“LA SPOSA GIOVANE” DI ALESSANDRO BARICCO

I gradini da salire sono trentasei, di pietra, e il vecchio li sale lento, con circospezione, quasi li raccogliesse uno ad uno per spingerli al primo piano: lui pastore, loro animali miti. Modesto è il suo nome. Serve in quella casa da cinquantanove anni, ne è dunque il sacerdote.

La Sposa giovane di Alessandro Baricco, pubblicato nel 2015, è uno dei pochi libri di questo autore che avevo ancora da leggere e che ho amato moltissimo. Si tratta di un romanzo di certo particolare, ambientato agli inizi del Novecento, in cui viene raccontata la storia di una ragazza che, appena compiuti diciott’anni, come da accordi, si presenta a casa del suo promesso sposo. Qui la ragazza, chiamata la Sposa giovane, viene accolta dalla Famiglia, composta dal Padre, la Madre, la Figlia, lo Zio e il domestico Modesto, e scoprirà che il Figlio (il promesso sposo, ovviamente) è assente, perché mesi prima si era recato in Inghilterra per questioni di lavoro. Nessuno, infatti, ricordava di quell’accordo preso anni prima con il padre di lei, alla vigilia del trasferimento della ragazza in Argentina insieme alla sua famiglia, ma la Sposa giovane viene ugualmente accolta a braccia aperte e inizia così la sua attesa, durante la quale non solo scoprirà e cercherà di adattarsi alle quattro regole della casa, ma conoscerà meglio tutti i componenti della Famiglia e soprattutto se stessa.

Se n’erano dimenticati, tutto lì. Era ogni cosa concordata, ma da così tanto tempo che poi se n’era persa una memoria precisa. Non se ne doveva dedurre che avessero cambiato idea: sarebbe stato in ogni cosa troppo faticoso. Una volta deciso, non si cambiava mai, in quella casa, per evidenti ragioni di economia delle emozioni. Semplicemente, il tempo era passato con una velocità che non avevano avuto la necessità di registrare, e adesso la Sposa giovane era lì, probabilmente per fare ciò che da tempo era stato concordato, con ufficiale approvazione di tutti: sposare il Figlio.


LA SPOSA GIOVANE
di Alessandro Baricco

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza: 123 p.       
Formato Kindle: € 3,99
Copertina Flessibile: € 6,80

VOTAZIONE: *****

 


In realtà il Figlio le era piaciuto proprio perché non era comprensibile, al contrario di tutti gli altri ragazzi della sua età, in cui non c’era nulla da capire. La prima volta che l’aveva incontrato l’aveva colpita l’eleganza da malato con cui portava i gesti, e per una certa bellezza da morente. Stava benissimo, che lei sapesse, ma uno coi giorni contati si sarebbe mosso come lui, si sarebbe vestito come lui, e soprattutto avrebbe taciuto a oltranza come lui, per parlare solo di tanto in tanto, e bassa voce, e con un’intensità irragionevole. Appariva segnato da qualcosa, ma che si trattasse di un destino tragico era una deduzione un po’ troppo letteraria che la Sposa giovane imparò presto, e per istinto, a superare.

Di La Sposa giovane ho amato ogni singola parola. La trama intricata e le descrizioni precise, i personaggi sempre strambi ma credibili, il divagare senza briglia del narratore, i racconti dei sentimenti e di quelle rivelazioni che la vita ti concede, ogni tanto.
Se c’è una parola con cui riesco a descrivere questo romanzo è, senza dubbio stupefacente. Perché tutte le volte che leggo un libro di Baricco, lui mi stupisce e mi chiedo sempre cosa inventerà per la prossima storia. E quando poi la leggo, quella prossima storia, io non lo so come faccia, ma lo stupore non cambia. Anzi, aumenta. Questo è quello che è successo con la storia di La Sposa giovane. Si tratta di una storia stramba ed evanescente, che inizia e finisce nel nulla, come se non fosse mai esistita, salvo avere delle prove della sua esistenza nelle sensazioni che ti lascia una volta raggiunta l’ultima pagina. Baricco ha questo potere, quello di incollarti alle sue parole e farti sentire parte di un qualcosa che non esiste e che palesemente non potrebbe esistere, ma che ti stravolge come se fosse reale.

