“L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.

Inizia così L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, romanzo che ho scoperto casualmente grazie alla cantautrice Levante, la quale ne ha parlato in modo tale da convincermi che avrebbe potuto fare per me. Si tratta di un romanzo postumo di una scrittrice che – mea cupla – non conoscevo, pubblicato per la prima volta nel 1998 dopo numerosi e ripetuti rifiuti. E’, dunque, un romanzo che ha avuto una storia editoriale complicata ma che oggi, insieme alla sua autrice, sta subendo un processo di rivalutazione e devo ammettere che – nonostante alcuni momenti di perplessità  –  non faccio fatica a capirne il perché.

Non avevo rimpianti. Dalle labbra rosee e tenere di madre Leonora – a volte mi permetteva di toccargliele – seppi tante parole nuove e belle che nei primi tempi, a furia di stare attenta per acchiapparle, mi girava la testa e mi mancava il fiato. Anche domani mattina chissà quante ne avrei imparate… Devo dormire, così viene presto la luce. E con la luce, in quella stanza tappezzata di credenze alte fino al soffitto, con i vetri così puliti da sembrare che non ci fossero, madre Leonora avrebbe cominciato a parlare, dritta, con la bacchetta in mano davano a quelle credenze immense. Solo che invece delle tazze e piatti e bicchieri, come in quella della mamma, le credenze di madre Leonora erano piene di libri. E quei libri erano pieni di tutte quelle parole e storie che madre Leonora mi insegnava. Chissà se li avrei letti tutti?

Ma di cosa si tratta? Innanzitutto possiamo dire che L’arte della gioia oscilla tra due generi, quello della biografia e quello dell’autobiografia, perché l’intera narrazione ha diversi narratori – e di conseguenza diversi registri linguistici. Principalmente, dunque, si tratta del racconto della vita di Modesta. Una vita che si scosta molto da quello che ci si aspetta da una donna nata nel 1900 in Sicilia. Modesta è scaltra e senza scrupoli, ambiziosa e determinata, intelligente e moderna. Modesta è, in una parola, libera e la sua vita è interamente volta alla ricerca della libertà. Libertà che la protagonista cerca in ogni ambito, senza paura dei pregiudizi e delle chiacchiere, senza paura di offendere chi la circonda, che si tratti dei figli o di comuni sconosciuti: Modesta è libera nel momento in cui decide di vivere liberamente i suoi sentimenti – sposata ad un uomo affetto dalla sindrome Down per assicurarsi una stabilità economica, vive diverse relazioni amorose con intensità e coinvolgimento, senza mai risparmiarsi -, quando decide di rischiare la prigione – esperienza che poi si ritroverà a vivere per diversi anni –  fedele al proprio credo politico e per combattere il fascismo, ma Modesta è libera anche nel vivere la propria sessualità senza preconcetti e limiti ma semplicemente seguendo la passione e l’impulso, scelta che la porterà ad avere relazioni con diverse donne.  L’arte della gioia potrebbe dunque essere definito un romanzo sulla libertà e in questo senso Modesta – non tenendo ovviamente conto dei suoi gesti più crudeli – può essere considerata una donna da ammirare perché pronta a sfidare tutti, anche se stessa, per inseguire il proprio obiettivo, sempre fedele ai suoi pensieri.

In un lampo capii che cosa era quello che chiamano destino: una volontà inconsapevole di continuare quella che per anni ci hanno insinuato, imposto, ripetuto essere la cosa giusta strada da seguire.

Il mare aspettava, lo guardavo con lo sguardo bambino, largo e vagante di Eriprando. Era estate, e dovevo rubare a quel mare avaro un pò della sua libertà. Per farlo dovevo capirlo, toccarlo col corpo così come Beatrice sapeva fare. Era curioso ma Beatrice, come quando ballava, correndo lungo la spiaggia quasi non zoppicava più. Decidermi a entrare nell’acqua fu la cosa più difficile che sinora avevo incontrato. Era duro quel mare, e mi respingeva avaro. Lottavo per afferrare quel corpo liquido che mi sfuggiva sorprendendomi da tutte le parti. Perdevo l’equilibrio, arretravo di corsa a quattro mani per ritrovarmi ricacciata sulla spiaggia, senza fiato

