OTRANTO: LA FESTA DEI SANTI MARTIRI

Basta un attimo e mi rivedo. Ho otto anni, i capelli a caschetto perché “fa troppo caldo e non puoi andare in giro con i capelli sempre sciolti”. E’ il 14 di agosto e mi sveglio presto, al suono della banda che inizia la sua passeggiata per le vie della città proprio da sotto casa mia. Mi alzo in fretta e mi affaccio alla finestra. Eccola, riesco a vederla. Faccio colazione, mi lavo e mi vesto in tempo record, salgo sullo scooter insieme a mio papà e a mia sorella e andiamo in centro. Otranto è già sveglia. La banda suona sotto gli alberi della villa. Mio nonno Gigi è in prima fila, insieme ai suoi amici. Quando gli corro incontro per salutarlo mi da un bacio, un pò forzato (lui non era molto un tipo da baci) e mi da un pò di soldi.“Tieni lazzarona, così ti compri un gioco alle bancarelle”. Mia madre ci raggiunge dopo aver sbrigato qualche faccenda domestica. Fa caldo e allora ci bagna la testa con l’acqua della fontana. Iniziamo il giro delle bancarelle, perché quei soldi in tasca scottano e devo tastare il terreno per capire cosa comprare alla festa. Chissà, forse quest’anno mamma si convince a farmi prendere un pulcino. Camminiamo sotto le luminarie bianche, già immagino come saranno belle stasera. Scelgo l’ennesimo giochino, come ogni anno, pago con i “miei” soldi e torno dai miei con grande soddisfazione. Nel frattempo sono arrivati gli zii e i cugini. Passeggiamo insieme, chiacchieriamo e ridiamo, i grandi prendono un caffè. Qualcuno suona un clacson, mi giro ed è nonno Guerino, in sella al suo motorino, con la camicia sbottonata e i capelli neri e folti da fare invidia a tutti. Gli corro incontro, mi bacia sulla bocca e si mette le mani in tasca. Arrivano altri soldini, sia per me che per mia sorella. “Mi raccomando, comprati qualcosa di bello” mi dice. Poi aggiunge “domani mattina vengo a casa e ti porto i fichi, belli freschi, li ho raccolti dal giardino questa mattina”. Torno da mamma e papà ed è ora di andare a pranzo. Come ogni anno, il giorno dei Santi Martiri si mangia tutti insieme a casa del nonno Gigi e della nonna Isa. Ci riuniamo e una carovana di ragazzini e genitori si dirige verso casa. Per strada è un continuo “Chiara, scendi da lì, guarda che cadi e ti fai male”. Prima, però, facciamo una sosta in Cattedrale per salutare i Martiri. Mamma si copre le spalle con un foulard che ha in borsa “perché in Chiesa non si entra con le spalle scoperte”. Il silenzio avvolge le navate. Il pulviscolo danza nell’aria calda di mezzogiorno. Cammino sul mosaico pavimentale, faccio una giravolta. Resto indietro per guardare i disegni. Non capisco, qui, cosa c’è scritto. Che lingua è? Poi faccio una corsa e raggiungo gli altri nella cappella dei Martiri. Mi inginocchio e mi faccio il segno della croce come mi ha insegnato Suor Rosa, poi accarezzo la teca di vetro attaccata alle pareti nella quale sono conservate le loro ossa. Teschi, tibie e chissà cos’altro. Ma non mi fanno paura. Do anche un bacio alla pietra su cui furono decapitati. “Su andiamo, è tardi” dice la zia guardando l’orologio. Quando arriviamo, il nonno è seduto sullo scalino, all’ingresso di casa. Ci sta aspettando. Ogni tanto dispensa informazioni a qualche turista disorientato. Per il resto del tempo guarda le macchine passare e si prende il poco fresco di quella giornata afosa. “Mena mè, caminanti, che è pronto!” dice vedendoci arrivare. Entriamo tutti in casa, ci togliamo le scarpe, noi bambini rimaniamo in mutante. Fa troppo caldo. Il grande tavolo è apparecchiato come sempre. Tovaglia bianca, caraffe di vino, coca-cola e aranciata, acqua fresca. Il menù è sempre lo stesso: pasta pasticciata e arrosto. Poi finocchi, anguria, noccioline e mustaccioli comprati la sera prima dal camioncino di Stella. Quando è il momento del caffè mia zia Dania chiede a gran voce “chi vuole il caffè?”