
“Walter” bisbigliò lei con le labbra tremanti.
Gli indicò le scarpe. Egli cercò di mettersele, ma erano scarpe strette, e il nervosismo comunicatolo dall’agitazione di Kitty gli impacciava le dita. Con un ansito d’impazienza lei gli diede un calzatoio, e infilata la vestaglia andò a piedi nudi alla toeletta. Aveva i capelli tagliati a garçonne, e col pettine li riassettò prima che lui si fosse allacciato la seconda scappa. Gli porse la giacca.
“Come esco?”.
“Aspetta. Do un’occhiata fuori e ti dico se va bene”.
“Non può essere Walter. Non lascia il laboratorio prima delle cinque”.
“Chi, allora?”
Sussurravano, adesso. Kitty tremava. Gli balenò che in un’emergenza avrebbe perso la testa, e a un tratto si sentì in collerà con lei. Perché diavolo gli aveva detto che non c’era rischio, se c’era?

Il libro di maggio del gruppo di lettura I 100 libri di Dorfles è stato un romanzo che volevo leggere da tantissimo tempo: mi riferisco a Il velo dipinto di William Somerset Maugham, pubblicato per la prima volta in volume nel 1925, mentre dal 1924 al 1925 era stato pubblicato in forma seriale sulla rivista Cosmopolitan. Lo avevo conosciuto grazie al film del 2006 con Naomi Watts, di cui mi ero innamorata, e devo dire che questa è stata una delle poche volte in cui i due prodotti – libro e adattamento cinematografico – non hanno fatto la guerra l’uno con l’altro.

Kitty arrivò all’età di venticinque anni ancora nubile. Mrs Garstin era furiosa e spesso non esitava a dire alla figlia cose molto sgradevoli. Le domandava fino a quando contava di farsi mantenere dal padre. Questi aveva speso somme che mal poteva permettersi per darle una possibilità e lei non l’aveva colta.
Alla signora non veniva mai in mente che forse proprio la sua aggressiva affabilità aveva spaventato gli uomini, figli di padri ricchi o eredi di un titolo, le cui visite essa aveva troppo cordialmente incoraggiato. Attribuiva il fallimento di Kitty alla stupidità. Poi vi fu il debutto in società di Doris. Aveva ancora il naso lungo e un personale mediocre e ballava male. Nella sua prima stagione si fidanzò con Geoffrey Denninson, figlio unico di un illustre chirurgo creato baronetto durante la guerra. Geoffrey avrebbe ereditato il titolo – essere baronetto medico non è il massimo, ma un titolo, vivaddio, è sempre un titolo – e una cospicua fortuna.
Kitty, nel panico, sposò Walter Fane.

In Il velo dipinto Somerset ci racconta la storia di Kitty Garstin, una ragazza appartenente alla medio-alta borghese londinese, la quale a venticinque anni, di fronte all’imminente fidanzamento della sorella, decide d’impulso di sposarsi con Walter Fane, un giovane batteriologo che vive e lavora a Hong Kong. Una volta arrivata in Cina, Kitty si rende conto di aver sbagliato a sposare Fane, perché non lo ama, e una volta conosciuto Charles Townsend si innamora di lui e i due instaurano una relazione. Quando il marito scopre il tradimento, la pone di fronte a un ultimatum: o lo accompagna a Mei-tan-fu per far fronte ad una rischiosa epidemia di colera o lui chiederà il divorzio, sempre a patto che anche Townsend divorzi sua volta e la sposi immediatamente. Di fronte al rifiuto dell’amante di lasciare la moglie – comportamento del quale Walter era certo – Kitty è costretta a partire col marito. Ed è proprio in un paesino sperduto della Cina e distrutto dal colera che assistiamo all’evoluzione della protagonista e alla sua presa di coscienza di tutti gli errori commessi nella sua vita.

