#GDLI100LIBRI – “IL GRANDE GATSBY” DI FRANCIS SCOTT FITZGERALD

Solo Gatsby, l’uomo che da il nome a questo libro, si sottraeva alla mia reazione – Gatsby, che rappresentava tutto ciò per cui provo un genuino disprezzo. Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora in lui c’era qualcosa di splendido, una sensibilità acuta per le promesse della vita, quasi fosse collegato a una di quelle macchine elaborate che registrano una scossa di terremoto a diecimila miglia di distanza. Questa reazione non aveva nulla a che fare con la fiacca impressionabilità resa più dignitosa dalla locuzione “temperamento creativo”: lui aveva il dono straordinario della speranza, una sollecitudine romantica come mai ho trovato in altri e molto probabilmente mai più troverò.

Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, pubblicato nel 1925, è il libro che ho scelto di leggere a settembre con il gruppo I 100 libri di Dorfles, dopo anni che desideravo leggero. Pubblicato nel 1922, ha come narratore Nick Carraway, il quale si è appena trasferito ad Est per lavorare in borsa. Prende in affitto una casa a Long Island e si ritrova come vicino un certo Jay Gatsby. Girano tante voci su quest’uomo: si dice che non si sa che mestiere faccia e da dove derivi la sua ricchezza, che non si sa da dove proviene, pare abbia frequentato l’Università di Oxford e che addirittura abbia ammazzato un uomo. Il racconto di Nick mette luce su questo eccentrico personaggio che si rivela presto un essere fragile, un uomo che viene dal nulla e che si è arricchito col contrabbando per realizzare il suo unico desiderio: riconquistare la donna di cui si era innamorato cinque anni prima ma che poi ha perso, proprio a causa della sue umili origini. La donna in questione è Daisy, cugina di Nick, il quale si ritroverà inevitabilmente coinvolto nel loro riavvicinamento, legandosi a Gatsby e raccontandone quel sogno d’amore su cui ha plasmato la sua vita.

Decisi di chiamarlo. Miss Baker aveva accennato a lui a cena, e come introduzione sarebbe bastata. Ma non lo feci, poiché di colpo lasciò intendere di essere pago della sua solitudine: allungò in modo curioso le braccia verso le acque scure e, malgrado la lontananza, avrei giurato che tremasse. Guardai involontariamente verso il mare, ma non riuscii a distinguere altri se non un’unica luce verde, minuta e lontana, che avrebbe potuto essere l’estremità di un pontile. Quando tornai a cercare Gatsby lui era svanito, e fui di nuovo solo nella tenebra senza quiete.


IL GRANDE GATSBY
di Francis Scott Fitzgerald

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza: 230 p.
Formato Kindle: € 3,99 
Copertina Flessibile: € 7,22
Audiobook Audible: € 0,00

VOTAZIONE: *****


Era passato chiaramente attraverso due stati e ora stava entrando nel terzo. Dopo l’imbarazzo e la gioia irragionevole, adesso era consumato dalla meraviglia per la presenza di Daisy. Si era nutrito di quell’idea a lungo, l’aveva sognata fino in fondo, attesa a denti stretti, per così dire, fino a un acme di intensità inconcepibile. Ora, per reazione, si stava scaricando come un orologio la cui carica fosse stata troppo forzata.

Devo dire che Il grande Gatsby mi ha molto colpita e che Gatsy sia uno dei personaggi più interessanti di cui io abbia letto ultimamente.
Gatsby è simbolo di quel sogno americano di cui tutti abbiamo sempre sentito parlare. L’America che racconta Fitzgerald, d’altronde, è quella degli anni Venti, luminosa e inarrestabile, dove ogni cosa sembra possibile. Poco importa come l’hai ottenuta. Gatsby è vittima di questa mentalità ma al tempo stesso ne è l’esempio più lampante. Se come James Gatz, figlio di contadini del Nord Dakota, non ha nessuna possibilità di successo, come Jay Gatsby, ricco uomo elegante e di successo, ha la strada spianata.

