#gdli100libri – “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury

Era un piacere bruciare tutto.
Era un piacere particolare veder le cose divorate, annerite, trasformate. Quando prendeva la bocchetta di ottone, il gran serpente che sputava cherosene velenoso sul mondo, il sangue gli batteva alle tempie e le sue mani diventavano quelle di un fantastico direttore che esegue le sinfonie della fiamma e dell’incendio per ridurre in brandelli le rovine carbonizzate della storia. Sulla testa stolida aveva l’elmetto con la cifra simbolica 451, e i suoi occhi fiammeggiavano di un bel color arancio al pensiero di quello che stava per succedere: azionato l’accenditore, fece esplodere la casa in un fuoco devastante rosso, giallo e nero che illuminò il cielo della sera. Si incamminò in uno sciame di lucciole. Più di ogni altra cosa avrebbe voluto cuocere un marshmallow, lo zuccherino infilato su un rametto e rosolato nel forno dell’incendio come in un vecchio gioco, e voleva farlo mentre le pagine sbattevano come ali di uccelli moribondi sul portico o il prato della casa, e i libri salivano in vortici di scintille soffiati dal vento nero del rogo.
Montag piegò le labbra nel sorriso cattivo degli altri pompieri, anneriti e respinti dalle fiamme.

Fahrenheit 451 di Ray Bradbury è stato il libro di ottobre del gruppo di lettura I 100 libri di Dorfles. Si tratta di un grande classico di cui avevo sempre sentito parlare ma del quale non sapevo assolutamente nulla. Sono felicissima di averlo finalmente letto perché me ne sono innamorata follemente fin dalle prime pagine, tanto da considerarlo, sul serio, uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita.

Clarisse McClellan disse:
“Posso chiederle da quanto tempo fa il pompiere?”
“Da quando avevo vent’anni, dieci anni fa.”
“E ha mai letto uno dei libri che ha bruciato?”
Lui rise. “E’ contro la legge!”
“Ma certo.”
“E’ un buon lavoro. Lunedì bruci Lugones, mercoledì Maupassant, venerdì Verne, bruciali tutti e poi brucia le ceneri. E’ il nostro slogan ufficiale.”

Dobbiamo essere tutti uguali: non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali. Ogni uomo deve essere l’immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi. Ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni dall’arma. Entra nella mente dell’individuo. Chi può dire quale sarà il bersaglio di un uomo colto? Io non riuscirei a sopportarne uno neanche per un secondo. Quando le case sono diventate ignifughe, in tutto il mondo (l’altra sera avevi ragione, è successo col tempo), non c’è stato più bisogno dei pompieri per le vecchie esigenze. E’ stato loro assegnato un nuovo compito, quello di custodi della pace mentale, i difensori della nostra comprensibile e legittima paura di sembrare inferiori: così sono diventati censori ufficiali, giudici e giuria. Questo sei tu, Montag, e questo sono io.

Ma partiamo dalle basi. Di cosa parla questo romanzo? Fahrenheit 451 può essere definito innanzitutto – ma non solo – un romanzo di fantascienza perché la storia che ci racconta Bradbury è ambientata in un ipotetico futuro  – ma collocato comunque dopo il 1960 –  in cui, anziché spegnere gli incendi, i pompieri hanno il compito di appiccare fuoco nelle case di chi viola la legge nascondendo libri (ndr. il titolo, infatti, fa proprio riferimento ai gradi a cui brucia la carta). Il protagonista, Guy Montag, pompiere di professione, si muove in questa società dispotica in cui possedere e/o leggere un libro è proibito e nel quale chi non rispetta la legge viene severamente punito. A causa dell’incontro con Clarisse McClellan, una ragazza che viene considerata pazza semplicemente perché si pone delle domande, e con un’anziana donna che preferisce darsi fuoco nella propria casa anziché abbandonare i suoi libri,  Montag inizia a farsi delle domande e a mettere in dubbio la sua missione distruttiva in quanto pompiere. Ma soprattutto si chiede: cosa ci sarà dentro ai libri per considerarli così pericolosi? Da qui parte la sua storia, che diventa presto – e senza fatica nonostante la cornice – una bellissima storia di speranza.

