“IL GRANDE MARE DEI SARGASSI” DI JEAN RHYS

Quando vengono i guai serrate le file, si suol dire, e i bianchi lo facevano. Ma noi non eravamo tra le loro file.

Devo ammettere che non conoscevo questo romanzo e tanto meno Jean Rhys. Poi, ascoltando una puntata del podcast Morgana di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, ho sentito parlare di questo libro, che è balzato immediatamente nella lista dei libri da leggere e dopo qualche mese, eccolo tra le mie mani.

Quando eravamo poveri, la gente di colore non ci odiava tanto. Eravamo bianchi ma non ce l’eravamo cavata, e ben presto saremmo morti perché non avevamo più denari. Che cosa c’era da odiare?
Ora tutto era ricominciato e peggio di prima, mia madre lo sa ma non riesce a convincerlo. Magari potessi dirgli che qui le cose non sono come credono gli inglesi. Magari potessi…

 


IL GRANDE MARE DEI SARGASSI
di Jean Rhys

CASA EDITRICE: Adephi
LUNGHEZZA: 171 p.
PUBBLICAZIONE: apr 2013

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La ragazza disse: – Guarda ragazza matta, tu matta come tua madre. Tua zia spaventata di averti in casa. Manda te dalle monache per farti rinchiudere. Tua madre cammina senza scarpe e senza calze ai piedi, lei sans culottes. Lei cerca di ammazzare marito e cerca di ammazzare anche te quel giorno che tu vai a vederla. Lei ha occhi come zombie e tu anche hai occhi come zombie.

Pubblicato nel 1966 Il grande mare dei sargassi di Jean Rhys, è considerato il capolavoro di questa autrice britannica di origini caraibiche, purtroppo dimenticata negli ultimi anni. Questo romanzo può essere considerato il prequel di Jane Eyre di Charlotte Brontë, in quanto racconta la storia di Bertha Mason, nata Antoinette Cosway, prima moglie pazza di Mr Rochester. Jean Rhys, probabilmente affascinata da questo personaggio a suo modo fondamentale per la narrazione ma a cui viene dato poco spazio, si lancia nell’immaginare la sua storia e nel cercare di capire – e quindi raccontare – le ragioni della sua infermità mentale. In particolare il romanzo è ambientato nella Giamaica post coloniale, dove Antoinette nasce e cresce come creola, ossia una bianca di origini caraibiche, condizione questa che le darà sempre un senso di estraneità nei confronti di entrambi i mondi. Il racconto parte dunque dalla sua infanzia difficile, caratterizzata dalla povertà e dalla pazzia della madre, passando per la giovinezza trascorsa in convento, fino all’infelice matrimonio concordato dal fratellastro Richard Mason con l’inglese Mr Rochester. Un matrimonio infelice, che diventa presto causa del peggioramento della sua salute mentale, già fragile e compromessa.

Era tutto fulgido di colori, tutto stranissimo, ma per me non significava nulla. E non significava nulla nemmeno lei, la ragazza che stavo per sposare. Quando finalmente la conobbi le feci un inchino, sorrisi, le baciai la mano, ballai con lei. Recitai la parte che mi toccava. Lei era quanto di più lontano da me potesse esistere. Ogni movimento che facevo era uno sforzo di volontà e a volte mi stupivo che nessuno se ne accorgesse. Ascoltavo la mia voce e me ne stupivo, calma, precisa ma inespressiva, questo è certo. Ma devo aver recitato in modo impeccabile. Se c’è stata un’espressione dubbiosa o incuriosita, l’ho vista forse sul viso di qualche negro, mai dei bianchi.

L’errore più grande che si può fare leggendo questo romanzo è pensare di trovare qualcosa di simile a Jane Eyre . E invece Il grande mare dei sargassi è decisamente e totalmente diverso. Diverso è il contesto geografico, diversi sono i toni, diverso è il contesto sociale. Diverso è anche l’intento con cui questo romanzo è stato scritto. Un romanzo che può essere considerato un prequel ma che è anche indipendente dal capolavoro di Charlotte Brontë. Quello che è certo è che si tratta di un esperimento letterario di grande importanza, perché crea innegabilmente un rapporto ipertestuale con un’altra opera, con la quale comunica costantemente, dando per scontato che i lettori abbiano alcune informazioni e aggiungendone di nuove.

– Che cosa ti aiuterebbe? – Non rispondeva mai a questa domanda; poi una notte sussurrò: – Se potessi morire! Adesso, mentre sono felice. Lo faresti? Non dovresti uccidermi. Dimmi di morire e io morirò. Non mi credi? Allora prova, prova, dimmi muori e guardami morire.
– Muori allora! Muori! – La guardai morire molte volte. Nel mio modo, non nel suo.

