“LEZIONI AMERICANE” DI ITALO CALVINO

La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici. Vorrei dunque dedicare queste mie conferenze ad alcuni valori o qualità o specialità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore, creando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio.

Il mio approccio con Lezioni americane di Italo Calvino è stato consapevole ed emozionante, perché da anni desideravo leggere questo libro e finalmente ci sono riuscita. Pubblicato postumo nel 1988, questo lavoro raccoglie le lezioni scritte da Calvino nel 1985 in vista di un ciclo di sei lezioni che avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’ambito delle prestigiose “Poetry Lectures”. Purtroppo le lezioni non si tennero mai perché lo scrittore morì nel settembre dello stesso anno, ma sono ugualmente arrivate a noi grazie a questa pubblicazione postuma. L’obiettivo di Calvino era raccontare, tramite queste lezioni, i sei pilastri della letteratura che secondo lui sono fondamentali e, in quanto tali, dovevano essere portati nel nuovo millennio. Siamo appunto nel 1985 e quello che lo scrittore si chiede è cosa della letteratura del Novecento potrà essere portato nel Ventunesimo secolo, tenendo ovviamente conto di come il mondo e la società siano inevitabilmente cambiati. Calvino lo fa scrivendo appunto sei lezioni, ad ognuna delle quali è dedicato un capitolo di Lezioni americane.


LEZIONI AMERICANE
di Italo Calvino

CASA EDITRICE: Mondadori
LUNGHEZZA: 197 pag.
PUBBLICAZIONE: 28 giu 2016

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Il primo capitolo è dedicato alla leggerezza, concetto che appare semplice ma che non è per nulla scontato. Per Calvino portare la virtù della leggerezza nel nuovo millennio significa portare un modo di reagire alla pesantezza di un mondo sempre più opaco e difficile da raccontare. Di conseguenza, il suo obiettivo è quello di raccontare con leggerezza, non solo a livello di raffigurazione del mondo e delle figure umane, ma anche a livello di struttura stessa del racconto e di linguaggio.

La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: “Bisogna essere leggeri come l’uccello, e non come la piuma.”

Il secondo capitolo è dedicato alla rapidità, concetto che riguarda sia ritmo del racconto che le intuizioni su cui si basa il racconto stesso. In qualche modo, dunque, Calvino vuole fare luce su due significati insiti in questo concetto e strettamente collegati tra di loro. Il primo ha appunto a che fare con il ritmo del racconto, ossia con la manipolazione del tempo nel racconto e con la capacità dello scrittore saperlo gestire al meglio, in modo da mantenere sempre alta l’attenzione del lettore. Il secondo ha invece a che fare con le intuizioni fulminee che vive lo scrittore e che gli permettono di raccontare il mondo collegando spazi e tempi, non dopo ovviamente essersi dato il tempo per far sedimentare queste intuizioni, spogliandole di ogni impazienza.

Il lavoro dello scrittore deve tener conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il temo di Vulcano, un messaggio d’immediatezza ottenuto a forza d’aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti; ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera.

Il terzo capitolo è dedicato all’esattezza, intesa come precisione di linguaggio. In particolare Calvino ritiene che l’opera letteraria permetta di rappresentare e cristallizzare il mondo, sempre più inconsistente, in una forma che gli dia un senso e che questo sia possibile la ricerca del giusto linguaggio e della giusta forma che permettono di avvicinarsi alle cose e alle sensazioni, per poi rappresentarle in una maniera esatta. Secondo l’autore, infatti, solo l’opera letteraria riesce a cristallizzare il mondo, a donargli una forma nonostante sia un essere vivo che non ha un senso fisso e definitivo. Fondamentale, in questo senso, è la ricerca della parola esatta per esprimere un concetto astratto, rendendolo così tangibile e reale.

Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e attenzione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole.

Il quarto capitolo è dedicato alla visibilità, che qui ha molto a che fare con la fantasia e l’immaginazione. Secondo Calvino la fantasia permette allo scrittore di avere un mondo ricco di potenzialità da raccontare e il valore della visibilità gli permette di riuscire a mettere a fuoco delle visioni fantastiche per poi trasformarle in parole. Dunque, se le immagini della fantasia che arrivano allo scrittore sono fuori dal suo controllo, la virtù della visibilità gli permette di mettere a fuoco queste visioni fantastiche e tramutarle in racconto. Questo, secondo l’autore, è uno dei più importanti valori da portare nel Ventunesimo secolo, perché di fronte ad un mondo sempre più bombardato da immagini prefabbricate è importante salvaguardare la fantasia dello scrittore e il suo potere di renderla parola.

Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su pagina bianca, di pensare per immagini.

Il penultimo capito lo è dedicato alla molteplicità, restituendo alla letteratura il compito di rappresentare la molteplicità dell’universo. Il romanzo contemporaneo, dunque, secondo Calvino, deve tornare ad essere un metodo di conoscenza del mondo, nel senso che deve permettere di creare una rete di connessione tra i fatti, le persone e le cose del mondo.

In questa conferenza credo che i riferimenti alle letterature del passato possano essere ridotti al minimo, a quanto basta per dimostrare come nella nostra epoca la letteratura sia venuta facendosi carico di questa antica ambizione di rappresentare la molteplicità delle relazioni, in atto e potenziali.

L’ultima conferenza è l’unica rimasta incompiuta ed è dedicata alla consistency, tradotta come coerenza nell’dizione che io ho letto. Questo valore ha a che fare con l’inizio e la fine di un romanzo, o meglio con tutto quello che gli sta attorno. Questo perché si ha la sensazione che tutto sia già stato raccontato eppure molto c’è ancora da dire, e ogni volta che uno scrittore si appresta a raccontare si distacca da tutte le infinite potenzialità che ha di fronte e da queste ne estrae solo una, per la quale sceglie un linguaggio e una forma che meglio la rappresentano. In qualche modo si stabilisce una relazione tra lo scrittore e il mondo che vuole raccontare, che diventa comunque rappresentativo di tutto quello che c’è prima, dopo e tutto attorno a quell’opera letteraria.

L’opera letteraria è una di queste minime porzioni in cui l’universo di cristallizza in una forma, in cui acquista un senso, non fisso, non definitivo, non irrigidito in un’immobilità mortale, ma vivente come un organismo.

Devo dire che leggendo Lezioni americane ho imparato veramente tanto. Mi è sembrato un po’ di tornare indietro nel tempo e studiare, con la differenza che oggi mi rendo conto di avere degli strumenti in più per comprendere e fare mie le parole di Calvino. Di certo non è una lettura semplice, ma vi assicuro che arricchisce tantissimo.


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