“CAFFÈ AMARO” DI SIMONETTA AGNELLO HORNBY

Pietro posò uno sguardo indolente sulla ragazza: folti capelli castani, volto ovale, pelle olivastra, sopracciglia ben marcate, occhi scuri, naso dritto e labbra piene. E allora, come se quella avesse fatto una malìa anche a lui, come gli altri tre non riuscì più a staccarle gli occhi di dosso: tisa tisa, con l’abito di mussola bianco chiuso al collo, corpetto aderente e sottana dritta con una piega sul dietro, il respiro grosso, mostrava senza accorgersene il corpo – seni, glutei e cosce – come se fosse nuda, e nel contempo, più Pietro lo guardava, più il volto dai tratti regolari cresceva in profondità e bellezza. Erano gli occhi che parlavano, grandi e incassati, a mandorla, con una intensa luminosità. La ragazza taceva. Tutto era fermo. Poi lei alzò una mano a sfiorare in una carezza le teste dei tre, cominciando dai capelli ricciuti e finendo sul mento. A uno a uno, i ragazzi le diedero un bacio sulla guancia e rientrarono in casa mogi, il piccolo tra i grandi. Lei rimase in piedi, la fionda tra le mani, lo sguardo vellutato sui giovani, dolcissimo; Pietro ammirò ancora una volta il seno ansante, perfettamente modellato, la vita sottile e la schiena arcuata,.
La vecchia intanto si avvicinava a passi lenti. “Così si fa, brava!” si complimentò, con il vocione dei sordi.
“Grazie Maricchia”, rispose lei, e le carezzò il braccio.

Inizia così la storia di Maria raccontata in Caffè amaro di Simonetta Agnello Hornby. Pubblicato nel 2016, si tratta di un romanzo che mi era stato consigliato da qualcuno di voi circa un anno fa e che finalmente ho avuto occasione di leggere. Siamo in Sicilia, precisamente vicino Palermo, e il racconto copre un arco di tempo che va dall’inizio Novecento al Secondo Dopoguerra. La protagonista è Maria, una quindicenne figlia di una famiglia socialista dai mezzi limitati, la quale viene adocchiata e chiesta in sposa da Pietro Sala, erede di una ricca famiglia della zona. La ragazza decide di accettare la proposta di matrimonio dell’uomo, nonostante la forte differenza di età e di estrazione sociale, certa che con il tempo avrebbe imparato ad amarlo. L’unione sembra ben riuscita: la ragazza inizia a viaggiare grazie al marito, a scoprire il mondo e il proprio corpo, ad assaporare la libertà. Nascono due figli. Tuttavia, in occasione di un Capodanno a Tripoli, colonia italiana sotto la dittatura fascista, Maria si riscopre innamorata di Giosuè, un ragazzo preso in affido dalla sua famiglia quando erano bambini a causa dell’uccisione del padre del ragazzo, e con il quale è cresciuta senza mai accorgersi – forse semplicemente perché non ne ha avuto il tempo – della natura del sentimento che li legava. Inizia, da questo momento, una storia d’amore che attraversa gli anni più atroci del nostro Paese, tra fascismo e guerra, leggi razziali e bombardamenti.

“Dimenticarci è impossibile! Noi due, Maria, abbiamo un rapporto di anime! Le nostre sono aggrovigliate come una trizza ‘i fimmina!” Giosuè sembrava esasperato. “Meglio di fratelli, siamo! Più che fratelli! Capisci, Maria? Il nostro è un solo destino!” La guardava cupo. Poi continuò: “Siamo uniti dall’uccisione di mio padre, fosti tu a scuotermi, a farmi tornare la voglia di vivere, e di diventare uomo, degno di lui, a farmi realizzare i suoi desideri… Non lo dimentico… Trizza ‘i fimmina, siamo! Dovunque ci porti la vita!”.


