“L’AMANTE” DI MARGUERITE DURAS

La storia della mia vita non esiste. Proprio non esiste. Non c’è mai un centro, non c’è un percorso, una linea. Ci sono vaste zone dove sembra che ci fosse qualcuno, ma non è vero, non c’era nessuno. La storia di una piccola parte della mia giovinezza l’ho già più o meno scritta, insomma l’ho lasciata intravedere, intendo la parte di cui parlo, quella dell’attraversamento del fiume. Ora faccio qualcosa di diverso e di uguale. Prima ho parlato dei periodi limpidi, chiari. Ora parlo dei periodi nascosti di questa stessa giovinezza, di fatti, sentimenti, eventi che avevo dissimulato. Ho cominciato a scrivere in un ambiente in cui dovevo farlo con pudore. Scrivere, allora, era ancora un impegno morale. Adesso scrivere sembra che spesso non sia più niente. Talvolta me ne rendo conto: scrivere, o è mescolare tutto in un viaggio che ha per destinazione la vanità e il vento, o non è niente; o si mescola tutti in un’unità per sua natura indefinibile, o si fa soltanto della pubblicità. Ma molto spesso non ho un’opinione, vedo che tutti gli spazi sono aperti, come se non ci fossero più pareti, come se lo scritto non sapesse più dove andare per nascondersi, per strutturarsi, per leggersi, come se la sua fondamentale sconvenienza non venisse più rispettata, e subito dopo non ci penso più.

L’amante di Marguerite Duras, pubblicato nel 1984, è un romanzo autobiografico in cui l’autrice racconta di un suo amore giovanile. Durante l’adolescenza la Duras visse nell’Indocina francese con la madre e i fratelli e proprio qui conobbe Huynh Thuy Le, un ragazzo cinese che si invaghì di lei e con il quale instaurò una relazione clandestina. Dico clandestina perché lui era figlio di un ricco possidente mentre lei di una semplcie maestra, oltre che bianca e troppo giovane. Si tratta, dunque, di un racconto molto intimo, perché oltre a scrivere di questa relazione  destinata al fallimento a causa della differenza di età, di razza e di ceto sociale, la Duras racconta anche della sua famiglia, del difficile rapporto col fratello maggiore e con la madre, del trauma della morte del fratello minore, dei suoi anni in Indocina.

Il signore elegante è sceso dalla limousine, fuma una sigaretta inglese, guarda la ragazza con il cappello da uomo e le scarpe d’oro, le si avvicina lentamente. E’ palesemente intimidito. Non sorride subito, prima le offre una sigaretta. Gli trema la mano. Trema perché non è bianco, e c’è la diversità razziale da superare. Lei gli dice che, grazie, non fuma, non aggiunge altro, non dice mi lasci in pace, allora lui si rassicura, le dice che vedendola ha creduto di sognare, lei non risponde, non val la pena di rispondere, non saprebbe che cosa rispondere.


L’AMANTE
di Marguerite Duras

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza: 123 p.       
Formato Kindle: € 3,99
Copertina Flessibile: € 6,80

VOTAZIONE: **

 


Il rumore della città è fortissimo, lo risento come il sonoro di un film tenuto troppo alto, assordante. Ricordo bene, la stanza è in penombra, circondata dal frastuono continuo della città, fluttuante nella città, nella corsa della città. Rimaniamo in silenzio. Non ci sono vetri alle finestre, solo tende e persiane, sulle tende si vedono le ombre di chi passa nel sole sul marciapiede, una fitta folla di ombre striate dalle stecche della persiana. Gli zoccoli di legno ci rimbombano in testa, le voci sono stridule; la lingua cinese è una lingua gridata, come mi sono sempre immaginata le lingue dei deserti, una lingua incredibilmente remota.
Fuori il giorno finisce, si sente dal rumore delle voci e dai passi sempre più fitti; è una città di piacere che vive soprattutto di notte, e la notte comincia quando il sole tramonta.
Tra il letto e la città ci sono le persiane a stecche e le tende di cotone, nessun materiale compatto ci separa dalla gente, essa ignora la nostra esistenza, noi percepiamo un po’ della sua, l’insieme delle voci, dei movimenti somiglia a una sirena dall’urlo spezzato, triste, senza eco.
Odori di zucchero caramellato arrivano fino a noi, di noccioline tostate, di minestra cinese, di carne arrosto, di erbe, di gelsomino, di polvere, di incenso, di brace, mettono il fuoco nelle ceste e lo vanno a vendere per strada, l’odore della città è uguale a quello dei villaggi della savana, a quello della foresta.

