“IL QUADERNO DI MAYA” DI ISABEL ALLENDE

Una settimana fa, all’aeroporto di San Francisco, la nonna mi abbracciò senza piangere e mi ripeté che, se avevo minimamente a cuore la mia esistenza, non dovevo mettermi in contatto con nessuno finché non avessimo avuto la certezza che i miei nemici non mi cercavano più. La mia Nini è paranoica, come tutti gli abitanti della Repubblica popolare indipendente di Berkeley, perseguitati dal governo e dagli extraterrestri, ma nel mio caso non stava esagerando: qualsiasi precauzione non sarebbe stata di troppo. Mi consegnò un quaderno con cento pagine perché tenessi un diario della mia vita, come avevo fatto dagli otto ai quindici anni, quando ancora il destino non mi aveva girato le spalle. “Avrai tempo per annoiarti, Maya. Approfitta per scrivere delle enormi sciocchezze che hai commesso, magari in questo modo ti rendi conto della loro portata” mi disse.

Il quaderno di Maya di Isabel Allende, pubblicato nel 2011 da Feltrinelli, può essere definito il primo romanzo in cui la scrittrice ha cambiato rotta. Perché qui per la prima volta la Allende ha sperimentato e lo ha fatto introducendo nelle sue storie un’atmosfera diversa, pur conservando alcuni elementi tipici della sua narrazione. Di cosa parla il romanzo? Questa volta siamo di fronte ad una specie di diario scritto da Maya Vidal, una ragazzina americana che, per fuggire da alcuni spacciatori e agenti dell’Fbi che la stanno cercando, viene mandata dalla nonna a Chiloè, un’isola sperduta nel sud del Cile. Su quest’isola Maya non solo farà pace col suo passato, fatto di traumi e perdite ma anche di abuso di alcol e droghe, ma scoprirà anche nuovi lati di sé e della sua famiglia.

E’ vero che l’adrenalina da dipendenza. In Oregon c’erano dei ragazzi cosi incasinati da sentirsi a loro agio nelle disgrazie. La felicità è saponosa, scivola via tra le dita e invece ai problemi ci si può attaccare, offrono un appiglio, sono ruvidi, duri. Al collegio vivevo il mio personale romanzone russo: ero cattiva, impura e pericolosa, defraudavo e ferivo chi più mi amava, la mia vita ormai era fottuta. Su quest’isola, invece, quasi sempre mi sento buona, come se il cambio di paesaggio avesse cambiato anche la mia pelle. Qui nessuno conosce il mio passato, a parte Manuel; la gente si fida di me, mi crede una studentessa in vacanza, che è venuta ad aiutare Manuel nel suo lavoro, una ragazza ingenua e sana, che nuota nel mare gelato e gioca a calcio come un uomo, una gringa un pò tontolona. Non ho intenzione di deluderli.


IL QUADERNO DI MAYA
di Isabel Allende

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza:    
Formato Kindle: € 6,99
Copertina Flessibile: € 8,50

VOTAZIONE: *****

 


“Promettimi che ti vorrai sempre bene come te ne voglio io, Maya” mi ripeteva e io glielo promettevo senza sapere che cosa significasse quella strana frase.

Come dicevo prima, trovo che Il quaderno di Maya sia il primo libro in cui la Allende ha messo in atto un cambiamento. Sarà stata una sfida personale o forse un tentativo di non perdere il passo di fronte al tempo che passa, non lo so. Fatto sta che in questa storia ha affiancato elementi narrativi nuovi a quelle che sono le caratteristiche tipiche del suo stile. A cosa mi riferisco? Questa volta, per esempio, la protagonista della storia non è una donna forte e indipendente, come ci ha sempre abituati, bensì una ragazzina fragile e insicura, spezzata in due dall’assenza del padre e dalla morte del nonno, la quale ha coltivato la sua rabbia nei confronti della vita per anni, fino a trovare un palliativo nell’alcol e nelle droghe. La storia è, inoltre, ambientata ai nostri giorni seppur su un’isola sperduta in cui manca l’elettricità e il gas e dove un semplice temporale può isolarti dal resto del mondo. Infine, i temi trattati sono temi attuali e ispirati alle sue vicende personali (mi riferisco soprattutto al discorso dell’uso di sostanze stupefacenti, piaga della quale fu afflitta la figlia del suo secondo marito, provocandone la morte). Ma al tempo stesso è vero che è riuscita a trovare il giusto espediente per unire tutte queste novità alla sua identità più profonda. L’espediente è, secondo me, proprio l’isola di Chiloè. Non perché siamo in Cile (o almeno non solo) ma perché la lontananza dal resto del mondo e l’arretratezza di questo arcipelago che sembra dimenticato da tutti, riesce quasi a catapultare noi lettori indietro nel tempo e Maya, la protagonista, in una condizione quasi primitiva in cui il silenzio fa padrone, permettendole di tornare in sintonia con il suo io e con la natura, fare pace col suo passato e con i suoi errori, ritrovare la sintonia giusta del suo cuore.

