“CHERNOBYL”

Quando ero bambina ogni estate, a Otranto, alcune famiglie del paese ospitavano dei bambini bielorussi. Per me, che ho sempre avuto la pelle olivastra e andando al mare diventavo un cioccolatino, quei bambini biondi e dalla pelle chiara erano una novità assoluta. Mia mamma mi spiegava che venivano mandati a Otranto per andare al mare e respirare aria buona, perché nel loro paese c’era stato un disastro ambientale che aveva fatto ammalare l’aria, la terra, gli animali e le persone. Fu così che iniziai a sentire parlare di Chernobyl e della sua centrale nucleare, ma anche di un mondo che potevo intravedere nei giorni di vento buono al di là del mare della mia Otranto, quando le montagne dell’Albania troneggiavano all’orizzonte, ricordandomi che oltre quella distesa di acqua, per me immensa, c’era qualcos’altro.
Ecco perché ho visto Chernobyl, miniserie tv statunitense e britannica, come fosse qualcosa che mi toccava direttamente, ma mi sono accorta, ben presto, di sapere veramente poco.

Scritta da Craig Mazin e prodotta da HBO, si tratta di un racconto in cinque episodi sul disastro di Černobyl’ che si verificò nell’Ucraina sovietica il 26 aprile 1986, focalizzandosi sulle ragioni dell’accaduto ma anche su tutti gli uomini e le donne che si sono sacrificati per salvare l’Europa. Non dev’essere stato facile raccontare in pochi episodi uno dei disastri ambientali peggiori dei nostri tempi, eppure ci sono riusciti e anche molto bene. Il punto di forza di questa miniserie è non solo il racconto preciso e puntuale che permettere di conoscere meglio cause e conseguenze del disastro di Černobyl’, ma anche il distacco crudo e angosciante con cui il racconto procede senza intoppi e la forza delle voci che lo compongono. Ogni storia ha una sua rilevanza e una sua forza ed è proprio la dimensione personale su cui si fonda il successo di Chernobyl.

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