#gdli100libri – “Siddhartha” di Hermann Hesse

Nell’ombra della casa, sulle rive soleggiate del fiume presso le barche, nell’ombra del bosco di sal, all’ombra del fico crebbe Siddhartha, il bel figlio del brahmano, il giovane falco, insieme all’amico suo, Govinda, anch’egli figlio di brahmano. Sulla riva del fiume, nei bagni, nelle sacre abluzioni, nei sacrifici votivi il sole bruniva le sue spalle lucenti. Ombre attraversavano i suoi occhi neri nel boschetto di mango, durante i giochi infantili, al canto di sua madre, durante i santi sacrifici, alle lezioni di suo padre, così dotto, durante le conversazioni dei saggi. Già da tempo Siddhartha prendeva parte alle conversazioni dei saggi, si esercitava con Govinda nell’arte oratoria, nonché nell’esercizio delle facoltà di osservazione e nella pratica della concentrazione interiore. Già egli sapeva come si pronuncia impercettibilmente l’Om, la parola suprema, sapeva assorbirla in se stesso pronunciandola silenziosamente nell’atto di inspirare, sapeva emetterla silenziosamente nell’atto di espirare, con l’anima raccolta, la fronte raggiante dello splendore che emana da uno spirito luminoso. Già egli sapeva, nelle profondità del proprio essere, riconoscere l’Atam, indistruttibile, uno con la totalità del mondo.

La lettura di giugno del gruppo I 100 libri di Dorfles è stato Siddhartha di Hermann Hesse, libro che conoscevo ma che – ahimè – non avevo mai letto. Pubblicato nel 1922, si tratta di un libro dalle molteplici interpretazioni, il quale non ha importanza come viene considerato, perché che sia pensato come un romanzo filosofico, un poema lirico ed epico o un romanzo di formazione, vi colpirà sempre esattamente allo stesso modo.

Siddhartha aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva cominciato a sentire che l’amore di suo padre e di sua madre, e anche l’amore dell’amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l’avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati. Aveva cominciato a sospettare che il suo degnissimo padre e gli altri suoi maestri, cioè i saggi brahmani, gli avessero già impartito il più e il meglio della loro saggezza, avessero già versato interamente i loro vasi pieni nel suo recipiente in attesa, ma queste recipiente non s’era riempito, lo spirito non era soddisfatto, l’anime non era tranquilla, non placato il cuore.

Questo romanzo è il racconto della vita di Siddhartha, un giovane indiano alla ricerca della sua strada. Nato e cresciuto tra i brahmani, dai quali apprende e fa propria la dottrina, decide di partire perché sente dentro di sé un’inquietudine e una sete di conoscenza che quel mondo non può più soddisfare. Inizialmente diventa un Samana (gruppo di asceti che vivono con nulla e imparano a immedesimarsi in ogni cosa, elevandosi così dalla propria condizione di uomini nel tentativo di comprendere e conoscere il mondo), poi fa la conoscenza del Buddha Gotama (il quale si dice abbia raggiunto il nirvana e non rientrerà più nel ciclo delle rinascite) ed infine si immerge nel mondo degli uomini grazie all’incontro con Kamala (colei che gli insegnerà cos’è l’amore) e il commerciante Kamaswami, dove però, di fronte alla consapevolezza di aver fatto propri solo i difetti degli uomini, decide di partire nuovamente per riconnettersi con quella sete di conoscenza che ha sempre indirizzato la sua vita. Ed è proprio grazie all’ultimo incontro e all’ultima esperienza di vita che Siddhartha troverà finalmente la pace e quella conoscenza a cui aveva sempre aspirato. Incontra il barcaiolo Vasudeva, uomo semplice presso il quale si ferma a vivere per il resto dei suoi giorni, che gli insegna ad ascoltare il fiume e ad apprendere i suoi insegnamenti. Qui, a contatto con la natura e con la scoperta di avere un figlio che porta il suo stesso nome, Siddhartha trova l’illuminazione, coglie l’essenza stessa della vita e diventa egli stesso un Buddha, avendo raggiunto il nirvana in vita.