CAFFE’ AMARO
di Simonetta Agnello Hornby

Casa editrice: Feltrinelli 
Lunghezza: 348 p.
Formato Kindle: € 6,99
Copertina Flessibile: € 15,30   
Audiobook Audible: € 0,00

VOTAZIONE: ****

 

 


Maria lo seguiva silenziosa. Aveva dimenticato tutto quel parlare di guerra e dei sui orrori e vedeva il Giosuè che fino ad allora aveva conosciuto – il ragazzo mingherlino che passava le ore a studiare – trasformato in un uomo forte, dalla virilità prorompente. Vedeva soltanto lui, nella luce accecante. Lo voleva. Voleva che lui fosse attratto da lei quanto lei era attratta da lui. Accelerò il passo, per essergli finalmente accanto. Voleva dirgli che lo amava, che voleva toccarlo ed essere toccata da lui. E che gli si offriva, lì, sulla sabbia, umida di sudore. Nella foga di raggiungerlo, Maria scivolò e soltanto allora si accorse che sulla cresta delle dune, sull’orizzonte vicino, rivolti verso di loro e immobili, erano appostati dei cavalieri biancovestiti, in groppa ai cammelli. Altri se ne aggiungevano e a poco a poco circondavano lei e Giosuè, come se fossero pronti a scendere su di loro per catturarli. Ebbe paura.
“Non ti preoccupare. E’ la scorta indigena,” le disse Giosuè, e le porse la mano per aiutarla a rialzarsi.
Bruciava, quella mano, e anche il palmo di lei era rovente.
Capirono.

Ho iniziato a leggere Caffè amaro una domenica in spiaggia e vi ho subito riposto tantissime speranze. Alcune, purtroppo, sono state deluse. Non dico che il romanzo non mi sia piaciuto, anzi. Eppure mi ha lasciato l’amaro in bocca. Ma andiamo per ordine.
Caffè amaro può essere definito tante cose. Innanzitutto come un romanzo di formazione, perché quello che fa il lettore è accompagnare Maria nella sua vita, vederla crescere. La storia di Maria, d’altronde, è molto coinvolgente. Sposata giovane per non essere un peso per la propria famiglia, cresce in una casa che fa propria, con accanto un uomo pieno di difetti ma che le regala la libertà, sobbarcata di responsabilità enormi e nei confronti di tutti. Ad un certo punto decide di riscattarsi e di amare per davvero. Maria è un personaggio frutto delle vicende familiari della scrittrice ma anche della sua grande fantasia. Una donna che ha sempre messo al primo posto i propri doveri, prima come figlia, poi come moglie, infine come madre. Un personaggio che il lettore vede cambiare, così come accade nella vita vera, gravata dagli eventi che tolgono il sorriso, e nel decidere di ritagliare, alla fine, qualcosa di bello per se.

Fu allora che, in fondo all’armadio del marito, scoprì un collage di fotografie montate con gusto e sapienza. Fotografie di donne.
Maria non l’aveva mai notato. Alcune erano cantanti, o donne famose, altre sconosciute, altre ancora invece erano signore di Palermo e di Girgenti che lei conosceva. Le fotografie erano tutte dello stesso formato. Scritta di traverso, nell’angolo in basso a destra, c’era una data; a volte anche una seconda. Le date erano progressive. Riconobbe una sua fotografia, scattata durante il viaggio di nozze. Nell’angolo c’era una sola data, quella del giorno dopo il matrimonio.
Erano le donne che Pietro aveva amato: la prima data era quella in cui le aveva possedute per la prima volta, la seconda indicava invece l’ultima. Lei era una di quelle. Una come tante. Sentì all’improvviso di non essere mai stata amata. Aveva la sensazione di essere fragile come carta. Fallita come donna, come moglie. Guardando quelle foto ripassava gli anni del suo matrimonio. Vedeva Pietro che la instradava al piacere, ma era come se fosse in una classe insieme ad altre, compagne e nemiche. Una di tante. E sola.

Ma Maria non è sola e proprio per questo il romanzo può essere definito anche una saga familiare. Tanti sono i personaggi che popolano le pagine di Caffè amaro e ognuno di loro viene raccontato a dovere. Se mi conoscete un po’ sapete che io adoro questo genere di romanzi, quelli in cui non ci si fossilizza solo sui protagonisti ma in cui viene dipinto un affresco di una determinata epoca e di un determinato luogo attraverso le storie e le vicende dei personaggi secondari. Questo è ciò che ha fatto Simonetta Agnello Hornby (e anche bene): regalare al proprio lettore uno spiraglio per immaginare altre storie. Altrettanto belle.