“Sai perché ti ho sposato?”
“Perché volevi sposarti prima di tua sorella Doris”.
Era vero, ma le fece un effetto curioso rendersi conto che lui lo sapeva. La mosse a compassione; strano a dirsi, in quel momento di paura e di collera. Walter accennò un sorriso.
“Su di te non mi facevi illusioni” disse. “Sapevo che eri sciocca e frivola e una testa vuota. Ma ti amavo. Sapevo che le tue aspirazioni e i tuoi ideali erano banali e volgari. Ma ti amavo. Sapevo che eri una banale di second’ordine. Ma ti amavo. Mi vien da ridere se penso con quanto impegno cercavo di divertirmi alle cose che ti divertivano, quanto mi premeva nasconderti che non ero ignorante, volgare, pettegolo e stupido. Sapevo come avevi paura dell’intelligenza e cercavo in tutti i modi di farti credere che ero sciocco come gli altri uomini di tua conoscenza. Sapevo che mi avevi sposato solo per convenienza. Non mi importava, ti amavo tanto. Molta gente, a quel che vedo, se è innamorata senza essere ricambiata pensa di subire un torto. Si arrabbia, prova rancore. Io non ero così. Non ho mai preteso che tu mi amassi, non vedevo motivo perché tu dovessi amarmi, non mi ritenevo molto amabile. Ero grato che mi fosse concesso di amarti e andavo in estati se ogni tanto mi pareva che tu fossi contenta di me o se notavo nei tuoi occhi un barlume di benevolo affetto. Cercavo di non annoiarti col mio amore, sapevo di non potermelo permettere e stavo sempre attento al tuo primo segno di insofferenza. Quello che i mariti di solito pretendono come un diritto io ero disposto a riceverlo come un favore”.

Si svegliò con un sussulto.
Il bungalow si trovava a mezza costa di una ripida collina, e dalla finestra vide il fiume angusto sotto di sé e là di fronte la città. L’alba era appena spuntata e dal fiume saliva una nebbiolina bianca che velava le giunche ormeggiate l’una vicina all’altra, come piselli nel guscio. Ve n’erano centinaia, ed erano silenziose, misteriose in quella luce spettrale, e avevi la sensazione ce gli equipaggi fossero sotto un incantesimo, perché non sembrava il sonno, ma qualcosa di strano e terribile a tenerli così muti e sospesi.
Il mattino avanzò e la bruma toccata dal sole brillò del niveo biancore di un astro morente. Sul fiume la luce lasciava discernere debolmente le file di giunche assiepate e la fitta foresta dell’alberatura, ma là di fronte c’era ancora una muraglia luminosa che l’occhio non riusciva a penetrare. A un tratto da quella nube candida emerse, poderoso, un alto bastione. Sembrava che non fosse il sole rivelatore a renderlo visibile, bensì che sorgesse dal nulla al tocco di una bacchetta magica. Torreggiava sul fiume, roccaforte di una gente barbara e crudele. Ma il mago lavorava rapidamente, e ora un frammento di muro colorato coronò il bastione; in un momento grandeggiante dalla nebbia e toccato qua e là da un raggio dorato di sole, apparve uno sciame di tetti verdi e gialli. Parevano enormi, e non si distingueva un disegno; l’ordine, se un ordine c’era, sfuggiva; capriccioso, bizzarro, ma di una magnificenza inimmaginabile. Quell’edificio non era una fortezza né un tempio, era il palazzo incantato di un imperatore degli dèi, dove nessun uomo poteva metter piede. Era troppo aereo, fantastico e immateriale per essere opera di mani umane; era il tessuto di un sogno.
La faccia di Kitty si bagnò di lacrime; guardava rapita, le mani strette al petto, la bocca semiaperta perché le mancava il respiro. Non si era mai sentita il cuore così leggero, e le sembrava che il corpo fosse una guaina giacente ai suoi piedi e lei puro spirito. Vedeva la Bellezza. La accolse come il credente accoglie nella bocca l’ostia che è Dio.

Ho divorato questo libro  in un modo che non mi capitava da un pò e ci ho trovato una storia veramente bella ma per niente scontata, che ha il suo fulcro negli opposti rappresentati da Kitty e Walter lei così frivola e sognatrice, spesso superficiale, e lui così concreto e intelligente. Tra i due c’è solo un convivere solitario, che riflette un rispettare gli obblighi coniugali più che un qualche tipo sentimento. Non c’è amore tra i due, ma solo tolleranza, a tratti confronto e compagnia, in altri risentimento e ripicche. E questo è profondamente triste ma tremendamente reale, irrimediabilmente necessario. Ciò che accomuna Kitty e Walter, a un certo punto, è l’assoluta lucidità e franchezza con cui guardano alla vita e al loro matrimonio, perché, di fronte al tradimento, alla malattia e a tutto ciò che questa ha comportato, all’isolamento in cui sono costretti a Mei-fan-fu, si sono spogliati delle mille illusioni che fino a quel momento li tenevano in piedi e si sono guardati in faccia andando oltre le apparenze.