Mentre mi avvicinavo per congedarmi vidi che l’espressione di sconcerto era tornata sul volto di Gatsby, come se lo avesse colto l’ombra di un dubbio sulla sua felicità attuale. Quasi cinque anni! Persino quel pomeriggio dovevano esserci stati dei momenti in cui Daisy era ruzzolata ai piedi dei suoi sogni, non per colpa sua, ma per via della colossale vitalità dell’illusione di Gatsby. Era andata oltre Daisy, oltre ogni cosa. Gatsby vi si era buttato dentro con passione creativa e l’aveva alimentata in continuazione, ornandola con ogni piuma variopinta trovata sul suo cammino. Nessun fuoco e nessuna freschezza possono sfidare ciò che un uomo è capace di immagazzinare tra gli spettri del suo cuore.

Ma soprattutto l’ho amato perché Gasby è simbolo dell’uomo solo. Profondamente infelice, è un uomo fragile, insicuro e pieno di rimpianti, le cui azioni sono destinate ad un unico scopo: riconquistare Daisy. Se da ragazzo immaturo e povero non era degno della ragazza di cui si è innamorato perché non alla sua altezza, Gatsby vive nella speranza di riconquistarla dopo aver guadagnato una posizione. Le sue feste aperte a tutti, d’altronde, altro non sono che l’ultimo disperato tentativo: quello di rivederla e tornare con lei. Gatsby ha il dono della speranza e una grande fiducia nel futuro, ma questo non lo salverà dallo scontro con la realtà, perché incapace di accettare la perdita e di andare avanti. E’, dunque, proprio l’idealismo di Gatsby – quello che gli fa credere di poter riconquistare Daisy solo grazie al suo successo, ignorando il fatto che lei sia sposata e abbia una figlia (nonostante sì, la vita di lei sia di fatto infelice) – ne fanno  irrimediabilmente un uomo destinato all’infelicità. Ed è proprio per questo

“Sistemerò ogni cosa proprio com’era prima,” disse annuendo con determinazione. “Daisy vedrà.”
Parlò molto del passato, e io conclusi che volesse recuperare qualcosa, un’idea di sé forse, che aveva messo nel suo amore per Daisy. Da allora la sua vita era stata confusa e disordinata, ma se fosse riuscito a tornare al punto di partenza e a ripercorrere adagio tutto quanto, avrebbe scoperto cos’era che…

Il capolavoro di Fitzgerald è tale per molti motivi. Se tanto mi ha colpita questo particolare personaggio al quale mi sono affezionata come se lo conoscessi per davvero, altrettanto degno di nota ne è lo stile narrativo. Quel dire-non dire, quel raccontare per suggestioni e impressioni, quello stile cinematografico per il quale le scene vengono interrotte sul più bello e a parlare è uno sguardo, o un silenzio. Non ho letto altro di Fitzgerald, ma con Il grande Gatsby ho avuto un legame a pelle, impossibile da spiegare.

“Voglio sapere cosa deve dirmi Mr Gatsby.”
“Sua moglie non la ama,” disse Gatsby. “Non l’ha mai amata. Ama me.”
“Lei dev’essere pazzo!” esclamò Tom come un automa.
Gatsby balzò i piedi al colmo dell’agitazione.
“Non l’ha mai amata, mi ha sentito?” gridò. “L’ha sposata solo perché io ero povero e lei era stanca di aspettarmi. E’ stato un errore spaventoso, ma nel suo cuore non ha mai amato nessuno tranne me!”

Romanzo consigliatissimo, così come consigliata è la versione cinematografica con Leonardo DiCaprio,
L’avete visto? E avete letto questo romanzo?

Aveva allungato la mano disperatamente come a voler afferrare solo un refolo d’aria, salvare un frammento del posto che lei aveva reso bello per lui. Ma ora ogni cosa passava davanti ai suoi occhi sfocati tropo in fretta e lui sapeva di aver perduto quella parte, la più fresca e la migliore, per sempre.


Vi ricordo che il libro di maggio di I 100 libri di Dorfles sarà Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Màrquez. Partecipate alla lettura?

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