Singolare fu in verità la mia vita – pensava –  singolari deviazioni ha preso. Ragazzo, non ho avuto a che fare se non con dèi e sacrifici. Giovane, non ho avuto a che fare se non con ascesi, meditazione e concentrazione, sempre in cerca del Brahman, sempre intento a venerare l’eterno nell’Atman. Ma quando fui un giovanotto mi riunii ai penitenti, vissi nella foresta, soffersi il caldo e il gelo, appresi a sopportare la fame, insegnai al mio corpo come morire. Meravigliosa mi giunse allora la rivelazione attraverso la dottrina del grande Buddha, e sentii la conoscenza dell’unità del mondo circolare in me come il mio stesso sangue. Ma anche da Buddha e dalla grande conoscenza mi dovetti staccare. Me ne andai, e appresi da Kamala la gioia d’amore, appresi da Kamaswami il commercio, accumulai denaro, dissipai denaro, appresi ad amare il mio stomaco, a lusingare i miei sensi. Molti anni dovetti impiegare per perdere lo spirito, disapprendere il pensiero, dimenticare l’unità. Non è forse come se lentamente e per lunghe deviazioni io mi fossi rifatto, d’uomo, bambino, di saggio che ero, un uomo puerile? Eppure è stata assai buona questa via, e l’usignolo non è ancor morto nel mio petto. Ma che via fu questa! Son dovuto passare attraverso tanta sciocchezza, tanto vizio, tanto errore, tanto disgusto e delusione e dolore, solo per ridiventare bambino e poter ricominciare da capo. Ma è stato giusto, il mio cuore lo approva, gli occhi miei ne ridono. Ho dovuto provare la disperazione, ho dovuto abbassarmi fino al più stolto di tutti i pensieri, al pensiero del suicidio, per poter rivivere la grazia, per riapprendere l’Om, per poter di nuovo dormire tranquillo e risvegliarmi sereno. Ho dovuto essere un pazzo, per sentire di nuovo in me l’Atman. Ho dovuto peccare per poter rivivere. Dove può ancora condurmi il mio cammino? Stolto è questo cammino, va descrivendo curve, forse va in cerchio. Ma vada come vuole, io son contento di seguirlo.

Come dicevo, in questo libro si possono vedere tante cose e ognuna di queste ha il suo perché. Molto importante è la veste filosofica di Siddhartha e in particolare i riferimenti alle dottrine di Schopenhauer, Bergson e Nietzsche, che fanno da sfondo alla storia. Tuttavia credo che questo sia un discorso veramente complesso e che può essere intrapreso – e compreso – solo da chi ne ha le competenze. Questo è il motivo per cui mi piace di più definire questo libro un romanzo di formazione, nel quale si racconta la crescita di un individuo, la ricerca del suo posto nel mondo, i mille tentativi per trovare la propria felicità. D’altronde è proprio questa sua interpretazione ad aver fatto di Siddhartha il simbolo di diverse generazioni, tutte accomunate da quell’irrefrenabile voglia di crescere, quell’inquietudine e quell’ansia di vivere e della ricerca di sé tipiche della giovinezza. Un altro aspetto molto importante di questo libro, che a me ha colpito molto, è stato la scoperta del mondo orientale e indiano, che non conoscevo affatto e che mi affascina da sempre.

Ora Siddhartha intuì pure perché da bramano, da penitente, avesse invano lottato col proprio Io. Troppa scienza l’aveva impacciato, troppi sacri versetti, troppe regole per i sacrifici, trova mortificazione, troppo affanno di azione! Pieno d’orgoglio era stato, sempre il più intelligente, sempre il più diligente, sempre di un passo davanti agli altri, sempre lui a sapere, sempre lui a vivere nello spirito, sempre lui il sacerdote o il saggio. In questo sacerdozio, in questo orgoglio, in questa spiritualità, s’era annidato il suo Io, là stava ben saldo e prosperava, mentre egli credeva d’ucciderlo con digiuni e penitenza. Ora se ne accorgeva, ora vedeva che la voce serate aveva avuto ragione, che nessun maestro mai lo avrebbe potuto liberare. Per questo aveva dovuto scendere nel mondo, perdersi nel piacere e nel potere, nelle donne e nel denaro, aveva dovuto diventare un mercante, un giocatore di dadi, un beone e un avaro, finché il sacerdote e il samana in lui fossero morti. Per questo aveva dovuto continuare a sopportare quegli anni odiosi, sopportare il disgusto, il vuoto, l’insensatezza d’una vita squallida e perduta, fino al fondo, fino all’amarezza della disperazione, finché anche Siddhartha il gaudente, anche Siddhartha l’avido, potesse morire. Adesso era morto, un nuovo Siddhartha s’era ridestato da quel sonno. Anch’egli sarebbe invecchiato, anch’egli un giorno avrebbe dovuto morire; Siddhartha era caduco, caduca ogni forma. Ma oggi egli era giovane, era un bambino, il nuovo Siddhartha, ed era pieno di gioia.

Formidabile, poi, è il carisma di Siddhartha, il suo coraggio di ricominciare e rimettersi continuamente in discussione, di andare oltre le proprie conoscenze e il proprio mondo. Il percorso che intraprende il protagonista, volto alla ricerca della saggezza e dell’unità del mondo, non è per nulla facile, perché ogni cambio di rotta si porta dietro lo stesso presupposto, ossia mettere in discussione tutto ciò che si è appreso fino a quel momento, accogliere il cambiamento e non avere paura di perdersi. La scoperta che fa Siddhartha, dopo tanto girovagare, è che quello che sta cercando da una vita ha sempre vissuto dentro di lui ma che non avrebbe potuto raggiungerlo se non facendo un’esperienza totale – e totalizzante – del mondo, ossia viaggiando e sbagliando, conoscendo persone, diventando peccatore, immergendosi nella natura, scoprendo l’amore e incontrando suo figlio. Ogni passo ha contribuito a condurlo alla sua meta.