Tornarono in treno, di nuovo soli, uno seduto di fronte all’altra, nella luce di un tramonto lungo, e se adesso ci ripenso posso ricordare nel dettaglio, nonostante tutti gli anni passati, l’intenzione con cui me ne stavo fiera, la schiena diritta, neanche appoggiata allo schienale, combattendo con una stanchezza immensa. Era orgoglio, ma di una specie che il sangue genera solo in gioventù – lo accoppia, per errore, alla debolezza. Mi tenevano sveglia gli scossoni del treno e il dubbio che un’infamia definitiva si fosse riversata, tutta in un giorno, nel cavo della mia vita, come in una tazza che adesso sembrava impossibile svuotare: a malapena riuscivo a inclinarla quel tanto che bastava per vedere colare dai bordi il liquido opaco della vergogna – lo sentivo scorrere lento, senza sapere cosa pensare. Se fossi stata lucida, se avessi avuto mille vite in più, avrei saputo invece che quel giorno strano, di confessioni e bizzarrie, mi aveva porto una lezione che poi ci ho messo anni, e tanti errori, a imparare. In ogni dettaglio, quel che avevo fatto in quelle ore – e ascoltato, e detto, e visto – stava insegnandomi che sono i corpi a dettare la vita – tutto il resto è una conseguenza. Non potevo crederlo, in quel momento, perché come tutti, da giovani, mi aspettavo qualcosa di più complesso, o sofisticato. Ma ora non conosco storia, mia o di altri, che non sia iniziata nella mossa animale di un corpo – un’inclinazione, una ferita, una sghembatura, alle volte un gesto brillante, spesso istinti osceni che vengono da lontano. E’ già tutto scritto lì. I pensieri vengono poi, e sono sempre una mappa tardiva, a cui attribuiamo, per convenzione e stanchezza, una qualche precisione.

Di questo romanzo ho amato tutti i personaggi perché ognuno di loro è portatore di una verità, di una rivelazione che la vita gli ha concesso e che viene condivisa con il lettore. Tutto ciò lo trovo estremamente poetico, perché quello che fa Baricco, in questo senso, è concedere al lettore un nuovo punto di vista, regalargli un attimo di perfezione, permettergli di prendere l’esperienza di qualcun altro e farla propria, affrontando così i propri mostri e le proprie domande attraverso la vita di qualcun altro. Ogni personaggio, inoltre, è descritto dettagliatamente, nella sua storia e nelle sue fattezze, e per quanto assurdo e “strano” diventa necessario per il mondo del romanzo. Un mondo a cui il lettore, nonostante tutto, non esita a credere.

Tre anni di silenzio e di separazione non erano facili da risalire. Si era sedimentata così tanta distanza che il Figlio aveva smesso da tempo di essere, per la Sposa giovane, un pensiero facilmente accessibile, o un ricordo, o un sentimento. Era diventato un luogo. Un’enclave, sprofondata nel paesaggio del suo sentire, che non sempre le riusciva di ritrovare. Spesso partiva, per raggiungerla, ma si perdeva per strada. Le sarebbe stato più semplice se avesse potuto disporre di qualche desiderio fisico a cui aggrappasi per scalare le pareti dell’oblio. Ma la voglia del Figlio – della sua bocca, delle sue mani, della sua pelle – era qualcosa a cui non era semplice risalire. […] E lo era ancora di più, per lei, ora che le circostanze l’avevano portata a conoscere altri piaceri, con altre persone, con altri corpi: non erano bastati a cancellare il ricordo del Figlio, ma certo lo avevano collocato in una sorta di preistoria in cui tutto suonava tanto mitico quando inesorabilmente letterario. Per questo, risalire le orme del desiderio fisico non era spesso, per la Sposa giovane, il sistema migliore per ritrovare la strada che portava al nascondiglio del suo amore. Di tanto in tanto preferiva ripescare nella memoria la bellezza di certe frasi, o di certi gesti – bellezza di cui il Figlio era maestro. La ritrovava intatta, allora, nel ricordo. E per un attimo questo sembrava restituirle l’incanto del Figlio e riportarla nell’esatto punto a cui mirava il suo viaggio. Ma era più che altro un’illusione. Si ritrovava a contemplare oggetti meravigliosi che tuttavia giacevano nelle teche della lontananza, impossibili da toccare, inaccessibili al cuore. Così al dialetto dell’ammirazione si mescolava il senso straziante di una perdita definitiva, e ancora di più si allontanava il Figlio, quasi inavvicinabile, ormai. Per non perderlo veramente, la Sposa giovane aveva dovuto imparare che in realtà nessuna qualità del Figlio – o dettaglio, o meraviglia – era sufficiente ormai a farle colmare il baratro della lontananza, perché nessun uomo, per quanto amato, basta da solo a sconfiggere il potere distruttivo dell’assenza. Quel che la Sposa giovane capì fu che solo pensando a loro due, insieme, lei era in grado di sprofondare dentro se stessa fino a dove, intatta, dimorava la permanenza del suo amore.

