#GDLI100LIBRI – “LA MORTE A VENEZIA” DI THOMAS MANN

Gli faceva paura l’estate in campagna, sol nella piccola casa con la fantesca che gli preparava il pranzo e col domestico che glielo serviva; gli faceva paura l’aspetto familiare delle vette e delle pareti montane che avrebbero di nuovo circondato la sua malcontenta lentezza. E dunque era necessaria un’interruzione, un periodo di vita nomade, scioperatezza, aria di paesi lontani e acquisizione di sangue nuovo, affinché l’estate diventasse sopportabile e proficua. Viaggiare dunque; vi acconsentiva.

Ho deciso di dedicare il mese di marzo di I 100 libri di Dorfles alla lettura di La morte a Venezia di Thomas Mann, un romanzo breve pubblicato nel 1912, considerato l’opera più significativa del suo autore. Lo sfondo del racconto è Venezia, dove il protagonista Gustav von Aschenbach, un famoso scrittore, decide di trascorrere un periodo di vacanza. L’uomo prende una suite al Grand Hotel des Bains al Lido di Venezia, dove viene abbagliato da un ragazzo molto bello, tanto quanto una statua greca. Il romanzo è il racconto dell’amore platonico e distruttivo che lo scrittore prova nei confronti di Tadzio – questo è il nome del ragazzo -, sentimento che fa crollare tutte le sue certezze.

Ed ecco la rivedeva, quella stupefacente riva d’approdo, quell’abbagliante composizione di edifici fantastici che la Serenissima presentava agli sguardi riverenti dei navigatori che si approssimavano: l’aerea magnificenza del Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, le colone sulla riva col Leone e col Santo, il pomposo aggetto del tempio fiabesco, il traforo della Porta dell’Orologio coi Mori, e mentre contemplava si disse che arrivare a Venezia dalla terraferma era come entrare in un palazzo dalla porta di servizio, e che solo per nave, dall’alto mare, come aveva fatto lui questa volta, bisognava giungere nella più inverosimile città del mondo.



LA MORTE A VENEZIA
di Thomas Mann

Casa editrice: Einaudi
Lunghezza: 98 pag.
Formato Kindle: € 7,99   
Copertina Flessibile: € 7,22

VOTAZIONE: **

 

 


Con meraviglia Aschenbach vide che il ragazzo era di una bellezza perfetta. Il suo viso, pallido e graziosamente chiuso, attorniato da ricci color del miele, col naso dritto, la bocca amabile, un’espressione di gentile e divina serietà, ricordava le sculture greche dei tempi più nobili, e accanto alla purissima perfezione della forma recava un fascino così unico e personale, che parve al riguardante di non aver mai veduto né in arte né in natura nulla di così felicemente riuscito.

Egli amava il mare per ragioni profonde: il bisogno di riposo dell’artista costretto a una dura fatica, che davanti all’esigente proteismo dei fenomeni cerca rifugio nel seno della semplicità, dell’immensità; la tendenza vietata, in netto contrasto con la sua missione e appunto per questo così irresistibile, all’inarticolato, l’incommensurabile, l’eterno, il nulla. Riposare nella perfezione è il sogno di chi s’affatica per giungere all’eccellenza; e il nulla non è una forma della perfezione?

Ho letto questo romanzo in pochissimo tempo, ma considerando che non conta neanche cento pagine direi che è abbastanza normale. Tuttavia nonostante la rapidità nella lettura, devo dire che La morte a Venezia non mi ha per niente convinta. Certamente riconosco la forza letterario di questo libro e i suoi riferimenti a tematiche di rilievo come la decadenza della società aristocratico-borghese, del conflitto tra arte e realtà materiale, della crisi dell’uomo moderno. Ma non credo faccia per me. Ho avuto difficoltà a portarne a termine la lettura e poi non mi ha lasciato nulla. E’ successo solo a me?

L’uomo al quale era destinata quel sorriso se lo portò via come un dono fatale. Era così commosso che dovette fuggire la luce della terrazza e del giardino, e a passi rapidi cercò rifugio nell’ombra del parco. E stranamene eruppe in rimostranze tenere e indignate: “Non devi sorridere così! Hai capito? Non bisogna sorridere così a nessuno!” Si gettò su una panza, fuori di sè, respirando il profumo notturno degli alberi. E riverso sulla spalliera, con le braccia penzoloni, abbattuto e scosso da brividi intermittenti, mormorò la formula eterna del desiderio… assurda in quel caso, inammissibile, infame, ridicola e tuttavia santa anche questa volta e degna di rispetto:
– Ti amo!

L’aria era calma e greve di odori, il sole dardeggiava attraverso la foschia che colorava il cielo di un grigio plumbeo. L’acqua batteva gorgogliando contro il legno e la pietra. Al grido del gondoliere, avviso e saluto insieme, per strano accordo giungeva risposta dai lontani meandri del labirinto. Piccoli giardini pensili riversavano sui muri scrostati grappoli di fiori bianchi e purpurei dal profumo di mandorla. Cornicioni di finestre moresche si specchiavano nei canali torbidi. La scalinata marmorea di una chiesa scendeva nell’acqua; un mendicante accovacciato sui gradini tendeva il cappello gridando la sua miseria e mostrando il bianco degli occhi come se fosse cieco; con gesti servili un antiquario dalla sua spelonca invitava il passante ad arrestarsi, nella speranza d’imbrogliarlo. Quest’era Venezia; beltà lusingatrice e ambigua – racconto di fate e insieme trappola per i forestieri, città nella cui atmosfera corrotta l’arte ebbe in passato un esuberante rigoglio, e i musici composero suadenti melodie che addormentano voluttuosamente. Sembrava all’avventuroso viandante che i suoi occhi bevessero quella sontuosità, che i suoi orecchi fossero accarezzati da quella musica; si ricordava anche che la città era ammalata e lo teneva nascosto per sete di guadagno, e con maggior frenesia spiava la gondola che gli ondeggiava davanti.


Vi ricordo che Il signore delle mosche di William Golding è la lettura di aprile.
Chi di voi partecipa?

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. alemarcotti ha detto:

    A me è sempre piaciuto😄

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  2. Chiara Nicolazzo ha detto:

    A me non ha convinto molto…

    Piace a 1 persona

  3. alemarcotti ha detto:

    Bellissimo questo libro💚

    Mi piace

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