Al tempo stesso, però, questo può essere anche definito un romanzo storico, perché fondamentale è il racconto del contesto e del momento storico in cui si muove Modesta. Nata nel 1900, la protagonista ha vissuto due guerre, il fascismo, l’instaurazione della repubblica, e il boom economico, attraversando, quindi, quelli che sono stati anni importanti e determinanti per il nostro Paese. E li ha vissuti avvicinandosi alle idee socialiste grazie al personaggio di Carlo, facendosi sostenitrice del movimento, iscrivendosi al Partito Comunista e ricevendo addirittura una proposta di candidatura alla carica di deputato. Modesta, quindi, diventa parte della Storia facendosi protagonista attiva degli eventi, senza mai tirarsi indietro, e si fonde con l’isola nella quale vive. Fondamentale, infatti, diventa anche la Sicilia: il mare, la mentalità, la mafia, la sensazione di vivere una vita isolati dal resto del mondo per via di quell’acqua che tutto circonda. Attraverso questo romanzo si scopre, dunque, non solo un momento storico ma anche un luogo magico e introspettivo, del quale non si fatica a innamorarsi.

Aveva paura. Una paura nuova, sconosciuta. Nella chiana aveva temuto le ire della madre, l’indifferenza di Tuzzu. In convento aveva temuto di restare prigioniera e dopo, in quell’altro convento di seta, aveva avuto paura di Gaia, Argentovivo, di Beatrice stessa. Ecco che cosa era: non era mai stata sola in una casa vuota, libera di andare e venire a suo piacimento. Ecco cos’era quella paura che per poco non aveva scambiato per nostalgia di Beatrice e perfino di Argentovivo. No, non le rimpiangeva, rimpiangeva solo un modo di vita così a lungo impresso nelle sue emozioni, che non poteva mutare da un’ora all’altra. Doveva accettare quella paura, e piano piano abituarsi a quella solitudine che ormai, era chiaro, portava con sé la parola libertà. Per darsi prova che quella solitudine era una ricchezza in confronto al vizio dell’abitudine, balzò dal letto e accese tutte le luci della stanza. Indossò una gonna, una camicetta, lo scialle. E, cosa che non avrebbe mai potuto fare senza il timore di addolorare Beatrice, prese con sé la rivoltella per correre lontano dalla casa, dal parco, con Menelik felice di correre davanti a lei abbaiando alla schiuma del mare e alle palme – torri – castelli – dorsi di bisonti risuscitati dalla luna fra le dune di sabbia che per chilometri e chilometri svolgevano l’insonne fantasia della notte.

Infine credo che  si possa parlare di  L’arte della gioia anche come di un romanzo di formazione. Non assistiamo, forse, ad una crescita personale? E l’elemento che più mi è piaciuto – e che ha spezzato la noia che stavo provando arrivata a un certo punto della lettura –  è che assistiamo alla crescita, alla maturazione, alla realizzazione e al compimento dei destini di diversi personaggi. Perché in questo romanzo Modesta ci racconta la sua vita, è vero, ma lei diventa il sole attorno al quale orbitano i suoi figli e figliastri, i nipoti, i figli dei domestici, gli amici, i dipendenti e colleghi, i conoscenti e tutte le persone che incontra nel corso della sua vita. Di tutti loro conosciamo le vicende e nel caso dei figli, beh, loro li vediamo nascere e crescere e cercare la propria strada e imparare a stare al mondo.

Chiunque abbia avuto l’avventura di doppiare il capo dei trent’anni, sa quanto sia stato faticoso, aspro ed eccitante scalare il monte che dalle pendici dell’infanzia sale sino alla cima della giovinezza, e quanto rapido, una cascata d’acqua, un volo geometrico d’ali nella luce, pochi attimi e.. ieri avevo le guance integre dei vent’anni, oggi – in una notte? – le tre dita del tempo mi hanno sfiorato, preavviso del breve spazio che resta e del traguardo ultimo che inesorabile attende… Primo, menzognero terrore dei trent’anni.

Ecco come comincia la divisione. Secondo loro Bambolina, a soli cinque anni, dovrebbe già muoversi diversamente, stare composta, gli occhi bassi, per coltivare in sé la signorina di domani. Come in convento, leggi, prigioni, storia edificata dagli uomini. Ma è la donna che ha accettato di tenere le chiavi, guardiana inflessibile del verbo dell’uomo. In convento Modesta odiò le sue carceriere con odio di schiava, odio umiliante ma necessario. Oggi è con distacco e sicurezza che difende Bambolina dai maschi e dalle femmine, in lei difende se stessa, il suo passato, una figlia che col tempo potrebbe nascerle… Ti ricordi Carlo, ti ricordi quando ti dissi che solo la donna può aiutare la donna, e tu nel tuo orgoglio di uomo non capivi? Ora capisci? ora che hai avuto una bambina, capisci?