I bombardieri incrociarono nel cielo sopra la casa e poi di nuovo, brontolio sordo, respiro faticoso, il sibilo di un enorme ventilatore a pale che gira invisibile nel vuoto.
“Gesù” disse Montag. “Ogni ora passano in cielo quei maledetti bombardieri. Come faranno a salire lassù continuamente, a segnare ogni momento della nostra vita? E perché non c’è qualcuno disposto a parlarne? Dal 2022 abbiamo vinto due guerre atomiche, ma evidentemente a casa ci divertiamo tanto che abbiamo dimenticato il resto del mondo. Noi siamo ricchi e il mondo non lo è, ma non ci interessa. Ho sentito voci secondo cui l’umanità muore di fame, ma noi abbiamo cibo in abbondanza. E’ vero che il mondo fatica ad andare avanti mentre noi giochiamo? E’ per questo che ci odiano tanto? Qualche volta, nel corso degli anni, ho sentito queste voci sull’odio. Sai perché? Io no, è sicuro.Forse i libri possono aiutarci a mettere la testa fuori dalla caverna. A impedirci di fare gli stessi maledetti errori. Ma nel tuo soggiorno quegli stupidi bastardi non ne parlano mai: buon Dio, Millie, non vedi? Un’ora al giorno, due ore con i libri e magari….”

“Lei è un inguaribile romantico” disse Faber. “Se non fosse una faccenda così grave, sarebbe comica. Non sono i libri quello di cui ha bisogno, ma le cose che una volta erano nei libri. Le stesse che oggi potremmo trovare nelle “famiglie” dei nostri soggiorni. I particolari scrupolosi, la coscienza, potrebbero essere travasati nei programmi radio e televisivi ma non è così. No, non sono i libri quello che cerca. Lo prenda dovunque riesce a trovarlo, nei vecchi dischi, nei vecchi film, negli amici di un tempo; lo cerchi nella natura e in se stesso. I libri erano solo uno dei ricettacoli in cui mettevamo le cose che avevamo paura di dimenticare. Non c’è niente di magico nelle pagine in sé, la magia è in quello che dicevano, nel come cucivano le toppe dell’universo per ricavarne un vestito adatto a noi. Certo lei non può saperlo, e neanche ora che lo dico mi capisce. Ma intuitivamente ha ragione, ed è questo che conta. Ci mancano tre cose.
Numero uno: sa perché un libro come questo è così importante? Perché è un prodotto di qualità. Cosa vuol dire qualità? Per me vuol dire spessore. […] I grandi scrittori sfiorano la vita molto spesso, i mediocri si limitano a passarci sopra una mano veloce. I cattivi la stuprano e la lasciano alle mosche.
Quindi, ora vede perché i libri sono odiati e temuti? Perché mostrano i pori sula faccia della vita. La gente adattata vuole facce simili a lune di cera, senza pori e senza peli, dunque senza espressione. […] Bene, ecco la prima cosa di cui abbiamo bisogno: qualità e spessore nell’informazione.
“E la seconda?”
“Il tempo libero.”
“Ma se abbiamo tante ore dopo il lavoro.”

