#CITAZIONI – DA “STORIA DI IRENE” DI ERRI DE LUCA

Vieni con me in un’altra terraferma. Vieni sulle montagne da dove il mare si è ritirato come un emigrante, lasciandosi dietro uno strascico di conchiglie vuote.
Prenderemo la nave, metà bianca e metà arancione, che va d’isola in isola fino a dove il mare è tutto passato alle spalle.
Entreremo in un aereo, in una di quelle luci che ammiccano di notte attraversando il buio.
Abiteremo una casa di pietra e di legno, conoscerai le cotture, le minestre, il pane.
Cavalcherai le rocce, conoscerai gli abissi d’aria spalancata sotto il corpo, diversi e anche compagni di quelli dentro il mare.
Entreremo in un cinema dove le storie e le persone sembrano più grandi.
Guarderemo un’avventura di Charlot maestro dei sorrisi.
Scappa via dalle guardie, mangia il cuoio di una scarpa, lavora tra le bestie di un circo, in fabbrica, in miniera, tutto fa tranne una cosa: lui no muore.
In nessuna storia muore. Mi fermo. Irene si mette a sedere e guarda il mare che ha davanti.

Continuo: andremo a Napoli, da un balcone vedremo il sole staccarsi dalla spalla del vulcano e berremo un caffè miracoloso, più sacro dell’incenso.
Napoli se ne sta sdraiata in faccia a un’isola, ha pochi alberi, molti sotterranei. Se arriva il terremoto, l’avvisano i topo usciti per strada. Se arriva a pioggia, si sa dalla nuvola che si accovaccia sulla cima del cratere come una gallina sulle uova. Da qualunque sogni si estraggono numeri.
Vedrai la neve bianca come la mia barba, che spunta d’inverno e se ne va in primavera mandata via dai fiori. La neve non piove, viene a fiocchi bianchi. Ognuno di quelli ha sei lati, chissà perché non sette. Invece di scorrere verso il mare la neve resta sui monti, sugli alberi, sui tetti delle case e sulle strade, che non si vedono più.
A camminarci sopra è morbida, come una spugna o dura come il legno, allora scricchiola sotto le scarpe. Dipende dalla temperatura.
Se la metti in bocca non sa di niente. Non è come la manna del deserto che prendeva il sapore desiderato da chi l’assaggiava. La neve non è sparsa per noi.
Una volta, sulla cima di un monte è franata sotto i miei piedi. Per non cadere di mille metri mi sono aggrappato a una specie di piccone che avevo con me.
Sembra compatta la neve, ma è fatta a strati. E’ come la musica di molti strumenti, sembra una, ma è un ammasso.
Irene lo capisce, anche il mare è fatto così, a gradini di luce e di calore.
Ascolta le mie chiacchiere, non crede alla neve.
Esiste, le dico, è fatta come il sale secco delle pozze marine prosciugate tra gli scogli.
Potevi pure dire che era come lo zucchero?, mi chiede.
Potevo, ma dicevo sbagliato. Lo zucchero se ne sta a granelli separati, invece il sale marino si compatta come fa la neve.
Mi chiede se si posa sul mare.
No, sul mare no, si squaglia.
Allora esiste solo sulla terra?
Solo sulla terra.
Irene non crede alla neve. Devo cambiare storia. Conosco una donna che non getta i noccioli della frutta nella spazzatura. Li raccoglie e poi trova un terreno in cui buttarli.
Dice che sono semi e devono avere una possibilità.
Brava, dice Irene.
E tu? Le dico: non sei un nocciolo di frutto?
Si guarda il ventre, dice: un guscio che si è svuotato a mare.

Conoscerai giovani maschi, andrai a ballare al suono di una musica di piazza. S’innamoreranno di te a bocca aperta.
Per le strade le persone ti saluteranno, buongiorno signorina Irene.
Lei fa un sorriso. M’incoraggio e proseguo. Insegnerai ai bambini a giocare con le onde sonore, a ripetere il nuoto dei delfini.
Andrai nelle isole dove fanno le mattanze e le impedirai. Girerai il mondo a togliere i delfini dalle vasche.
Poi tornerai qui e racconterai alla tua famiglia del mare.
Alla fine sarai la stessa Irene, il mondo non ti avrà cambiato, lo prometto.
Esiste il viaggio fuori di quest’isola e cento vite tue che sono uova pronte per la schiusa. Per covata basterà il tempo con cui dici sì.

Poi mi fermo, perché non mi viene altra vita da inventare e mi darei un pungo in fronte per la mia scarsità. Perché dura il tempo che uno la inventa.
E neanche stavolta ho messo la fine a un racconto. Lo stesso lei sa che ho finito.
Sorride, fa un sì con la testa, però non a me. Fa un sì a tutte le Irene che non sono lei stessa, però potevano.
Aspetto. Lei si tocca il ventre svuotato, se lo batte e stavolta suona secco e cupo, un rumore di zoccoli in una chiesa vuota.
Un brivido e mi abbraccio le ginocchia. Le storie inventate per lei l’hanno tenuta per il tempo di apnea del suo ascolto.
Irene tira nel naso l’aria di quando si chiede la pagina finale di un racconto.
Con una sola spinta di talloni si toglie dal mio fianco. Il cielo incrostato di stelle contorna di luci il suo corpo e lo tratteggia.
E’ la bellezza pura che sta entrando in mare, illesa da lusinghe di futuro, senza un saluto indietro, come un serpente con la vecchie pelle.
S’immerge nella notte, s’infila tra due onde col fruscio delle dita che aprono una tenda.

tratto da Storia di Irene di Erri De Luca


Storia di Irene
di Erri De Luca

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza: 109 p.  
Formato Kindle: € 3,99
Copertina Flessibile: € 5,53
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