Questo romanzo ha segnato il mio primissimo approccio con Marguerite Duras, autrice per la quale ho sempre nutrito curiosità perché il mio professore di francese del liceo la nominava spesso. Non so, però, se questo è stato il libro giusto con il quale iniziare a scoprirla, dal momento che mi ha lasciata molto perplessa. Ok, c’è il racconto di questa storia d’amore destinata a fallire sin dal primo sguardo ma c’è anche tanto altro, forse troppo. Non conoscendo nulla della Duras, e mi riferisco sia alla sua vita personale che al suo lavoro, mi sono trovata totalmente spiazzata di fronte a tante digressioni aggressive e improvvise che hanno contribuito a creare quello che io ho percepito come un racconto molto frammentario, dispersivo e instabile. Ho trovato “fuori luogo” tutti quei flashback sulla sua infanzia e sul rapporto con sua madre, perché non avevo la minima idea di cosa stesse parlando e soprattutto perché mi è sembrato che togliessero qualcosa alla storia d’amore che, secondo me, da argomento principale del romanzo è stato sbalzato all’ultimo posto. E questo mi è molto dispiaciuto. Perché io ho iniziato a leggere un libro convinta che avrebbe parlato di qualcosa, ma di quel qualcosa ho avuto la sensazione di leggere solo dei cenni e non un vero e proprio racconto.

Può esprimere i suoi sentimenti solo attraverso la parodia. Scopro che non ha la forza di amarmi contro il volere del padre, di prendermi, di portarmi via. Piange perché non trova la forza di amarmi al di là della paura. Il suo eroismo sono io, il suo servilismo è il denaro paterno.

E dire che il suo stile mi ha molto colpita e sin dalla prima pagina. Spesso mi sono persa tra libri mediocri che si somigliano tutti, ma la Duras, nonostante L’amante non mi abbia particolarmente convinta,  ha subito messo tutto nella giusta prospettiva. Ho trovato una scrittura pulita e sconnessa, profonda, spoglia, onesta. La Duras ha il dono di catturare i lettori con le parole ed è stato solo grazie a questo suo potere che sono riuscita a divorare il libro, perché anche mentre pensavo che la delusione mi avrebbe sopraffatta c’era qualcosa che mi faceva andare avanti. Questo mi fa capire che sì, molto probabilmente ho scelto il libro sbagliato, ma non la scrittrice sbagliata.

Quindici anni e mezzo. Certe cose si sanno presto a Sadec. Basta vedere come si veste per capire che è disonorata. La madre è un’insensata, non è quello il modo di allevare una bambina. Povera figliola. Quel cappello, vi dico, non è innocente, e neppure quel rossetto, significa qualcosa, è per attirare gli sguardi, il denaro. I fratelli, quei mascalzoni. Dicono che è un cinese, il figlio del miliardario, quello che ha la villa sul Mekong, con la ceramica azzurra. Persino lui, invece di sentirsi onorato, non la vuole per suo figlio, non vuole questa bianca che appartiene a una famiglia di mascalzoni.

Non so, dunque, se consigliarvi o meno la lettura di questo romanzo. Se devo pensare al libro in sè direi di no, perché non solo mi aspettavo qualcosa di più,  mi aspettavo qualcosa di diverso. Se però devo pensare alla donna dietro la penna, quella con le scarpe dorate e il rossetto rosso, allora dico sì, ne vale la pena.

Forse l’altra conosceva l’esistenza della fanciulla bianca. Aveva cameriere nate a Sadec che sapevano la storia e forse avevano parlato. Non doveva ignorare quella pena. Dovevano avere entrambe la stessa età, sedici anni. Quella notte aveva visto piangere lo sposo? e, vedendolo, lo aveva consolato? Una ragazza di sedici anni, una fidanzata cinese degli Anni Trenta, poteva, senza sconvenienza, consolare quel tipo di pena adultera di cui era vittima? Chi sa? Forse si sbagliava, forse aveva pianto con lui, senza una parola, per tutta la notte. E l’amore sarebbe venuto dopo quel pianto.
Lei, la ragazza bianca non aveva mai saputo nulla di quegli avvenimenti.
Anni e anni dopo la guerra, dopo i matrimoni, i figli, i divorzi, era venuto a Parigi con la moglie. Le aveva telefonato. Sono io. Lei l’aveva riconosciuto alla voce. Le aveva detto: volevo solo sentire la tua voce. Le aveva detto, ciao, sono io. Era intimidito, aveva paura come prima, la voce improvvisamente gli tremava e in quel tremito, improvvisamente, lei aveva ritrovato l’accento cinese. Lui sapeva che lei aveva cominciato a scriver libri, l’aveva saputo dalla madre incontrata a Saigon. Sapeva anche del fratello piccolo, disse che ne aveva sofferto pensando a lei. E poi sembrava che non avesse altro da dire. Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe potuto mai smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte.

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