Ciò che mi ha molto colpita di questo romanzo è che è denso di spunti di riflessione ed estremamente moderno. Goliarda Sapienza affronta dei temi importanti, sui quali la scrittrice ha delle opinioni nette e contrastanti con la mentalità dell’epoca – considerando il momento storico in cui romanzo fu scritto e in cui la storia è ambientata. Tutto ciò ha sicuramente a che fare con la sua di vita – il romanzo è, infatti, ricco di riferimenti autobiografici – che le ha regalato la possibilità di raccontare una storia di ampie vedute e sempre attuale. Le due tematiche che più mi hanno colpita sono quelle legato all’emancipazione femminile e all’omosessualità. Modesta è una grande sostenitrice dell’idea – oggi ovviamente scontata ma all’epoca considerata stramba – che la donna è esattamente – e in tutto – uguale all’uomo. Le chiacchiere su di lei, infatti non si sprecano. Una donna sola, che cresce diversi ragazzini, che gestisce il patrimonio di famiglia e manda avanti gli affari, viene guardata con diffidenza. Ma Modesta, come dicevo, insegue la sua libertà nel momento in cui decide di andare avanti per la sua strada, consolidare la sua indipendenza, non dar adito a ciò che gli altri sussurrano alle sue spalle. Inoltre, Modesta non nasconde mai i propri sentimenti, vive in totale libertà le proprie pulsioni sessuali e i propri rapporti amorosi, senza etichettarsi come “sbagliata” ma accettando totalmente ciò che il cuore e il corpo le suggeriscono.

– Che schifo cosa, Joyce? Che schifo noi due pochi momenti fa abbracciate nude?
– Oh, noi! Noi siamo perdute, Modesta, ma Bambolina così giovane… Ah, quella Mela! non mi è mai piaciuta, mai! Bisogna allontanarla!
Strappata la coltre del silenzio anche la voce si frantuma.
– Perdute, noi? Ma che dici? Perdute a che cosa?
– Alla normalità, alle leggi di natura…
– Ma che dici, Jò? Chi conosce la natura? Chi ha stabilito queste leggi? Il dio dei cristiani? O Rousseau? rispondi, Rousseau che ha spostato Dio dai cieli per infilarlo nell’albero?
– Ma che cosa c’entra Rousseau o Dio, io temo per Bambù! Oh Modesta, tu non puoi sapere. A Parigi, in quei ritrovi di omosessuali.. corpi macilenti ammassati, visi gialli, congestionati, segnati dalla vergogna, tra il fumo e il fiato denso di alcol.. vera anticamera dell’inferno, se l’inferno esistesse! Tu non puoi sapere.
– E invece so perché ci sono stata e…
– Tu!? Io mai… solo una volta e sono scappata.
– Hai fatto male perché stando veramente con loro e parlando ho capito che cosa cercano in quell’anticamera dell’inferno, come tu l’hai chiamata.
– Cosa possono cercare? Si mescolano e si drogano per dimenticare.
– No, Jò! Cercano l’infermo vero per scontare il loro peccato.
– Ma che altro possono fare se la società li rifiuta, li addita?
– Loro, niente. Ma solo perché sono ignoranti e zeppi di pregiudizi esattamente come la società che li addita. E mostrano le loro ferite solo per chiedere clemenza alla società che anche loro, soprattutto loro, sentono santa e giusta invece di lottarla.