[…]”Dopo averci fatto patire per anni, finalmente ti sei deciso; che ti fece ‘sta carusa per farti innamorare?“.
Maria si sentiva a disagio, arrossiva a ogni frase e perfino alle taliate più benigne.
Nel frattempo, Sistina serviva il caffè. Porse la tazzina a Maria e subito dopo si girò verso la nuora: “Per te niente, fa male al picciriddu,” e passò a versarlo per Giuseppina: “Tre di zucchero, è vero? Così diventi proprio una vacca”. Sistina servì Pietro, offrendo lo zucchero anche a lui, poi il marito e il figlio. Maria, rassegnata, appoggiò le labbra sul bordo ondulato: il caffè era amarissimo. Fece finte di niente e lo bevve tutto, a piccoli sorsi, attenta a non sporcarsi.
Al momento di porgere i biscotti, Sistina si sovvenne di non avere offerto lo zucchero a Maria.
“Scusami, lo volevi?”
“Grazie, va bene così…”
Giuseppina Tummia le osservava. Sapeva che Maria amava le bevande zuccherate. Se lo meritava il caffè amaro, quella pupidda, per giunta senza dote, che aveva ammaliato Pietro togliendolo a sua figlia Carolina.

Infine, questo può essere definito anche un romanzo storico perché la storia di Maria si intreccia, inevitabilmente, con la Storia del proprio Paese. Ed ecco che la Agnello Hornby racconta la Sicilia di inizio Novecento, sconquassata dalla Prima Guerra Mondiale, poi dal Fascismo e dalle leggi razziali, infine dalla Seconda Guerra Mondiale e dai suoi bombardamenti. Il racconto degli eventi storici funge sì da sfondo del racconto, ma diventa anche occasione per raccontare vicende delle quali a volte noi tutti ci dimentichiamo. Raccontarle dall’interno poi, attraverso gli occhi e la pelle di chi c’era, ha una potenza ancora maggiore.

Maria si era svegliata presto. Si era fatta il caffè da sola; le spiaceva far scendere dal letto le persone di servizio soltanto per lei. Attraverso le stecche delle persiane filtrava la luce del primo sole, che indorava le colonne dei templi sparse nella valle come un presepe. In fondo, il mare brillava turchino come un sipario pronto a levarsi.
Con tutto quel mare era come vederlo, il tempo. Passava e sembrava non toccare la sostanza delle cose. Il paesaggio pareva restare lo stesso. La somma dei giorni si mescolava al lento moto delle acque. Quante volte si era sentita tutt’uno con quella inquieta apparente immobilità. Eppure, uno dopo l’altro gli eventi avevano toccato anche la sostanza delle cose, e il tempo aveva segnato Girgenti e l’Italia.
Bastava voltarsi indietro e la sequenza dell’accadere rivelava gli eventi in prospettiva, come volti in un’infilata di specchi. Era questo, come sentiva dire in giro, appartenere alla Storia, la Storia con la s maiuscola?

Come vi dicevo, ho amato Caffè amaro ma al tempo stesso mi ha fatto un po’ storcere il naso. Qualcuno lo ha definito “un romanzo ambizioso” e in qualche modo, oggi, mi trovo a condividere questo pensiero. La mia sensazione è stata quella di leggere una storia magistralmente costruita per ben tre quarti del romanzo. Ad un certo punto – precisamente da quando Maria scopre che il marito la considerava alla stregua delle sue amanti e decide di darsi la possibilità di amare davvero Giosuè – qualcosa è cambiato. Ho percepito, al tempo stesso, una specie di fretta nel raccontare e un’eccessivo sostare su alcuni passaggi. E’ stato forse un effetto voluto? Non lo so. Ma al di là di questa osservazione, devo riconoscere che si tratta di un romanzo frutto di tanta voglia di raccontare ma anche di tanta ricerca. Si percepisce il legame della scrittrice con Maria, con la Sicilia, con le vicende storiche che hanno cambiato la sorte di tante persone. In fondo la magia di romanzi come questo, nati dall’esigenza di raccontare una storia, è proprio questa: vivono di vita propria, ma penetrando nella nostra.

“Io sono felice, completamente felice,” disse piano Maria, “tanto che potrei morire.”
“Che dici?”
“Si può morire di felicità: è una scelta, se lo si vuole.”
Giosuè si chinò su di lei e le diede un bacio. “Ancora no.”

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