. Inizia a contare chi ha alzato la mano, nel caos di urla e racconti, mentre mio nonno è andato a dormire nella stanza accanto mezz’ora fa. Lo sentiamo russare, nonostante il macello. Mentre la zia mette sul fuoco la moka grande e prepara una fila infinita di tazzine marroni, noi bambini continuiamo a giocare ma la stanchezza inizia a farsi sentire. E allora torniamo a casa. Sfidiamo il caldo fino a rinchiuderci in cameretta, dove io e Daniela dobbiamo categoricamente riposare perché “i fuochi li sparano a mezzanotte, se non dormite un pò non riuscite  a vederli”. E allora giù, stese a letto, in silenzio, perché io quello spettacolo non voglio perdermelo per nulla al mondo. Gli occhi, però, restano aperti. La luce che filtra in cameretta diventa verde, per via di quella tenda che l’inverno prima mamma ha cucito per noi. Quando mi stufo di stare a letto, mi alzo e sgattaiolo in cucina. Spio senza farmi vedere, scopro che sono le sei. Evvai, finalmente possiamo alzarci. Da quel momento è tutto un preparativo per la sera. Doccia, shampoo, prendi la giacca caso mai fa fresco più tardi, mangiate qualcosa e poi di nuovo tutti fuori. Questa volta scendiamo a piedi. “Non lasciateci la mano, altrimenti con questo casino ci perdiamo” mi dice mio padre. E noi obbediamo. Cammino saltellando, ma faccio attenzione al traffico. Ormai fuori è buio e le macchine sono parcheggiate ovunque. Quando arriviamo in centro, resto sbalordita. Le luminarie riempiono l’aria di mille colori. Come sono belle, penso con il naso all’insù. Sembrano quasi una corona. C’è talmente tanta gente che si fatica a respirare. Tutti si fermano a guardare le bancarelle, creando ingorghi, gente che si spinge. Il profumo della cupeta appena cotta mi fa venire l’acquolina. Mia madre fa segno a papà di passare da dietro. Ed eccola la scorciatoia, è una strada scura. Puzza di pipì.  Qualche venditore riposa su una sedia sdraio. Il rumore dei generatori è assordante. Sbuchiamo in villa, dove ci ritroviamo con i miei zii e i cugini. Tutti insieme siamo veramente tantissimi. Passeggiamo, mangiamo un gelato, compriamo un ricordo di quella festa. Qualcuno scatta una foto. Chissà come sarà venuta, ma devo aspettare che portino il rullino a sviluppare per scoprirlo. Poi arriva il momento dei fuochi. Facciamo scorta di noccioline e acqua fresca, poi andiamo a pendere posto sul molo. Mia mamma sistema il giubbotto di jeans sul muretto, per non farci sporcare. Papà ci prende in braccio, ci alza e ci fa sedere. Tutto è pronto. Sono le undici e mezza. Mezzanotte meno un quarto. Ed eccoli. Lo spettacolo inizia. Il rombo dei fuochi d’artificio mi sconquassa le orecchie, fino a entrarmi dentro il petto. Tu-tum. Tu-tum. I colori rendono tutto più magico. Questo assomiglia a un salice piangente. Questo, invece, è come i coriandoli. Mamma, questi altri, invece, sembrano le stelle filanti, quelle che abbiamo acceso a Capodanno, te lo ricordi? Quando lo spettacolo pirotecnico finisce, tutti battono le mani. Qualcuno fischia. Qualcun altro urla “aspettiamo l’altra batteria”. Ed eccoli che riprendono. Questa volta guardo incantata. Mi chiedo come sia possibile che un uomo possa riempire il cielo di tutti quei colori. Me lo chiedo ogni anno. E ogni volta sono felice, pur non conoscendo la risposta.
Se solo l’avessi scoperto prima, quant’erano preziosi questi momenti. Forse li avrei vissuti diversamente. Ma ero solo una bambina. Ecco perché, adesso lo capisco, è per me così importante essere a casa il 14 agosto. Anche se tutto è cambiato, dentro di me tutto è rimasto come allora. Ho ancora otto anni e i capelli a caschetto. Penso, come allora, a cosa comprarmi alla festa. Guardo i miei fuochi d’artificio, emozionata, sgrano gli occhi e dico, ogni volta, “quanto sono belli”. E ancora oggi, a diversi anni di distanza, penso che è quello il mio posto. E null’altro.

Per chi non sapesse cos’è la Festa dei Santi Martiri, di seguito trovate un video in cui vi mostro quello che hanno visto i miei occhi durante le ferie. Si tratta di una festa patronale particolarmente sentita da tutti gli otrantini, come si evince dal mio racconto. I miei ricordi più belli, d’altronde, sono legati proprio a loro.

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