“Dopo il lavoro, appunto. Ma il tempo per riflettere? Se uno non guida a centottanta all’ora, in un guscio dove tutto quello a cui riesce a pensare è il pericolo, allora è probabile che si metta a fare un gioco o a sedere in una stanza dove le quattro pareti del televisore non ti consentono di discutere. Perché? La televisione è “reale”, immediata, ha dimensioni. Ti dice cosa pensare, anzi te lo grida: deve essere giusto, sembra essere giusto. E ti precipita alle sue conclusioni così in fretta che la mente non ha il tempo di rispondere: “Quante sciocchezze!”.”
“Solo la “famiglia” rappresenta la gente.”
“Scusi?”
“Mia moglie dice che i libri non sono reali.”
“E grazie al cielo. Puoi sempre chiuderli e dire: “Aspetta un momento”. Sei Dio, a confronto di un libro. Ma chi si è mai strappato dalla morsa che lo stringe appena mette piede in un soggiorno TV? Ti modella ogni forma che vuole, è un ambiente reale come il mondo, diventa ed è la verità. I libri possono essere sconfitti dalla ragione, ma nonostante la mia cultura e il mio scetticismo non sono mai riuscito a discutere con un’orchestra sinfonica di cento elementi a colori e in tre dimensioni, insomma a far patte di uno di quegli incredibili soggiorni. Come vede, il mio è fatto di quattro pareti di cemento. […]”
[…] “Ma dove andremo a finire? I libri ci aiuteranno?”
“Solo se ci sarà garantita la terza cosa. La prima, come ho detto, è la qualità dell’informazione. La seconda è il tempo per assorbirla. La terza è il diritto di compiere azioni basate su quello che impariamo dall’interazione fra le prime due. Ma non credo che un vecchio come me e un pompiere amareggiato possano fare molto, a questo punto del gioco…”
“Io posso prendere i libri.”
“Correndo un rischio.”
“E’ questo il bello di morire: se non hai più niente da perdere, corri tutti i rischi che vuoi.”
“Ecco un pensiero interessante,” disse Faber “e formulato senza averlo letto.”
“Ci sono cose come questa, nei libri? Mi è nata nella mente.”

Va da sé che questo può anche essere definito un romanzo sulla censura, perché Ray Bradbury racconta di un mondo in cui la cultura è totalmente rasa al suolo, le menti degli uomini sono pilotate, le personalità azzerate. Il mondo di  Fahrenheit 451 è un mondo del quale i suoi stessi abitanti non conoscono nulla. E non mi riferisco solo ai libri. Montag sa di essere in guerra, ma con chi?  E perché? Cosa accade al di fuori della sua città? Il resto del mondo è diverso? Perché i libri sono così pericolosi? Cosa contengono? Tutto ciò che si conosce è quello che il Governo permette di conoscere, perché vietando la lettura l’obiettivo – riuscito – era quello di creare un mondo nel quale le persone non hanno gli strumenti per pensare, per porsi domande, per rendersi conto di quello che accade intorno e di ciò che accade dentro di loro. Le persone sono totalmente assoggettate a quel modo di vivere fin dall’infanzia. Non hanno importanza i sentimenti, il prossimo, il futuro, la famiglia, i propri pensieri. Si corre (correre in auto è il passatempo preferito per sconfiggere la noia), si fa il proprio dovere, ci si perde dentro la tv e la radioconchiglia, si rispetta la legge senza chiedersi se c’è un’alternativa a quel modo di vivere.

“[…] I libri servono a ricordarci quanto siamo stupidi, e somari. Sono i pretoriani dell’imperatore che gli sussurrano all’orecchio, mentre si svolge la parata: “Ricorda, Cesare, sei un mortale”. La maggior parte di noi non può correre dappertutto, parlare con chiunque, conoscere tutte le città del mondo, perché non ha il tempo, i soldi e neppure tanti amici. Le cose che cerca, Montag, sono nel mondo, ma il solo modo in cui l’uomo medio può conoscere è leggendo un libro. Non chieda garanzie e non si aspetti di essere salvato grazie a una sola persona, macchina o biblioteca. Preservi quello che può, e se si sentirà affogare, almeno muoia sapendo che stava nuotando verso riva.”

