“L’isola sotto il mare” di Isabel Allende




Nei miei quarant’anni io, Zaritè Sedella, ho avuto miglior fortuna di altre schiave. Vivrò a lungo e la mia vecchiaia sarà gioiosa, perché la mia stella – la mia z’étoile – brilla anche quando la notte è nuvolosa. Conosco il piacere di stare con l’uomo scelto dal mio cuore quando le sue grandi mani mi risvegliano la pelle. Ho avuto quattro figli e un nipote e quelli che sono vivi, sono liberi. Il mio primo ricordo della felicità, quando ero una mocciosa tutta ossa e dai capelli arruffati, è muovermi al ritmo dei tamburi, e questa è anche la mia più recente felicità, perché eri sera sono stata nella piazza del Congo a ballare e ballare, senza pensieri nella testa, e oggi il mio corpo è caldo e stanco. La musica è un vento che si trascina via gli anni, i ricordi e la paura, quell’animale acquattato che mi porto dentro. Con i tamburi scompare la Zaritè di tutti i giorni e torno a essere la bambina che danzava quando a malapena sapeva camminare. Pesto per terra la pianta dei piedi e la vita mi sale lungo le gambe, percorre lo scheletro, si impossessa di me, mi libera dall’inquietudine e mi addolcisce la memoria. Il mondo rabbrividisce. Il ritmo nasce nell’isola sotto il mare, scuote la terra, mi attraversa come un lampo e se ne va in cielo portandosi via le mie pene affinché Papa Bondye le mastichi, le ingoi per lasciarmi pulita e appagata. I tamburi vincono la paura.

L’isola sotto il mare di Isabel Allende, pubblicato nel 2009, è un libro stupendo che potrebbe essere definito un romanzo storico. Qui l’autrice affronta il tema della schiavitù e ne racconta l’evoluzione attraverso la storia di Zaritè Sedella, schiave nera comprata all’età di nove anni da Toulouse Valmorain, proprietario terriero della tenuta Saunt-Lazare a Santo Domingo (la Haiti di oggi). La Allende racconta della protagonista e di tutti i personaggi che incontra lungo il suo cammino, del desiderio della libertà e della paura costante, dei soprusi subiti e delle condizioni di vita degli schiavi, della rivolta e della nuova vita in Louisiana, delle seconde possibilità e delle differenze sociali – e non solo.

“Gli africani sono molto suggestionabili.”
“E anche i bianchi. Sua moglie, senza andare troppo lontano…”
“C’è una differenza fondamentale tra un africano e mia moglie, per quanto pazza sia, dottore! Non penserà che i neri siano come noi, vero?” lo interruppe Valmorain.
“Dal punto di vista biologico è evidente che lo sono.”
“Si vede che lei ha molto poco a che fare con loro. I neri hanno la costituzione adatta per i lavori pesanti, sentono meno il dolore e la fatica, il loro cervello è limitato, non sanno discernere, sono violenti, disordinati, pigri, sono privi di ambizione e di sentimenti nobili.”
“Si potrebbe dire lo stesso di un bianco abbrutito dalla schiavitù, monsieur.”
“Che ragionamento assurdo!” sorrise l’altro, sdegnoso. “I neri hanno bisogno del pugno di ferro. E sia chiaro che mi riferisco alla fermezza, non alla brutalità.”
“Non esistono mezzi termini. Una volta accettato il concetto stesso di schiavitù, il trattamento non ha molta importanza” ribatté il medico.
“Non sono d’accordo. La schiavitù è un male necessario, l’unico sistema per dirigere una piantagione, che si può tuttavia praticare in modo umano.”
“Non può essere umano possedere e sfruttare un’altra persona” replicò Parmentier.
“Non ha mai avuto uno schiavo, dottore?
“No. E non lo avrò neanche in futuro.”
“Mi congratulo. Lei ha la fortuna di non essere un piantatore” disse Valmorain.