I temi trattati in questo romanzo, poi, sono tantissimi e tutti collegati tra di loro. Si parla di identità e malattie mentali, di razzismo ed emarginazione, di pregiudizi e schiavitù, di un mondo patriarcale e del destino già scritto delle donne, del dramma esistenziale dei creoli che non si sentono accettati né dal mondo caraibico né da quello europeo e anche dell’approccio degli europei con le Indie Orientali, un luogo così affascinante ma profondamente diverso – e  per questo a tratti spaventoso – dall’Europa. E si parla anche di duplicità e polisemia, due concetti che aleggiano in tutto il romanzo e che sono applicabili non solo all’intera storia, ma anche ai vari personaggi.
Fondamentale è il tema dell’identità di Antoinette, che è da sempre un burattino nelle mani di qualcun altro. La donna non solo non è padrona della propria vita e subisce le scelte degli altri (il secondo matrimonio della madre, il convento e il matrimonio combinato con un uomo che non conosce e che non la ama) ma ad un certo punto le viene anche negata la sua identità. Il marito, scoperto il destino della madre e le maldicenze sulla famiglia, inizia a guardarla con occhi diversi e a scorgere (o forse sarebbe meglio dire, a cercare) in lei i segni di una pazzia forse in parte genetica e in parte scatenata dalle circostanze della vita, e in virtù di questo le cambia nome. Inizia a chiamarla Bertha, come la madre, e più si va avanti con la lettura più Antoinette verrà annientata, sepolta in un passato troppo lontano e in una confusione mentale in cui il tempo sembra essere circolare. Antoinette, dunque, viene raccontata come vittima di una società patriarcale in cui tutto le è negato, persino la sua identità.

– Non ridere in quel modo, Bertha.
– Non mi chiamo Bertha, perché mi chiami Bertha?
– Perché è un nome che mi piace in modo particolare. Tu per me sei Bertha.

Un altro elemento che mi ha molto colpita di questo romanzo – che poi è il motivo principale che mi ha spinta a leggere Il grande mare dei sargassi – è la convinzione (evidentemente condivisa anche da Jean Rhys) che la stessa storia, se raccontata da una prospettiva diversa, può avere significati nuovi e inaspettati. Se in Jane Eyre Antoinette viene descritta come la moglie pazza, violenta e malvagia che impedisce a Mr Rochester di rifarsi una vita, qui conosciamo una donna che diventa quello che è perché in primis è lei stessa ad essere vittima delle circostanze. Trovo straordinario il fatto di aver avuto, grazie a questa autrice, la possibilità di approfondire una storia, capire meglio cosa si nasconde dietro alla “madwoman in the attic” (la pazza donna del sottotetto) di Charlotte Brontë, perché l’altro lato della medaglia esiste sempre e spesso è più ingombrate di quanto si possa pensare.

– Antoinetta – anch’io so essere gentile. Nascondi il viso. Nasconditi, ma nelle mie braccia. Vedrai presto come sono gentile. Mia povera folle. Mia pazza fanciulla.

Di certo Il grande mare dei sargassi non è un libro semplice da leggere, sia perché il confronto con Jane Eyre di Charlotte Brontë è sempre pericolosamente dietro l’angolo, ma soprattutto per il suo tono cupo, i dialoghi brevi e schietti, l’atmosfera così malinconica e dai contorni sfumati, come se nulla in questo romanzo abbia un contorno definito. Né i paesaggi, né le circostanze e tantomeno i personaggi, tutti così ambivalenti, ognuno con le proprie idee e la propria visione delle cose.

…Se ero destinato all’inferno, che sia l’inferno. Basta coi falsi paradisi. Basta con la maledetta magia. Tu mi odi e io ti odio. Vedremo chi sa odiare meglio. Ma prima – prima voglio distruggere il tuo odio. Il mio odio è più freddo, più forte, e tu non avrai più nessun odio che ti scaldi. Tu non avrai più nulla.
E lo feci. Vidi l’odio scomparire dai suoi occhi. Lo costrinsi a scomparire. E con l’odio scomparve la sua bellezza. Lei non fu più che un fantasma. Un fantasma nella luce grigia del giorno. Non rimase che la disperazione. Dimmi muori e morirò.

Ho letto Il grande mare dei sargassi di Jean Rhys in pochissimi giorni. D’altronde è un romanzo breve. Ma soprattutto è un romanzo intenso, che cerca di dare delle risposte. Una lettura coraggiosa per tutti quei lettori, curiosi, che non smettono mai di farsi delle domande.

Odiavo le montagne e le colline, i fiumi e la pioggia. Odiavo i suoi tramonti qualunque colore avessero, odiavo la sua bellezza e la sua magia e il segreto che non avrei mai conosciuto. Odiavo la sua indifferenza e la crudeltà che faceva parte del suo incanto. Soprattutto odiavo lei. Perché lei apparteneva a quella magia e a quell’incanto.

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