“STORIA DI IRENE” DI ERRI DE LUCA

Irene ha gli occhi tondi dei pesci, degli uccelli, dei mammiferi. Neanche nel sorriso accennano alla piega obliqua.
E’ orfana, ha quattordici anni e presto partorisce.
Vive in una stanza che era di stalla per l’asino e ora è per lei.
Il proprietario è partito pe rl’Australia. La casa è in fitto a una coppia olandese, tutto l’anno, la stalla è per Irene.
C’è un letto di pietra e un materasso di foglie secche di cespuglio. Crescono pochi alberi, bassi per via del vento che li piega.

Storia di Irene di Erri De Luca, pubblicato nel 2013, è il primo libro che leggo di questo autore che da diverso tempo mi compare sotto gli occhi. Sono diversi anni che mi dico “dovrei leggerlo” e finalmente il momento è arrivato, proprio con quello che credo sia il suo libro più estremo – e in qualche modo sperimentale.

Mi chiede dove arrivo a nuotare. Da nessuna parte, conto le bracciate, cinquecento, poi torno indietro.
Indietro è il posto da cui parto e provengo. Irene sorride, apre i denti, morde l’aria, la inghiotte a piccoli sorsi.
Gli occhi rimangono tondi e lontani.
Si fida della mia età sbiancata alle tempie e sulla barba lasciata spuntare.
Sa che manco di moglie e di figli. Le dico che scrivo storie e le vendo al mercato.
Apro la valigia di commesso viaggiatore, mi metto a strillare i miei titoli buffi che nessuno ricorda e che chiamano l’attenzione per mezzo minuto.
La nostra specie umana ha bisogno di storie per accompagnare il tempo e trattenerne un poco.
Così io raccolgo storie, non le invento. Vado dietro la vita a spigolare, se è un campo, a racimolare, se è una vigna.
Le storie sono un resto lasciato al passaggio. Non sono aria ma sale, quello che resta dopo il sudore.
[…] Irene chiede se raccolgo pure le storie che non sono ancora un resto. Lei ne porta una nel ventre.
Se vuoi che l’accolto, l’ascolto.
Non posso seguirla nel mare, mi perdo, ma a terra riesco.
Irene sa nuotare a una velocità che non ho visto prima. Il mare sotto di lei è un elastico, i suoi colpi di gambe riunite sono stacchi di pinne.
Salta le onde a tuffo di cetaceo. Ti ha visto qualcuno andare a nuoto? Nessuno, lei scende di notte.
A me lo fa vedere perché c’entra con quello che mi vuole dire.

Storia di Irene di Erri De Luca contienere tre storie, il cui comun denominatore è il mare, che va inteso come via di fuga, ma anche come alternativa ad un mondo marcio. La prima – e anche la più interessante – è quella di Irene, una ragazzina orfana che vive su una piccola isola greca, la quale decide di affidare la sua storia ad uno straniero di passaggio. Ha quattordici anni, è incinta, e vive metà della sua vita sulla terraferma, ai margini di una comunità che la guarda con sospetto, e metà in mare, insieme alla sua famiglia di delfini che la salvò, ancora bambina, da una burrasca dove morirono i suoi genitori. La seconda storia è quella di Aldo De Luca, nonno dello scrittore, il quale, durante la seconda guerra mondiale, scampò ai nazisti raggiungendo l’isola di Capri – già in mano agli americani – di notte, nel buio di totale, a bordo di una barchetta e in compagnia di sconosciuti con cui si nascondeva da tempo. La terza è, infine, quella di don Saverio, con il peso dei suoi ottant’anni e un ricordo di felicità suscitato da una mandorla, in riva al mare.

Mi volto a lei e vedo per la prima volta una ragazzina orfana in terra, che ha dovuto cercarsi al largo, dentro il mare, l’affetto e la famiglia.
La terraferma è stata matrigna, il mare invece l’abbraccia e l’accarezza.
Sull’isola è mancato il cavo di una mano per cuscino della sua.
Ci hanno pensato i delfini a offrirle la pinna d’appoggio per farla scivolare con loro senza peso.
Irene mi mette soggezione quando mi guarda in faccia, mi sta facendo venire umido agli occhi.

