“LA MONACA” DI SIMONETTA AGNELLO HORNBY

La strada era deserta. Lui era sul balcone dirimpetto. Si conoscevano poco: frequentavano gli stessi salotti, ma Giacomo aveva vent’anni e per molto tempo non aveva fatto caso a lei. Si erano innamorati guardandosi di sfuggita, poi dritto negli occhi, poi mostrando l’uno all’altra il frontespizio dei libri che leggevano e parlando a gesti. Giacomo le aveva mandato un biglietto e lei aveva risposto.

Ho scoperto Simonetta Agnello Hornby per caso, acquistando Caffè amaro fidandomi solo del titolo, per poi scoprire un’autrice veramente valida. Mi ha talmente colpita da aver deciso che leggerò tutti i suoi libri. E quindi eccoci qui. Questo è il suo quarto libro che leggo ed è diventato subito uno dei miei preferiti.

Credeva di averlo capito, l’amore: sentirsi tutt’uno e volere la felicità dell’amato, più della propria. E guardava il mare, tutto un luccichio di onde carezzate dai raggi radenti; poi il suo sguardo vagante cadde sui capelli biondi e sulla silhouette muscolosa dell’inglese, che, come lei, era rivolto al nascere del giorno.


LA MONACA
di Simonetta Agnello Hornby

CASA EDITRICE: Feltrinelli
LUNGHEZZA: 304 pagine
PUBBLICAZIONE: 1 lug 2013

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“La signora badessa, donna Maria Crocifissa, vostra zia, vi saluta e vi manda a dire che il Capitolo del monastero benedettino di San Giorgio Stilita ha votato all’unanimità per l’ammissione vostra”. A quel punto si fermò soddisfatta, poi passò alla parte più facile del messaggio: “Venite dunque a ringraziar le monache e a fissare il giorno dell’entratura.”

La monaca di Simonetta Agnello Hornby, pubblicato nel 2010 da Feltrinelli, è un romanzo a sfondo storico in cui si affronta il tema della monacazione coatta, pratica diffusissima nel passato, quando la donna non era libera di decidere della propria vita e doveva sottostare alle decisioni della famiglia. La protagonista del romanzo è Agata, una ragazza siciliana di buona famiglia ma non ricca, innamorata di un ragazzo la cui famiglia non la accetta. In seguito alla morte del padre, che lascia la famiglia con gravi difficoltà economiche, Agata è costretta a monacarsi dalla madre Gesuela, la quale rimasta vedova non sa come riuscire a racimolare una dota per figlia e pagare i debiti contratti. Il romanzo è, dunque, il racconto dell’esperienza di Agata all’interno del monastero di San Giorgio Stilita a Napoli, della sua voglia di  fuggire ad una vista claustrale che non le appartiene.

Al ritorno le monache si fermavano a salutare Agata. Erano per la maggior parte giovano e allegre. “Vuoi farti monaca? era di nuovo la domanda sulla bocca di ognuna, e al ripetuto “no” di Agata, a volte immediato, a volte veloce, a volte accompagnato dallo scuotere del capo, altre volte duro e secco, ridacchiavano e aggiungevano che avrebbe presto cambiato idea.

La monaca è un romanzo a sfondo storico ben scritto, in cui il contesto storico (siamo nella Sicilia e nella Napoli di metà 1800, alle porte dell’unificazione del Regno d’Italia) è molto forte, fondamentale in alcuni passaggi e ben narrato. Lo sapete, resto sempre affascinata da questo tipo di narrazione che permette di scoprire un mondo che ormai che non ci appartiene e Simonetta Agnello Hornby in questo è una maestra perché racconta in modo semplice, senza alcuna pretesa. Quasi tutti i suoi romanzi che ho letto fino ad ora si basano su questa componente e personalmente trovo molto coinvolgente – venendo dal Sud – che l’autrice si focalizzi sempre nel raccontare la storia del Sud di questo paese.

All’improvviso, capì. Come le formiche, dalla morte del padre la madre l’aveva spinta verso la vita claustrale, senza mai un discorso diretto ma rendendole sgradevole la vita domestica, isolandola da sorelle e parenti, piantando in lei i germogli della paura del futuro e della povertà, privandola dei piaceri della musica e del canto e rendendole impossibile l’amore con Giacomo – come quel folle zigzag delle formiche. L’aveva oppressa con predizioni di imminente catastrofe finanziaria; l’aveva isolata dalla famiglia per renderle più accetta la via del chiostro.

Ma questo è anche un romanzo su una pratica all’epoca molto diffusa, ossia quella della monacazione coatta. In passato, infatti, era la prassi monacare almeno una figlia, per diverse ragioni. Come rispetto verso la religione, come scelta sicura – la monacazione garantiva alla ragazza una vita dignitosa, dove un tetto sopra la testa e un pasto caldo le erano sempre garantiti -, come mezzo per evitare di pagare una dote qualora la famiglia non potesse permetterselo. La sfortuna di Agata è quella di innamorarsi di un ragazzo la cui famiglia non la accetta perché non all’altezza (ovviamente, in termini economici) e di subire la morte del padre prima che le venisse trovato un marito. La madre, di fronte agli evidenti problemi economici in cui l’ha lasciata la morte del marito e la noncuranza della famiglia che non fa nulla per aiutarla lei e le tre figlie che le restano da accasare, vede nella monacazione di Agata l’unica via di uscita. La ragazza, dunque, è priva di scelta, vittima della madre, delle sue fredde scelte e del suo pessimo carattere. Fa una grande tenerezza, leggere la sua storia e il pensiero va a tutte quelle ragazze che, come lei, sono state private di vivere la vita che desideravano.

“Ce ne sono, qui, di monache come te, che avrebbero preferito maritarsi con l’amato, ma non fu possibile,” disse la badessa. Poi alzò la voce: “Gesù Cristo non merita di essere la seconda scelta.”

Ma La monaca è, secondo me, anche un romanzo di formazione. L’autrice ci racconta la vita di Agata, la sua crescita nel mondo, nel chiostro e nella fede. La sua esperienza è sicuramente particolare e la sua conoscenza del mondo è parziale, ma ci regala uno spaccato di vita degno di essere raccontato. È interessante leggere del suo rapporto con la madre, del rifiuto alla monacazione per poi arrendersi di fronte all’evidenza di non avere via d’uscita, del rifiuto di sposare un’anziano uomo che non ama, del desiderio di trovare prima o poi la vocazione perché la clausura in qualche modo e per un certo periodo le è di conforto, della voglia di scoprire il mondo e del desiderio di fare le esperienze di cui legge nei romanzi che le spedisce James.

Era proprio sull’amore che Agata si tormentava. Lei amava Dio. Ma voleva anche l’amore di un uomo da cui avere figli, un amore fatto di baci, carezze, brividi che culminava nell’unione di due corpi. E più si avvicinava il momento della professione semplice, più la straziata dire addio alla speranza dell’amore che porta alla maternità.

La monaca è uno di quei romanzi che vi consiglio di leggere. Fluido e coinvolgente, racconta di certo una storia triste che lascia ampio spazio all’immaginazione del lettore, perché ad Agata, alla fine, si finisce col volere veramente bene.

Di giorno Agata era la futura novizia, pronta al momento solenne in cui si sarebbe promessa sposa a Gesù, e di notte era la lettrice clandestina di ciò che era vietato dal re e messo all’indice dalla Chiesa; la mattina si svegliava con il sapore di sogni proibiti. S’era fissata su James Garson e sui libri che lui le mandava.

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