Lentamente fioriva, lentamente maturava in Siddhartha il riconoscimento, la consapevolezza di che cosa fosse davvero la saggezza, quale la meta del suo lungo cercare. Non era nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di saper pensare in qualunque istante, nel pieno della vita, il pensiero dell’unità, di saper sentire e respirare l’unità. Lentamente questo fioriva in lui, gli raggiava incontro dal vecchio volto infantile di Vasudeva: armonia, consapevolezza dell’eterna perfezine del mondo, sorriso, unità.

Ho amato questo libro al punto da centellinare le pagine da leggere per evitare che finisse subito, ma soprattutto ho trovato strabiliante la sua modernità – nonostante sia stato scritto ad inizio del Novecento – e la sua capacità di dare voce a tante generazioni, tutte diverse l’una dall’altra.

Ascoltarono. Lieve si levava il canto del fiume dalle molte voci. Siddhartha guardò nell’acqua e nell’acqua che scorreva gli apparvero immagini: apparve suo padre, solo, afflitto dal figliolo; egli stesso apparve, solo, anch’egli avvinto al figliolo lontano dai legami della nostalgia; apparve suo figlio, altrettanto solo, avido ragazzo sfrenato sulla strada ardente dei suoi giovani desideri, ognuno teso alla propria meta, ognuno dalla meta ossessionato, ognuno in preda alla sofferenza. Il fiume cantava con voce dolorosa, con desiderio, e con desiderio scorreva verso la sua meta, la sua voce suonava come un lamento.
“Odi?” chiese lo sguardo silenzioso di Vasudeva.
Siddhartha annuì.
“Ascolta meglio!” sussurrò Vasudeva.
Siddhartha si sforzò d’ascoltare meglio. L’immagine del padre, la sua propria immagine, l’immagino del figlio si mescolarono l’una nell’altra, anche l’immagine di Kamala apparve e sparì, e così l’immagina di Govinda, e altre ancora, e tutte si mescolarono insieme, tutte si tramutarono in fiume, tutte fluirono come un fiume verso la meta, bramose, avide, sofferenti, e la voce del fiume suonava piena di nostalgia, piena di ardente dolore, d’insaziabile desiderio. Il fiume tendeva alla meta, Siddhartha lo vedeva affrettarsi, quel fiume che era fatto di lui e dei suoi e di tutti gli uomini che egli avesse mai visto, tutte le onde, tutta quell’acqua si affrettavano, soffrendo, verso le loro mete. Molte mete: la cascata, il lago, le rapide, il mare, e tutte le mete venivano raggiunte, e a ogni meta una nuova ne seguiva, e dall’acqua si generava vapore e saliva in cielo, diventava pioggia e precipitava giù dal cielo, diventava fonte, ruscello, fiume, e di nuovo riprendeva il suo cammino, di nuovo cominciava a fluire. Ma l’avida voce era mutata. Ancora suonava piena d’ansia e d’affanno, ma altre voci si univano a lei, voci di gioia e di dolore, voci buone e cattive, sorridenti e tristi, cento voci, mille voci.
Siddhartha ascoltava. Era adesso tutt’orecchi, interamente immerso nell’ascolto, totalmente vuoto, totalmente disposto ad assorbire; sentiva che ora aveva appreso sino in fondo l’arte dell’ascolto. Spesso aveva già ascoltato tutto ciò, queste mille voci nel fiume; ma oggi tutto ciò aveva un suono nuovo. Ecco che più non riusciva a distinguere le molte voci, le allegre da quelle in pianto, le infantili da quelle virili, tutte erano connesse, lamenti di desiderio e risa del saggio, grida di collera e gemiti di morenti, tutto era una cosa sola, tutto era mescolato e intrecciato, in mille modi contesto. E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita. E se Siddhartha ascoltava attentamente questo fiume, queso canto dalle mille voci, se non porgeva ascolto né al dolore né al riso, se non legava la propria anima a una di quelle voci e se non s’impersonava in essa col proprio Io, ma tutte le udiva, percepiva il Tutto, l’Unità, allora il grande canto delle mille voci consisteva di un’unica parola, e questa parola era Om: la perfezione.
“Senti?” chiese di nuovo lo sguardo di Vasudeva.
Chiaro splendeva il sorriso di Vasudeva, sopra tutte le rughe del suo vecchio volto aleggiava luminoso, così come l’Om si librava su tutte le voci del fiume. Chiaro splendeva il suo sorriso quando guardò l’amico, e chiaro splendeva ora lo stesso sorriso anche sul volto di Siddhartha. La sua ferita fioriva, il suo dolce spandeva raggi, il suo Io era confluito nell’Unità.
In quell’ora Siddhartha cessò di lottare contro il destino, in quell’ora cessò di soffrire. Sul suo volto fioriva la serenità del sapere, cui più non contrasta alcuna volontà, il sapere che conosce la perfezione, che è in accordo con il fiume del divenire, con la corrente della vita, un sapere che è pieno di compassione e di simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente all’Unità.

Colgo l’occasione per ricordarvi che I 100 libri di Dorfles va in vacanza!
Ci vediamo a settembre con la scelta del nuovo titolo da leggere!


Siddharta di Hermann Hesse

Casa editrice: Adelphi
Lunghezza: 180p.
Formato Kindle: € 4,99 
Copertina Rigida: € 7,90
Copertina Flessibile: € 10,20
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