#GDLI100LIBRI – “CENT’ANNI DI SOLITUDINE” DI GABRIEL GARCIA MARQUEZ

Frequentavo il liceo la prima volta che ho sentito parlare – e letto qualcosina in lingua originale – di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Màrquez. Per anni mi sono ripromessa di leggerlo per intero. Ne sono passati poco più di dieci. Ma eccomi qui. Ho tenuto fede alla mia promessa e ne sono felice.

Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di fango e canne costruite sulla riva di un fiume dalle acque diafane che si precipitavano su un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente che molte cose erano senza nome, e per menzionarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, nel mese di marzo, una famiglia di zingari straccioni piantava la tenda vicino al villaggio, e con gran chiasso di fischietti e timbales veniva a far conoscere le nuove invenzioni.

Pubblicato nel 1967, Cent’anni di solitudine è il capolavoro indiscusso del Premio Nobel Gabriel Garcìa Màrquez, venuto a mancare solo pochi anni fa. Grande rappresentate del realismo magico, in questo romanzo Màrquez ci ha messo tutto: parte della sua vita familiare, la storia del suo paese, quegli eventi magici o soprannaturali probabilmente ispirati alle storie raccontate dalla nonna. Cent’anni di solitudine è sostanzialmente una saga familiare (genere che io adoro) in cui viene raccontata la storia della famiglia Buendìa attraverso ben sette generazioni. Le vicende familiari, dunque, si mescolano alla vita del paese in cui vivono, Macondo, e, in larga scala, agli eventi storici che hanno segnato la Colombia dell’epoca.

Erano cresciuti assieme nel vecchio villaggio che gli antenati di entrambi avevano trasformato grazie al lavoro e alle buone usanze in uno dei migliori della provincia. Anche se il loro matrimonio era prevedibile fin da quando erano venuti al mondo, nel momento in cui espressero la volontà di sposarsi i parenti cercarono di impedirglielo. Avevano il timore che quei sani rampolli di due razze incrociate nei secoli soffrissero la vergogna di generare qualche iguana. C’era stato un precedente tremendo.


CENT’ANNI DI SOLITUDINE
di Gabriel Garcìa Màrquez

Casa Editrice: Mondadori
Lunghezza: 378 p.    
Formato Kindle: € 7,99
Copertina Flessibile: € 11,90

VOTAZIONE: *****

 


[…] Ma l’india gli spiegò che la cosa più terribile del morbo dell’insonnia non era l’impossibilità di dormire, perché il corpo non sentiva affatto la stanchezza, ma la sua inesorabile evoluzione verso un sintomo più grave: l’oblio. Significava che quando il malato si abituava allo stato di veglia, incominciavano a cancellarsi dalla sua memoria i ricordi d’infanzia, poi il nome e la nozione delle cose, e per ultima l’identità delle persone e addirittura la coscienza del proprio essere, fino a sprofondare in una specie di idiozia senza passato.

Diversi sono gli elementi che mi hanno colpita di questo romanzo e il più evidente è quel confine labile tra realtà e fantasia che caratterizza tutta la narrazione. Non per altro Cent’anni di solitudine è il più celebre esempio di realismo magico di matrice sudamericana,movimento letterario a cui si ascrive il romanzo e che da la sensazione di essere finiti in un mondo magico, fatto di personaggi improbabili e di luoghi introvabili. Il realismo magico, d’altronde, consiste proprio nell’accostare elementi fantastici e magici ad un contesto reale e concreto. E’ su questa ambivalenza che Màrquez viaggia lungo tutta la narrazione, perché se da una parte vengono raccontati eventi storici, dall’altra vengono raccontate storie fantastiche, come l’ascensione al cielo di Remedios la bella, ispirata ad una storia che la nonna di Màrquez gli raccontava da bambino.

Nella lunga storia della famiglia, la tenace ripetizione dei nomi le aveva permesso di trarre conclusioni che le sembravano indiscutibili. Mentre gli Aureliani erano schivi, ma dalla mente lucida, i Josè Arcadio erano impulsivi e intraprendenti, ma segnati da un marchio tragico. Gli unici casi di classificazione impossibile erano quelli di Josè Arcadio Segundo e Aureliano Segundo. Erano stati così simili e birichini durante l’infanzia che nemmeno Santa Sofìa de la Piedad riusciva a distinguerli.