“Ho pensato molto da quando siamo qui. Ti va di ascoltare cosa ho da dire?”.
“Certamente”.
“Ti ho trattato molto male. Ti sono stata infedele”.
Walter non mosse un muscolo. La sua immobilità era terrificante.
“Non so se capirai quello che voglio dire. Cose del genere per una donna non contano molto, una volta finite. Penso che le donne non abbiano mai ben compreso il modo di reagire degli uomini”. Parlava a strappi, con una voce che avrebbe stentato a riconoscere per sua. “Tu sapevi che uomo era Charlie e sapevi cosa avrebbe fatto. Bè, avevi ragione. E’ una persona che non vale niente. Immagino che non me ne sarei innamorata se non fossi stata dappoco come lui. Non ti chiedo di perdonarmi. Non ti chiedo di amarmi come mi amavi. Ma non potremmo essere amici? Con tutta questa gente che ci muore intorno a migliaia, e con quelle suore nel convento…“.
“Loro cosa c’entrano?” interruppe lui.
“Non lo so spiegare. Ho avuto una sensazione così singolare andando là. Sono cose talmente importanti. E tutto così terribile e la loro abnegazione è così meravigliosa. Mi pare assurdo e sproporzionato, se capisci cosa voglio dire, che tu ti affliggi perché una stupida donna ti è stata infedele. Sono troppo da nulla e insignificante perché tu stia a pensare a me“.
Walter non rispose, ma non si mosse; parve aspettare che lei continuasse.
“Mr Waddington e le suore mi hanno detto di te cose così belle. Sono molto orgogliosa, Walter”.
“Una volta non lo eri, per me provavi disprezzo. Non ancora così?”.
“Non lo sai che di te ho paura?”.
Di nuovo lui tacque.
“Non ti capisco” disse infine. “Non so cos’è che vuoi”.
“Per me niente. Voglio solo che tu sia un pò meno infelice”.

Nella sua voce c’era stanchezza. Kitty cominciava a irritarsi con lui. Perché non capiva quello ce a un tratto le era divenuto chiaro: che accanto all’ombra della morte che si stendeva su di loro, accanto alla bellezza che lei quel giorno aveva intravista, le loro erano futili questioni? Cosa davvero importava se una stupida donna aveva commesso adulterio, e perché suo marito, al cospetto del sublime, se ne dava pensiero? Era strano che Walter, con tutta la sua intelligenza, avesse un così scarso senso delle proporzioni. Sì, aveva vestito una bambola di abiti sfarzosi e l’aveva messa su un altare per adornarla, e poi aveva scoperto che la bambola era piena di segatura; per questo, non riusciva a perdonare sé stesso né lei. La sua anima era lacerata. Aveva vissuto in una finzione, e quando la verità l’aveva mandata in pezzi gli era parso che andasse in pezzi la realtà stessa. Era proprio così, non la perdonava perché non poteva perdonare sè stesso.

E’ in questo confronto che sta il nodo del romanzo, perché sono le difficoltà che i due protagonisti incontrano – ossia l’adulterio, l’epidemia e l’isolamento forzato – a diventare occasione di riscatto e di cambiamento profondo per Kitty, la quale torna indietro irrimediabilmente cambiata. La sua evoluzione psicologica è, d’altronde, dovuta a diversi elementi, perché se l’incontro con le suore e il lavorare al loro fianco le ha permesso di rendersi conto di quanto frivola e vuota sia stata la sua vita fino a quel momento, sono però la malattia e la morte a spingerla a guardare alla sua vita da una prospettiva nuova. Ed ecco che tutto acquista un significato diverso, più profondo proprio perché il nostro stesso esistere si rivela fugace, effimero, invisibile ai più. In quest’idea, ossia nel fatto di guardare al mondo con occhi diversi a causa delle disgrazie che vediamo intorno a noi e che a volte toccano la nostra vita, mi ci sono molto ritrovata. Quante volte diamo peso a cose che di fatto non ne hanno? Quante volte ci lamentiamo per cose che diamo per scontate ma che invece hanno un valore enorme? Quante volte diciamo che la felicità sta nelle piccole cose ma poi neanche stiamo a guardarle? E allora, mi sono chiesta, quali sono le cose veramente importanti? E perché, pur conoscendole, non sappiamo vederle?