 

– Sì, mamma, gli orrori più grossi almeno per noi qui in Italia sono finiti. Ma poi ti racconterò, ne ho viste di cose fra questi alleati! Non vedevo l’ora di tornare qui e discuterne con voi: non c’è marxismo fra i loro intellettuali, e ti parlo di intellettuali, studenti come me: strani studenti molto specializzati in un solo settore. Certo Roosevelt è un grande uomo, ma del tipo del nostro vecchio Antonio , un socialismo libertario all’acqua di rosa. Ma fra i giovani ne ho viste di cose! inibizioni, discriminazioni, odii razziali. […] Ma ora anche questo mio passato è finito e, se non dobbiamo essere pessimisti, non dobbiamo neanche pensare – come la maggior parte della gente, purtroppo – che con la fine del fascismo tutto andrà per il meglio. Io, mamma, in un anno in quell’ospedale ho avuto l’impressione di essere passato da una cella vera e propria a una appena più spaziosa, con cibo sufficiente e qualche giornale: una celle leggermente più permissiva, come Joyce definiva allora l’Italia in confronto alla Germania di Hitler.
-… Vent’anni per ricominciare tutto daccapo. La rivoluzione non c’è stata. E sarà molto se ci leveremo dai piedi i Savoia. Vent’anni di regime e di ignoranza si pagano. Nel mio viaggio di ritorno attraverso tutta l’Italia ho sentito certi discorsi da rabbrividire. Mi sono fatto la convinzione che li pagheremo tutti questi anni, tutti, giorno per giorno, ora per ora.

Inutile, però, negare che il personaggio di Modesta è estremante complesso e ambivalente, oltre che fuori dagli schemi. Si tratta di una donna nata in una condizione di povertà e di degrado, alla quale si adatta inevitabilmente perché ognuno di noi considera naturale ciò che conosce da sempre, ma dalla quale ha tratto una grande voglia di riscatto, il desiderio di studiare e migliorarsi, di capire il mondo, di concedere libertà d’azione ai propri figli. Ed è vero, il viaggio che noi leggiamo in questo romanzo non cancella i suoi errori, le azioni terribili che compie per avere un futuro migliore, le scelte senza scrupoli nelle quali mette in primo piano se stessa. Eppure fa tutto parte di un percorso che spinge il lettore a prendere le sue parti, a capirla e apprezzarla, a fare il tifo per lei, a invidiarle la forza d’animo e il coraggio e quel desiderio di libertà che da sempre l’ha animata.

Poche bracciate e già la mano accarezza la barba del Profeta: lunghi boccoli pettinati dalle onde dove sciami di pesci slittano nel silenzio verde delle alghe. Fra la barba e la fronte ci si può sdraiare senza che il grande occhio cavo del gigante abbia un sussulto, preso com’è da milioni d’anni a sorvegliare il mare. Quando Modesta non sapeva nuotare la distanza di quello sguardo la faceva tremare di speranza e timore. Ora solo una pace profonda invade il suo corpo maturo a ogni emozione della pelle, delle vene, delle giunture. Corpo padrone di se stesso, reso sapiente dall’intelligenza della carne. Intelligenza profonda della materia… del tatto, dello sguardo, del palato. Riversa sullo scoglio, Modesta osserva come i suoi sensi maturati possano contenere senza fragili paure d’infanzia tutto l’azzurro, il vento, la distanza. Stupita, scopre il significato dell’arte che il suo corpo s’è conquistato in quel lungo, breve tragitto dei suoi cinquant’anni. E’ come una seconda giovinezza con in più la coscienza precisa d’essere giovani, la coscienza del come godere, toccare, guardare. Cinquant’anni, età d’oro di scoperte, cinquant’anni, età felice ingiustamente calunniata dall’anagrafe e dai poeti.

Tutte queste considerazioni sono però arrivare in un secondo momento. Perché la mia esperienza di lettura di L’arte della gioia è stata molto particolare. Sono partita in quarta, affascinata dalla Sicilia di inizio Novecento, da Modesta e dalle tragedie che hanno segnato la sua vita. In altri momenti sono stata confusa da quella sfilza di parole che non sembravano essere uscite dalla bic nera di Goliarda, bensì direttamente dal cuore e dalla memoria di Modesta. A volte quelle parole mi sono sembrate troppe, talmente tante da stancarmi gli occhi e da ripensare seriamente alla scelta che avevo fatto nell’acquistare questo romanzo. Poi succedeva qualcosa, difficile da spiegare: ritrovavo il filo della magia e mi riappassionavo nuovamente a quel fiume di parole. Il momento più difficile, però, è arrivato quando ho affrontato tutte quelle pagine – che sembravano interminabili – dedicate alla relazione tra Modesta e Joyce. Lì ho veramente creduto che non ce l’avrei fatta, tanta era la noia. Ma ancora una volta la situazione si è sbloccata, non so neanche io come. La verità è che questo è un romanzo che non va preso sottogamba e io forse ci sono arrivata impreparata. Mai avere aspettative quando si inizia un viaggio tra le pagine di un libro. Bisogna solo farsi trasportare dalla corrente. Io ho sbagliato anche questa volta, ma le pagine finali scritte da Goliarda per L’arte della gioia  mi hanno ripagata per tutti quei momenti di scoraggiamento. E’ stato un viaggio difficile e caotico, ma devo dire che l’ho trovato bellissimo.