Ho adorato questo romanzo – per me alla seconda lettura – per diversi motivi. Innanzitutto perché, ancora una volta, sono presenti tutte le caratteristiche narrative che fanno della Allende la mia scrittrice preferita. Ma ciò che qui mi ha particolarmente colpita è il contesto storico. Non avevo mai letto nulla che parla di schiavitù e questo romanzo lo fa con un’estrema delicatezza eppure al tempo stesso andando fino in fondo. La colonizzazione di Santo Domingo, la Rivoluzione Francese, la rivolta degli schiavi, l’indipendenza di Haiti: tutto viene raccontato da un punto di vista interno. In questo modo il lettore ha la sensazione di essere lì, di assistere a quegli avvenimenti, di essere Tetè, di avere la sua dignità – di donna e di essere umano – e di non desiderare altro se non la propria libertà e quella di sua figlia.

Nell’incertezza di quell’epoca le regole si allentarono e le distanze si accorciarono. Valmorain si abituò alla presenza di Rosette e finì per tollerare la familiarità con lei, che non lo chiamava padrone, ma monsieur, pronunciato come un miagolio. “Quando sarò grande mi sposerò con Rosette” diceva Maurice. Ci sarebbe stato tempo più avanti per mettere le cose a posto pensava suo padre. Tetè cercò di inculcare nei bambini la differenza fondamentale tra loro: Maurice aveva privilegi negati a Rosette, come entrare in una stanza senza permesso o sedersi sulle ginocchia del padrone senza che gli fosse chiesto. Il bambino era nell’età giusta per chiedere spiegazioni e Tetè rispondeva sempre alle sue domande con la verità. “Perché sei figlio legittimo del padrone, sei maschio, bianco, libero e ricco, mentre Rosette no.” Lungi dal soddisfarlo, queste parole provocavano in Maurice attacchi di pianto. “Perché? Perché?” ripeteva tra i singhiozzi. “Perché la maledetta vita è così bambino mio. Vieni qui che ti pulisco il moccio” replicava Tetè.

Il tutto è condito da personaggi spesso fuori dal comune ma assolutamente necessari. Ognuno di loro ha una storia personale ben precisa, che diventa esplicativa di tutti i passi compiuti e di tutte le scelte fatte. Particolarmente interessanti sono Tetè e Maurice, destinati ad essere profondamente diversi eppure uniti dalla vita in maniera indissolubile. Il figlio di Valmorain, padrone di Tetè, non potrebbe essere più diverso dal padre: nutre per quella donna tutto quell’affetto e tutta quella gratitudine che il padre non è mai stato capace di provare per nessuno, non condivide la necessità della schiavitù, ama una donna da sempre, non si piega al volere degli altri, non è avaro. Maurice è tutto ciò che il padre non ha avuto il coraggio di essere ed è questo, forse, il motivo per il quale è uno dei personaggi a cui mi sono più affezionata.

“Puoi chiedere a Toledano che molli gli ormeggi, diriga la sua nave qualche miglia al largo e sposi questi ragazzi?”
In questo modo, quattro ore più tardi, a bordo di una malandata goletta che batteva bandiera spagnola, il capitano Romeiro Toledano, un omino che misurava meno di sette palmi, ma che compensava l’indegnità della sua taglia ridotta con una barba nera che a malapena lasciava in vista gli occhi, sposò Rosette Sedella e Maurice Valmorain. Furono testimoni Zacharie, con il vestito della festa ma ancora con le unghie sporche, e Fleur Hirondelle, che per l’occasione indossò una casacca di seta a una collana di denti di orso. Mentre Zaritè si asciugava le lacrime, Maurice si tolse la medaglia d’oro di sua madre, che portava sempre, e la mise al collo di Rosette. Fleur Hirondelle servì coppe di champagne e Zacherie fece un brindisi per “questa coppia che simboleggia il futuro, quando le razze saranno mescolate e tutti gli esseri umani saranno liberi e uguali davanti alla legge”. Maurice, che aveva udito spesso le stesse parole dal professor Cobb e che con il tifo era diventato molto sentimentale, fece un lungo e profondo singhiozzo.

Romanzo assolutamente consigliato, sia per gli amanti della Allende e del suo stile, ma anche per chi, come me, attraverso i romanzi ama scoprire cose nuove, come pezzi di storia che non conosceva bene.


L’isola sotto il mare di Isabel Allende

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza: 426 p.     
Formato Kindle: € 6,99      
Copertina Rigida: € 4,90
Copertina Flessibile: € 8,50
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