Una caratteristica di La Sposa giovane che mi è subito saltata all’occhio, al di là della scelta precisa e ponderata di tutte le parole che si mescolano poi in un fluire naturale, è la presenza costante ma mai impertinente dello scrittore. E non mi riferisco solo e semplicemente ai cambiamenti repentini di narratore che sono presenti lungo tutta la narrazione, ma proprio alla presenza concreta e tangibile del narratore, il quale spesso fa capolino riportandoci al presente e raccontandoci il suo atto di immaginare e scrivere la storia che noi stiamo leggendo. Questa caratteristica, per me, non è per niente disturbante, anzi. Avendo sempre amato scrivere, mi chiedo spesso quali siano i segreti degli scrittori, e cosa ci sia dietro alla costruzione di una storia. Credo, dunque, che in questo caso tutto ciò contribuisca a rendere il romanzo ancora più coinvolgente e unico.

Non avrei saputo dire cosa stavo vivendo. Era un incantesimo. Lo sentiti stringersi su di noi e quando non ci fu più altro, al mondo, tranne la mia voce, intuii che in realtà nulla stava accadendo di ciò che stava accadendo, né mai sarebbe accaduto. Per una ragione che doveva derivare dall’intensità assurda delle nostre sconfitte, niente di ciò che potevamo fare, noi due, quella sera, sarebbe rimasto nel libro mastro della vita. Nessun calcolo avrebbe tenuto conto di noi, nessuna somma sarebbe uscita diversa dal nostro fare, nessun debito sarebbe stato colmato, nessun credito si sarebbe spalancato. Eravamo nascosti in una piega del creato, invisibili alla sorte e dispensati da qualsiasi conseguenza.

Credo sia chiaro, dunque, che ho amato La Sposa giovane e che amo profondamente Baricco, fin dal primo giorno che l’ho scoperto. Era il lontano 2007, stavo tornando all’Università dopo un weekend fuori con le mie amiche e nel tragitto in treno Milano-Perugia (con tanto di cambio) divorai Seta. Da quel giorno so che, ogni volta che mi sento persa, basta prendere un suo romanzo tra le mani per ritrovare la strada di casa. E’ successo anche questa volta.

Non riusciamo a fissare niente, mi  creda. Quando ero giovane, cercando di spiegarmi il sordo dolore che mi stava appiccicato addosso, mi ero convinto che il problema stesse nella mia incapacità di trovare il mio cammino: ma vede, in realtà si cammina molto, e anche con coraggio, intuito, passione, e ciascuno per il proprio giusto cammino, senza errori. Ma non lasciamo tracce. Non so perché. Il nostro passo, non lascia tracce. Forse siamo animali astuti, veloci, cattivi, ma incapaci di segnare la terra. Non so. Ma, mi creda, non lasciamo tracce neanche in noi stessi. Così non c’è nulla che sopravvive alla nostra intenzione, e quel che costruiamo non è mai costruito.

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