Sedettero sui gradini di un tempietto (quattro colonne laccate e un alto tetto di tegole sotto cui pendeva una campana di bronzo) e guardarono il fiume fluire pigro e tortuoso verso la città infetta. Si vedevano le sue mura merlate, e il caldo che la sovrastava come una coltre funebre. Il fiume, invece, pur nella sua lentezza, aveva un barlume di movimento e dava un senso malinconico della fugacità delle cose. Tutto passava, e quale traccia restava del passaggio? Sembrava a Kitty che tutti loro, il genere umano, fossero come le gocce d’acqua di quel fiume e corressero, flutto anonimo, al mare, ognuno così vicino all’altro e tuttavia così separato. Poiché le cose duravano un tempo così breve e niente contava granché, era triste che gli uomini, annettendo un’importanza assurda a cose insignificanti, rendessero sé stessi e gli altri tanto infelici.

E’ questo il motivo per cui, pur non condividendo i comportamenti di Kitty, ho compreso i suoi pensieri e mi sono persa in questo romanzo. Perché attraverso di lei, attraverso le sue vicende e la sua solitudine, attraverso questa storia, mi sono resa conto di quanto sciocchi siamo noi tutti per la maggior parte del tempo, semplicemente perché non sappiamo – o non vogliamo – andare oltre agli errori, alle apparenze, alle frivolezze. Solo facendolo potremmo alzare il velo dipinto e scorgere la vera bellezza della vita. E’ solo un attimo, ma ne vale la pena.

“Ho idea che la sola cosa che ci permette di guardare senza disgusto il mondo in cui viviamo sia la bellezza che gli uomini di tanto in tanto creano nel caos. I quadri che dipingono, la musica che compongono, i libri che scrivono, la vita che vivono. Fra tutte, la cosa più ricca di bellezza è una vita bella. E’ questa l’opera d’arte più perfetta”.

In Il velo dipinto di William Somerset Maugham pensavo di trovare una storia d’amore e invece ho trovato molto di più. E il bello è che più ci penso e più mi vengono nuovi spunti di riflessione.  Mi piacerebbe molto conoscere i vostri.

Il passato era finito; che i morti seppellissero i morti. Era un cinismo spaventoso, il suo? Sperava con tutti il cuore di aver imparato la compassione e la carità. Non poteva sapere che cosa il futuro avesse in serbo per lei, ma sentiva in sè la forza di accattare l’avvenire, qualche che fosse, in letizia di spirito. A un tratto, senza che sapesse perché, dalle profondità del suo inconscio sorse una reminiscenza del viaggio che avevano fatto, lei e il povero Walter, verso la città ammalata. Una mattina era partiti nelle loro portantine quando era ancora buio, e allo spuntare del giorno lei aveva indovinato, più che visto, una scena di così prodigiosa bellezza che per un breve periodo l’angoscia del suo cuore ne fu placata, e le tribolazioni umane parvero ridursi all’insignificanza. Il sole si levò, dissipando la nebbia, e lei vide, serpeggiante a perdita d’occhio tra i campi di riso, attraverso un fiumicello e le morbide curve della campagna, il cammino che avrebbero seguito. Forse le sue colpe e le sue stoltezze, l’infelicità che aveva patito, non erano state del tutto vane se lei fosse riuscita a seguire il cammino che ora intravedeva confusamente davanti a sè; non il cammino di cui le aveva parlato quel buffo e buon Waddington, e che non portava da nessuna parte, ma il cammino seguito così umilmente dalle care suore del convento, il cammino che portava alla pace.


Vi annuncio che la lettura di giugno sarà Siddharta di Hermann Hesse, che leggeremo insieme dal 1 al 30 giugno.


Il velo dipinto di W. Somerset Maugham

Casa editrice: Adelphi
Lunghezza: 234 p.   
Formato Kindle: € 4,99
Copertina Flessibile: € 7,50
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6 pensieri su “#gdli100libri – “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham

  1. Sabrina ha detto:

    Devo leggerlo, basta. In wishlist da una vita dopo aver amato il film!
    Bella recensione – ho saltato le citazioni perché non voglio ‘anticiparmi’ nulla dello stile di questo scrittore -.

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