Ho già detto che Cent’anni di solitudine è una saga familiare, ma non ho specificato che ha una complessità di personaggi tale da rendere necessario un albero genealogico per comprendere di chi si sta leggendo. E fidatevi che non sto scherzando, né esagerando. Ecco perché trovare un bel albero genealogico nell’edizione che ho acquistato io (e che trovate sopra) mi ha reso le cose molto più semplici.  I personaggi, a partire dal capostipite Josè Arcadio Buendìa e sua moglie Ursula, sono veramente tanti e hanno poi sempre gli stessi nomi in modo da creare una confusione pazzesca, eppure allo stesso tempo ogni personaggio ha una complessità e una personalità propria che li rende unici, frutto di una evidente capacità di Màrquez di scavare dentro ognuno di loro.

Nella penombra della casa, la vedova solitaria che un tempo era stata la confidente dei suoi amori repressi, e la cui ostinazione gli aveva salvato la vita, era uno spettro del passato. Tutta vestita di nero e chiusa fino ai polsi, con il cuore ridotto in cenere, non sapeva quasi nulla della guerra. Il colonnello Aureliano Buendìa ebbe l’impressione che la fosforescenza delle ossa le trapassasse la pelle, e che si muovesse in un’atmosfera di fuochi fatui, in un’aria stagnante dove si percepiva ancora un recondito odore di polvere da sparo. Cominciò col consigliarle di moderare il rigore del lutto, di ventilare la casa, di perdonare al mondo la mote di Josè Arcadio. Ma Rebeca ormai era al riparo da qualsiasi vanità. Dopo averla cercata inutilmente nel sapore della terra, nelle lettere profumate di Pietro Crespi, nel letto tempestoso del marito, aveva trovato la pace in quella casa dove i ricordi si materializzavano grazie alla forza di una rievocazione implacabile, e passeggiavano come esseri umani nelle stanze sigillate.

Infine, quello che a primo acchito passa per essere un romanzo complicato, in realtà ha uno stile estremamente fluido e semplice, regalando così al lettore la sensazione di essere davanti a qualcuno che ti sta raccontando una storia di famiglia. Una storia di certo lunga, perché la narrazione è serrata e ricca di eventi, ma proprio per questo, per nulla noiosa.

Non c’era nessun mistero del cuore di un Buendìa che fosse impenetrabile per lei, perché un secolo di carte e di esperienza le aveva insegnato che la storia della famiglia era un ingranaggio di ripetizioni irreparabili, una ruota che girava e che avrebbe continuato a girare per l’eternità, se non fosse stato per il logorio progressivo e irrimediabile dell’asse.

Romanzo complesso e profondo in cui Màrquez racconta la solitudine dell’uomo e la sua relatività in un modo che va sempre avanti, inarrestabile. Se siete amanti delle belle storie improbabili che svelano il proprio significato solo alle ultime pagine,  Cent’anni di solitudine fa per voi.

Macondo era ormai uno spaventoso vortice di polvere e macerie centrifugate dalla collera dell’uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perdere tempo su fatti troppo noti, e cominciò a decifrare l’istante che stava vivendo, decifrandolo man mano che lo viveva, profetizzando se stesso nell’atto di decifrare l’ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio di parole. Allora fece un altro salto per anticipare i vaticini e scoprire la data e le circostante della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, poiché era previsto che la città degli specchi (o dei miraggi) sarebbe stata rasa al suolo dal vento ed esiliata dalla memoria degli uomini nell’istante stesso in cui Aureliano Babilonia avesse finito di decifrare le pergamene, e che tutto quanto vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.


La prossima lettura per il gruppo di lettura non è stata ancora scelta. Seguite il mio profilo ig per restare aggiornati!

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Pingback: Pagina non trovata
  2. lucio570 ha detto:

    Bella pagina! Se trovi il tempo di dare un’occhiata ai miei post scoprirai che “Cent’anni di solitudine” è il libro che amo di più, da oltre 40 anni. Nella mia pagina troverai alcune storie legate alla mia collezione di copie arrivate da tante tanti paesi del mondo e da tanti amici. Grazie.

    Mi piace

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