La cerimonia delle donne nel ventre della Pachamama mi ha messo definitivamente in contatto con questo fantastico mondo che è Chiloè e con il mio corpo. L’anno scorso la mia esistenza era spezzata, ero convinta che la mia vita fosse finita e che il mio corpo fosse irrimediabilmente macchiato. Ora mi sento di nuovo completa e provo un rispetto per il mio corpo che non avevo mai avuto prima, quando vivevo esaminandomi allo specchio per fare la conta dei miei difetti. Mi piace come sono, non voglio cambiare nulla. Su quest’isola benedetta niente alimenta ii miei brutti ricordi, ma faccio lo sforzo di trascriverli su questo quaderno affinché non mi succeda come a Manuel, che conserva i suoi ricordi chiusi in una grotta e se si distrae lo assaltano di notte come cani rabbiosi.

Ad ogni modo, restano presenti quelli che sono i tratti distintivi della scrittura della Allende, i quali permettono, ai suoi lettori, di riconoscerla sempre. Mi riferisco all’ambientazione, il Cile, che diventa fondamentale, così come al racconto di un momento storico che segna la vita di diversi protagonisti della storia ma anche della stessa Allende, cioè il colpo di stato di Pinochet del 1973. Inoltre, anche se Maya è una ragazzina fragile e insicura, non mancano le figure femminili forti, indipendenti e passionali, quelle che la scrittrice ama e nelle quali, sicuramente, si immedesima. Infine, l’elemento magico è una costante e questa volta assume il volto di tradizioni tipiche dell’isola di Chiloè, fatte di macun, stregoni, machi, guaritrici, invunches, tutte figure appartenenti alla mitologia dell’isola, sulle quali Manuel (l’uomo che accoglie Maya nella sua casa durante il suo isolamento) sta scrivendo un libro.

“Quando arrivai a Chiloè lo definivo il culo del mondo, Daniel, ma ora so che è l’occhio della galassia” gli confidai.

Non posso dire che Il quaderno di Maya sia il romanzo della Allende che preferisco, ma posso sicuramente dirvi che è molto bello. Coinvolgente e moderno, permette al lettore di cadere negli abissi insieme alla protagonista, per poi rinascere, circondati dal mare e dal silenzio. Lettura consigliata.

E’ difficile parlare di queste cose con Manuel e con le altre persone; i cileni sono prudenti, hanno paura di offendere o di esprimere un’opinione schietta, il linguaggio è una danza di eufemismi, l’abitudine alla cautela è radicata e sotto la superficie cova molto risentimento che nessuno vuole riportare alla luce; sembra quasi che tutti condividano una sorta di imbarazzo collettivo, alcuni perché patirono la situazione e altri perché ne beneficiarono, alcuni perché se ne andarono, altri perché rimasero, alcuni perché persero i propri famigliari, altri perché fecero finta di non vedere. Perché la mia Nini non mi ha mai parlato di queste cose? Mi ha cresciuta parlando in castigliano, anche se io le rispondevo in inglese, mi portava alla Pena Chilena, a Berkley, dove si ritrovavano i latinoamericani per ascoltare musica, vedere opere teatrali o film, e mi faceva imparare a memoria poesie di Pablo Neruda che io capivo a stento. Grazie a lei ho conosciuto il Cile prima di esserci venuta; mi raccontava di ripide montagne innevate, di vulcani addormentati che a volte si risvegliano con una scossa apocalittica, della lunga costa del Pacifico che le sue onde increspate e il loro profilo di spuma, del deserto del Nord, secco come la Luna, che a volte fiorisce come un quadro di Monet, dei boschi freddi, dei laghi limpidi, dei fiumi fecondi e dei ghiacciai azzurri. La nonna mi parlava del Cile con voce da innamorata, ma non diceva nulla della gente e della sua storia, come se si trattasse di un territorio vergine, disabitato, nato il giorno prima da un sospiro tellurico, immutabile, fermo nel tempo e nello spazio. Quando si ritrovava con altri cileni la lingua accelerava e le cambiava l’accento e io non riuscivo a seguire il filo della conversazione. Gli immigrati vivono con giochi fissi sul lontano paese che hanno lasciato, ma la mia Nini non ha mai manifestato il desiderio di tornare in Cile. Ha un fratello in Germania che sente raramente, i suoi genitori sono morti, e nel suo caso il mito della famiglia tribale non ha senso. “Non ho nessuno lì, perché dovrei tornarci?” mi diceva. Dovrò attendere per chiederle in modo diretto che cosa è successo al suo primo marito e perché se ne è andata in Canada.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Chiara Nicolazzo ha detto:

    Non crucciarti per il numero di libri letti! L’importante è la qualità 😊

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  2. Violet ha detto:

    Ciao di nuovo!
    In un periodo di blocco, questo libro è stato l’unico che sono riuscita a terminare effettivamente. Mi piace leggere, ma non sono veloce e il numero di libri che leggo in un anno è vergognosamente basso, tuttavia (o forse proprio per questo), ho instaurato un rapporto speciale con “Il quaderno di Maya”, forse proprio perché è moderno e diverso dalle altre opere della Allende. Mi spiego, le tradizioni e l’ambientazione cilene, di Chiloé e tutti i suoi abitanti, mi hanno tenuta incollata al libro, così come il personaggi di Manuel Arias. Ho amato Nini, così forte e la figura del nonno mi ha colpito nel profondo. Credo che, a tenermici incollata, sia stata proprio la mescolanza di caratteristiche proprie della sua scrittura ed elementi nuovi, e sono abbastanza sicura che sia dipeso fortemente dal periodo in cui ho avuto occasione di leggerlo. Ad ogni modo, sono contenta che non sono l’unica a pensare che sia un bel romanzo!

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