Stringendosi a me il suo tremore sparisce, e fra il mio e il suo corpo l’eterno calore pieno di brividi sale in onde fino a dilatare di piacere il suo sguardo nel mio. Ora capisco, tante cose ho imparato nella vita ma mai a prevenire l’amore… Si può prevenire l’amore Mimmo? “Puoi prevenire l’intelligenza degli altri, i fatti della storia, anche il destino – te lo concedo, anche il destino – ma l’amore mai!” E se Carmine non me lo diceva, come potevo saperlo io che l’indifferenza che credevo di provare per quell’uomo, la svogliatezza, la noia altro non erano che tentativi di fuga da quell’impegno misterioso che incute sempre timore, e che nessun bisturi della speculazione umana è riuscito ancora a sezionare?
– E come potevo dirtelo io, Modesta, se ancora non lo sapevo? Ma adesso che l’abbiamo scoperto, se vuoi ci possiamo accompagnare per qualche tempo. Da molti anni sono solo, e stanca andare soli per il mondo. Vuoi venire con me?
E fu così che la vita con gesto semplice, Nina complice, mi porse il dono più bello che mai mente infantile potesse immaginare. E da quell’uomo che erroneamente credevo un ex golden boy invecchiato negli agi e nella noia scoprii ogni giorno, anno per anno una ricchezza di esperienza e di conoscenze che solo un corpo adulto può avere.
Da lui seppi che non conoscevo la mia isola, il suo possente corpo fisico e segreto, il suo caldo fiato notturno che congiunge pietra su pietra fino a saldare in blocco unico l’anima dei muri a secco, il respiro mistico che tiene in vita le colonne dei templi e le fa palpitare nei tramonti: “Qui, Mody, è qui dove la pietra si slarga che la colonna respira e si produce l’effetto ottico come di levitazione”, il silenzio bianco delle tonnare abbandonate, esiliate dal mare e dagli uomini ma sempre percorse dai fantasmi dei tonni che lì sostano a ricercare il perché della loro vita e della loro morte, le correnti eterne dei mari che intorno all’isola s’incontrano e ora la serrano, ora la liberano, mutando sempre di intensità e colore: “Quella striscia là color smeraldo è il mare d’Africa”.
Da lui imparai l’arte, che ancora non sapevo, di entrare e uscire dalla mia terra, dimenticarla a tratti, viaggiando per continenti e oceani diversi, per ritrovarla poi nuova e sempre più ricca di ricordi e sensazioni stratificati. E che dire delle nostre sere e notti? potere fermarle! Questo ritrovarsi soli, le mani nelle mani, gli occhi negli occhi, a raccontarsi impressioni, intuizioni, parole?
– Parlano tanto del primo amore, eh Marco? Mentono come per tutto il resto.
– E’ così Modesta, anch’io non avrei mai immaginato, e purtroppo bisogna arrivare alla nostra età per saperlo. Hai visto oggi sul ponte come ci guardavano quei ragazzi? Ho quasi avuto la tentazione di dirglielo, ma non mi avrebbero creduto.
No, non si può comunicare a nessuno questa gioia piena dell’eccitazione vitale di sfidare il tempo in due, d’essere compagni nel dilatarlo, vivendolo il più intensamente possibile prima che scatti l’ora dell’ultima avventura. E se questo mio vecchio ragazzo si stende su di me col suo bel corpo pesante e lieve, e mi prende come ora fa, o mi bacia fra le gambe proprio come Tuzzu faceva allora, mi trovo a pensare bizzarramente che la morte forse non sarà che un orgasmo pieno come questo.
– Dormi, Modesta?
– No.
– Pensi?
– Sì.
– Racconta, Modesta, racconta.


L’arte della gioia – Goliarda Sapienza

 

Casa editrice: Einaudi
Lunghezza: 540 p.
Formato Kindle: € 7,99    
Copertina Rigida: € 17,85
Copertina Flessibile: € 12,75
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