“LADY BIRD”

Di recente ho visto Lady Bird, uno dei candidati all’Oscar dello scorso anno, e ne sono rimasta molto colpita.  Si tratta di un film molto profondo, che inganna chi lo guarda con sufficienza, senza prendersi la briga di capirlo, di entrare dentro la storia. Perché quella che potrebbe sembrare la semplice storia di un’adolescente che non vede l’ora di diplomarsi per andarsene al college ed essere finalmente indipendente, in realtà è molto di più. La storia di Christine “Lady Bird” McPherson, scritta e raccontata dalla regia di Greta Gerwig, deve essere vista nel suo contesto, familiare e sociale. “Lady Bird” vive in una famiglia che si trova in una situazione economica difficile, in cui il padre ha perso il lavoro ( e per questo motivo soffre di depressione) e la madre fa i doppi turni per fare in modo che la famiglia resti a galla. Non ha un buon rapporto col fratello né con la di lui fidanzata, che li genitori hanno accolto in casa, né tanto meno con la madre. Frequenta una scuola privata cattolica di Sacramento nel tentativo di stare lontana dai pericoli della scuola pubblica e sogna di andare a New York, di frequentare il college, di trovare un lavoro che le permetta di rifarsi di tutto: delle tensioni familiari, della scuola cattolica, delle privazioni. Per tutto il film si percepisce, in Christine – ed è palpabile – una voglia matta di autodeterminazione, quella necessità di decidere per sé che hanno solo gli adolescenti, costretti a vivere su quella soglia sottile tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. E questa voglia passa, per forza, attraverso il denaro perché è quello che decide dove vivi, come ti vesti, che istruzioni hai , le possibilità che puoi aprirti: è il denaro, insomma, a determinare la tua identità e Lady Bird è vittima di questo binomio. Se ripenso alla me stessa diciottenne alla soglia del diploma, devo dire che mi sono rivista molto in lei, in quel bisogno fisico di andare via, di allontanarmi da chi mi conosceva troppo, di prendere il futuro tra le mani, di poter finalmente decidere da sola di me stessa. E sapete qual’è il bello? Che sia io che Christine – o forse un po’ tutti gli adolescenti, non so – ci siamo rese conto di una cosa solo una volta dopo essere via: la nostra identità non può prescindere dalle nostre radici. E non c’è niente di sbagliato in questo. Anzi.

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Chiara Nicolazzo ha detto:

    Beh la fortuna aiuta sempre! 😂

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  2. Chiara Nicolazzo ha detto:

    Fammi sapere se ti è piaciuto! 😉

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  3. giusymar ha detto:

    L’altro giorno un’amica mi raccontava del figlio diciottenne che di farà qualche mese a Londra per un corso.
    Lui non voleva andare e lei ora è pensierosa.
    Le ho raccontato la mia avventura senza soldi e senza lavoro.
    Tutto quello che poi ho fatto mi ha dato una carica pazzesca.
    L’ho ottenuto con le mie sole forze, tanta tenacia ed un obiettivo chiaro.
    Poi ci vuole anche una bella botta di c… fortuna 🥰

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  4. illettorecurioso ha detto:

    Ho visto che c’è su Infinity. Lo recupererò il Prima possibile!

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  5. Chiara Nicolazzo ha detto:

    Sono d’accordissimo con te! Tutti dovrebbero allontanarsi da casa, almeno una volta nella vita!

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  6. giusymar ha detto:

    Vero, vero. Bisogna andarsene, al meno per un po per capire chi siamo davvero.
    Cosa abbiamo bisogno.
    per e, al meno, è stato così.
    Sono stata fortunata. Ho fatto esperienze che mi hanno dato forza e determinazione.

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