Sono tre storie, dunque, completamente diverse tra di loro. Soprattutto Irene, con la sua storia al limite dell’immaginazione, si discosta dagli altri due racconti, fortemente ancorati alla realtà. Ed è proprio la sua, neanche a dirlo, la storia che mi è piaciuta di più. Leggera ed evanescente, sembra essere uscita fuori proprio dal mare. Avete presente i racconti dei pescatori? Ecco, la sua mi sembra una di quelle storie lì, delle quali la ragione ti dice di non crederci, ma il cuore e la pancia hanno un’altra opinione. E questa sensazione è anche amplificata dallo stile scelto da De Luca in questo primo racconto: la narrazione è ricca di metafore e di flashback, di digressioni, salti nel buio e artifici tecnici – tanto che, a tratti, sembra quasi che la storia di Irene sia un puro esercizio di stile. I due racconti seguenti, invece, sono molto diversi per stile e tono, ma assolutamente lineari in quanto a concetti. Sono di certo più ancorati alla realtà, a quel mondo concreto in cui tutti viviamo. La guerra, la famiglia, i sogni e i desideri, la paura della fuga e il peso degli anni sulla schiena, il desiderio di rivivere un momento felice.

Era una notte per abbracciare una donna anziché serrare i pungi intorno ai remi. Si accorse che gli sanguinavano i palmi quando si passò il dorso sulla fronte. Era passata un’ora di turno e si fece dare il cambio. L’anziano si offrì, venne scartato. Remò il più capace, che era stato canottiere in un circolo marinaro di Santa Lucia. Abituato a legni lunghi, prese facilmente le misure a quelli corti e filò veloce. Sfruttava le piccole onde planandoci sopra. Non faceva oscillare la barca.
Erano in mezzo al tratto di mare. L’anziano chiese a mio padre che gli sedeva accanto se lo disturbava pronunciano a bassa voce una preghiera. Voleva ristabilire i rapporti con la provvidenza.
Mio padre che avrebbe zittito brusco uno di loro cinque se attaccava un paternoster, non se la sentì di essere scortese con l’anziano.
Ascoltò frasi spezzate: “E ci hai salvato dalla mano di ogni nemico”, “e hai mandato una benedizione in ogni opera delle nostre mani”. Mio padre si guardò le sue al buio, ferite, se le sciacquò in mare e il sale fece ardere le piaghe.
L’ebreo pregava al passato. C’era bisogno casomai di un’assistenza per il futuro immediato. Gli venne da interromperlo: una preghiera è fatta per chiedere, che c’entravano i verbi al passato?
L’anziano si lasciò interrompere e ripose con l’esempio dell’arco: per tirare lontano la tua freccia devi prendere la corda e tenderla più indietro che puoi. Così fa pure la preghiera, una specie di freccia.
Mentre mio padre ci pensava, l’anziano finì di recitarla: “Ecco io mando un messaggero innanzi a te per custodirti nel cammino e per farti venire al luogo che ho stabilito”.
Da Capri arrivava, debole ancora, il suono di una musica.

Per me, che mi approccio a Erri De Luca per la prima volta, non credo che questo sia stato il modo migliore. Non perché  Storia di Irene  non mi sia piaciuto, anzi. Ma perché in questo libro ci sono due versioni dello stesso autore e continuo a chiedermi: qual’è quella più veritiera? Immagino che l’unico modo per darmi una risposta sia continuare a scoprirlo.

Un poeta ha scritto: “C’è competizione nel caos, una cosa molto stupida”. Nient’affatto: la rissa per vivere, dalla corsa degli spermatozoi fino alla scomposta salvezza da un naufragio, era fuga, furia, affanno, fortuna e molto di più, ma stupida no.

Qualcuno di voi ha letto questo libro? Cosa ne pensa?
E per chi conosce bene Erri De Luca, cosa dovrei leggere, ora, di suo?


Storia di Irene
di Erri De Luca

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza: 109 p.  
Formato Kindle: € 3,99
Copertina Flessibile: € 5,53
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