“IL BAMBINO DI CARTA” DI MARINA MIGLIAVACCA MARAZZA



In collaborazione con Libromania.

Dev’essere dura per suo padre. Se lo immagina con in mano la sua stilografica d’argento, la stessa che lui ha smontato e rimontato mille volte da bambino, mentre esita a vergare l’indirizzo sul sovra pacco, Tenente C.R. Milne. Perché il suo unico figlio, quel Christopher Robin che lui ha trasformato in un personaggio letterario, nella spalla narrativa del famoso orso Winnie the Pooh, non è più quel bambino con i pantaloni corti e i sandaletti col cinturino. Ha superato i vent’anni e indossa un’uniforme, adesso.

Quando mi è stato proposto di leggere Il bambino di carta di Marina Migliavacca Marazza, romanzo pubblicato a novembre 2017, ho subito detto di sì. Perché in questo libro l’autrice racconta una storia che mi ha fatto compagnia per tanti anni ed è quella dell’orsetto giallo Winnie the Pooh. Cosa c’entro io con lui? Beh, quando avevo quindici anni è nata la mia seconda sorella e per i seguenti sei anni (o forse anche di più) non abbiamo fatto altro che guardare i suoi cartoni animati, leggere le sue storie, imparare l’alfabeto con un suo pupazzo e una canzoncina che ancora oggi mi suona nelle orecchie. Capirete bene che gli sono particolarmente affezionata e gli devo tantissimi bei ricordi. Io, Raffaella, Winnie e gli efelanti abbiamo trascorso dei meravigliosi pomeriggi insieme.


IL BAMBINO DI CARTA
di Marina Migliavacca Marazza

Casa editrice: Libromania
Lunghezza: 284 p.  
Formato Kindle: € 1,99
Copertina Flessibile: € 9,99

VOTAZIONE: ****


Le situazioni gli vengono in mente con facilità. Il libro lo ha già quasi finito tutto nella stesura matita. Non ci sono solo l’orso, il maialino e l’asino, ma anche un coniglio puntiglioso e un gufo saggio, che sono molto utili allo sviluppo delle singole storie e sono nati dalla sua fantasia di scrittore. Tutti dentro il Bosco dei Cento Acri, tremendamente simile alla foresta vicino alla sua casa di campagna.
Lì dentro non ci sono diavolerie moderne, telegrafi, telefoni, automobili, ma soprattutto non ci sono veri conflitti. C’è solo la proiezione del mondo interiore di un bambino che ha le sembianze di Christopher Robin, ma potrebbe anche essere Alan da piccolo. E’ una fuga dentro l’utopia di un’arcadia all’inglese, dove tutti vivono in perfetta armonia e i motori scatenanti di una narrazione sono fatti di nulla.

In Il bambino di carta l’autrice racconta la storia del vero Christopher Robin. Scopriamo, attraverso queste pagine che il personaggio di Winnie the Pooh, inventato dallo scrittore inglese Alan Milne, è stato ispirato proprio dall’orsetto che il figlio Christopher Robin (il quale sin da bambino preferiva farsi chiamare Billy Moon) aveva l’abitudine di portarsi dietro ovunque. Proprio osservando il figlio giocare con l’orsetto e con altri pupazzi, insieme alla tata Olive, lo scrittore ha avuto l’idea di scrivere i libri per bambini che noi tutti conosciamo. Ma nel romanzo si va oltre, perché non si racconta solo di com’è nato questo personaggio, ma in che modo la sua fama ha influito sulla crescita e sull’identità di Billy.

Olive sospira. Tutti i ragazzini del mondo si trovano prima o poi a fare a botte con qualcuno che li vuole prendere in giro, si sa. Ma non tutti i ragazzini del mondo devono difendersi dal fantasma di un bambino che si chiama come loro e che è il protagonista di uno dei libri più famosi del momento.

Il libro mi è piaciuto tantissimo e per due motivi. Innanzitutto perché racconta il dietro le quinte della creazione di Winnie the Pooh e dei suoi amici (diventati poi ancora più celebri quando la Disney ne ha comprato i diritti), personaggi a cui sono molto legata per i motivi che vi ho spiegato sopra. Ma il romanzo mi è molto piaciuto anche perché la scrittrice è andata oltre, raccontando i risvolti che ha avuto questa fama. Il racconto che, in questo senso, ne fa la scrittrice è interessante e tenero al tempo stesso, perché racconta dei problemi che questo libro ha causato al vero Christopher Robin.  Dagli eventi a cui il bambino è costretto a partecipare per promuovere il lavoro del padre, impersonificando un personaggio che ha le sue fattezze fisiche e il suo nome ma che non è lui, agli insulti subiti dai suoi coetanei che lo identificano con quel personaggio che in realtà è solo una finzione letteraria, il romanzo fa emergere tutte le difficoltà con cui Billy Moon è stato costretto a crescere. D’altra parte molto triste è l’indifferenza della madre, la quale non si rende conto dei problemi che questa fama suscita quotidianamente nel figlio ma, al contrario, continua a sfruttare la sua immagine per fini esclusivamente economici e di prestigio.

Alan incontra lo sguardo di Miss Miller nel pubblico, che ammicca. Ha già capito che lo attaccherà su questo terreno. Lui è entrato dentro Christopher Robin, si è trasformato nel bambino con i pantaloni corti, si è insinuato nel personaggio di suo figlio come un demone possessore per piegarlo ai suoi bisogni d’autore. Ha fatto fare al bambino che non esiste il ruolo che gli è servito dentro il suo libro. Perché Christopher Robin in realtà non esiste, è solo una finzione letteraria. Billy vive una vita vera nella realtà e Christopher Robin vive una vita fittizia solo dentro il Bosco dei Cento Acri. Ma nessuno potrà mai capire la sottile differenza.

Lettura molto interessante, che consiglio di cuore. Scoprirete qualcosa di nuovo su un personaggio che, ne sono certa, fa parte di molti dei vostri ricordi.

Come aveva detto il signor Gibbs? “Finché vivrai, tutti ti riconosceranno per quello che sei: il famoso Christopher Robin. Ovunque tu vada.”
Ovunque tu vada. E’ la sua maledizione.

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