Ma questo è anche un romanzo sull’amore per i libri. Riuscite a immaginare un mondo senza libri? Dopo aver letto questo romanzo continuo a chiedermi un sacco di cose. Chi saremmo senza le testimonianze di chi ha vissuto prima di noi? Di chi ha cercato di capire il mondo e di raccontarcelo? Chi saremmo senza le storie degli altri, i punti di vista diversi dal nostro che ci permettono di guardare alle cose da una prospettiva nuove? Io, ovviamente, non riesco proprio ad immaginarlo un mondo del genere, perché solo la cultura e la conoscenza ci permettono di essere liberi, di saper pensare e decidere, di ragionare e magari di mettere in dubbio quello che accade intorno a noi. Montag vive in un mondo in cui tutto ciò è vietato, eppure qualcosa nasce in lui, un piccolo dubbio si instilla nella sua mente e questo ha generato una domanda minuscola – perché i libri sono considerati così pericolosi? cosa conterranno tra tutte quelle parole? perché quella vecchia signora ha preferito morire con i suoi libri anziché vederli bruciare? Ed è tutto ciò che lo porta a desiderare di conoscere qualcosa sul passato, di leggere un libro, di ribellarsi ad un mondo che inizia a non percepire più come giusto. Da grande amante dei libri, ho adorato l’idea di prendere per mano Montag e portalo alla scoperta di un mondo che non conosceva, fatto di parole e storie incredibili, di luoghi che conosci attraverso gli occhi degli altri, di emozioni che ti stravolgono il cuore. Così come ho amato il suo incontro con il gruppo di uomini che hanno deciso di fuggire dalla società e che custodiscono il patrimonio letterario del mondo nella loro memoria, aspettando il giorno in cui sarà possibile stampare tutti i libri che hanno imparato a  memoria e restituire, agli uomini, il proprio passato.

“[…] Vuoi unirti a noi, Montag?”
“Sì.”
“Cosa puoi darci?”
“Niente. Credevo di avere una parte dell’Ecclesiaste e forse dell’Apocalisse, ma ormai non ho più neanche quelle.”
“L’Ecclesiaste andrebbe bene. Dov’era?”
“Qui.” Montag si toccò la testa.
“Ah.” Granger sorrise e annuì.
“Cosa c’è, non va bene?” chiese lui.
“Più che bene, è perfetto.” Granger si rivolse al reverendo: “Abbiano un Ecclesiaste?”.
“Uno, a Youngstown. Si chiama Harris.”
“Montag.” Granger gli strinse la spalla con fermezza. “Muoviti con attenzione, guardati la salute. Se ad Harris dovesse succedere qualcosa, tu saresti il nuovo Ecclesiate. Vedi come sei diventato importante, nel giro di un minuti?”
“Ma l’ho dimenticato.”
“No, niente si dimentica, e qui conosciamo il sistema per tirartelo fuori.” […] “Ti piacerebbe conoscere la Repubblica di Platone, un giorno?”
“Certo.”
“Io sono la Repubblica. Vorresti leggere Marco Aurelio? Il signor Simmons è Marco.”
“Molto piacere” disse il signor Simmons.
“Salve” rispose Montag.
“Voglio presentarti Jonathan Swift, autore di quel diabolico libro politico che è I viaggi di Gulliver. Quest’altro amico è Charles Darwin, e naturalmente abbiamo Schopenhauer, Einstein, al mio fianco puoi vedere Albert Schweitzer, un filosofo davvero gentile. Siamo tutti qui, Montag: Aristotele e il Mahatma Gandhi, Gautama Budd e Confucio, Thomas Love Peacok, Thomas Jefferson e Abramo Lincoln, se ti piace. Ma siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni.”
Gli altri risero discretamente.
“Non può essere” disse Monatg.
“Invece è così” rispose Granger con un sorriso. “E siamo anche bruciatori di libri: li leggiamo e poi li bruciamo per paura che vengano trovati. Microfilmarli non funzionerebbe: muovendoci in continuazione, non possiamo seppellire le pellicole per tornare a recuperarle chissà quando. Senza contare il pericolo che siano scoperte. Meglio conservare i libri nelle vecchie teste, dove nessuno li vede o sospetta che esistano. Siamo pezzi e bocconi di storia, letteratura, diritto internazionale: Byron, Thomas Payne, Machiavelli e Cristo, tutti qui dentro. Il momento è grave, la guerra è cominciata: noi siamo qui e la città pure, ammantata nel suo velo di mille colori. Cosa pensi, Montag?”
[…] “In quanti siete?”
“Migliaia, sulla strada e tra i binari abbandonati; vagabondi di fuori e biblioteche dentro. In un primo momento non è stata una cosa pianificata, semplicemente ognuno aveva un libro che gli sarebbe piaciuto imparare a memoria, e l’ha imparato. Poi, nel giro di una ventina d’anni, ci siamo incontrati durante i nostri vagabondaggi e abbiamo tessuto una rete spontanea, cominciando a fare progetti. […] Siamo semplici copertina di libri, nient’altro. Alcuni di noi vivono in piccole città: Capitolo Primo del Walden di Thoreau abita a Green River, Capitolo Secondo a Willor Farm, nel Maine. C’è un paesello, nel Maryland, che ha solo ventisette abitanti e perciò nessun bombardamento lo distruggerà mai: ci abitano le opere complete di Bertrand Russell. Vai laggiù e sfoglia le pagine, ogni abitante ne rappresenta un certo numero. Un giorno, quando la guerra finirà, i libri potranno essere riscritti e quelli che li hanno imparati saranno chiamati a recitare quello che sanno, uno per uno; affideremo tutto alla stampa fino al prossimo Medioevo, quando dovremo rifare ogni cosa daccapo. Ma questa è la meravigliosa qualità dell’uomo: non si scoraggia né si disgusta abbastanza da rinunciare a tentare di nuovo, perché sa molto bene che è importante e ne vale la pena.

Che dire? Ho amato questo romanzo fin dalla prima pagina. L’ho trovato potente, vero, ispirante. E ho amato ancora di più il finale che lascia intravedere uno spiraglio di positività, come a dire che nonostante tutti gli orrori del mondo è giusto sperare, è giusto credere nel cambiamento, è giusto avere fede nell’intelligenza degli uomini. Credo fermamente che questo libro debba essere letto da tutti ed è questa una delle prime volte in cui capisco veramente Dorfles, perché  Fahrenheit 451 arricchirà la vostra vita. E’ una promessa.

“Adesso, risaliremo il fiume,” disse Granger “e teniamo ben presente una cosa: non siamo importanti. Non siamo niente. Un giorno il carico che portiamo potrà essere utile a qualcuno, ma anche quando disponevamo del libri, molto tempo fa, non sapevamo mettere a frutto quello che ci offrivano. Abbiamo sempre continuato a offendere i morti, a sputare sulle tombe dei poveretti che ci hanno preceduti. Nelle prossime settimane, nei prossimi mesi e anni, troveremo molte persone sole. Quando ci chiederanno cosa facciamo, dobbiamo rispondere: Noi ricordiamo. E’ così che vinceremo, alla fine. E un giorno ricorderemo a tal punto che costruiremo la più grande pala a vapore della storia e scaveremo la fossa più gigantesca di tutti i tempi: là seppelliremo la guerra e la ricopriremo. Adesso muoviamoci, dobbiamo costruire innanzi tutto una quantità di specchi: per un anno non faremo altro, in modo da poterci dare una lunga occhiata.”


L’ultimo libro del 2017 per il #gdli100libri, che leggeremo dal 1 novembre al 31 dicembre, sarà Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Come sempre, ne parleremo insieme sui miei social e qui sul blog. Buona lettura!


Fahrenheit 451
di Ray Bradbury

Casa editrice: Mondadori
Lunghezza: 117 p.  
Formato Kindle: € 7,99
Copertina Flessibile: € 10,20
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