“Il Dottor Zivago” di Borìs Pasternàk – Un grande classico della letteratura russa

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“Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita.”

La mia relazione con questo romanzo è stata alquanto travagliata. Molto simile, direi, a quella con Il gattopardo. Sono, infatti, stati acquistati entrambi nella stessa occasione e hanno vegetato entrambi sulla mensola della mia cameretta per lo stesso periodo. E anche la loro lettura non è stata, purtroppo, molto facile. Per arrivare alla fine de Il Dottor Zivago ho, infatti, dovuto fare una pausa con Cinquanta sfumature di grigio, cosa che generalmente non amo fare. Preferisco rimanere immersa in una storia (e in una vita) dall’inizio alla fine, senza interruzioni. Invece in questo periodo sto apprezzando l’idea di “prendermi una pausa” da una storia che non mi prende tanto troppo lontana da me.

“Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto.”

Il Dottor Zivago è un romanzo scritto dal russo Boris Pasternak, pubblicato in anteprima mondiale nel 1957 in Italia dalla Feltrinelli, grazie al suo fondatore Giangiacomo Feltrinelli che desiderò fortemente questo romanzo rifiutato dalla censura russa e che costò al suo autore un forte isolamento intellettuale, in quanto raccontava lati “oscuri” della Rivoluzione d’ottobre. Il risultato fu che il romanzo venne sottratto e divenne presto il simbolo (nonché testimonianza) della realtà sovietica, sia per i fatti in esso narrati che per il modo in cui l’autore è stato trattato e isolato. Grazie a questo romanzo Boris Pasternak vinse  nel 1958 il Premio Nobel per la Letteratura. Ma anche in questo caso, i Servizi Segreti Sovietici fecero in modo di ottenere un rifiuto del premio da parte dell’autore, il quale rischiava di essere espulso dal suo paese. Pensate che Il Dottor Zivago fu pubblicato in Russia solo nel 1988 (ben 31 anni dopo) e sono nel 1989 il figlio dell’autore ritirerà il premio Nobel assegnato al padre.

“Il loro era un grande amore. Ma tutti amano senza accorgersi della straordinarietà del loro sentimento. Per loro, invece, e in questo erano una rarità, gli istanti in cui, come un’alito d’eternità, nella loro condannata esistenza umana sopravveniva il fremito della passione, costituivano momenti di rivelazione e di un nuovo approfondimento di se stessi e della vita.”

Il romanzo racconta la vita del dottor Zivago, un medico con la passione per la scrittura, il quale, durante la Rivoluzione, viene chiamato sul fronte per prestare servizio medico. Una volta tornato a Mosca si rende conto della difficile situazione creatasi in città e decide di fuggire con la moglie, il figlio e il suocero in un paesino di montagna sui Monti Urali. Da qui nascono una serie di eventi che mandano avanti la narrazione: la relazione amorosa con Lara, la sua amante, il rapimento di Zivago da parte dei partigiani rossi, la guerra, la separazione dei famigliari, la scrittura, fino alla morte.

Vivere significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci.

Parlare, da parte mia, della grandezza e dell’importanza di questo romanzo, mi sembra scontato.
Si tratta sicuramente di un romanzo a modo suo storico, perché la Storia (quella vera) si mischia alla vicenda personale di uomo provato dalla guerra, che di essa diventa ostaggio. Da una parte, quindi,  c’è la denuncia delle atrocità commesse in qualsiasi evento bellico e dall’altra c’è Zivago, un uomo colto, che ama la sua famiglia ma che a tratti si sente in dovere di comportarsi in un certo modo, un uomo indipendente che si lascia trasportare dai sentimenti, anche quando non dovrebbe, un uomo che ama la sua terra nonostante tutto. I protagonisti, forse qui, allora, sono due: Zivago e la Russia.
Ma devo ammettere che non è stato facile per me leggere questo romanzo. Il ritmo della narrazione è molto lento e gli intrecci dei vari personaggi sono a volte troppo difficili da capire. Per questo motivo ho apprezzato molto che all’inizio fosse presente un elenco di tutti i personaggi che si incontreranno nel corso del romanzo, con affianco specificato il loro ruolo e la loro relazione con Zivago. Questo, devo ammettere, mi ha aiutata molto. Ma nonostante questo, certe volte mi sembrava di perdermi tra i boschi incantati descritti alla perfezione (tanto da sentire l’odore della terra umida) e i discorsi di Zivago e di non capirci nulla. Mi rendo conto che forse, questo, è un tratto comune a tanti “classici”, romanzi scritti in un’altra epoca, a noi troppo lontana, frutto di problematiche che noi non possiamo neanche immaginare.

Eppure, nonostante le difficoltà, con questo romanzo mi sembra di aver aggiunto un tassello mancante. Come se da qualche parte, dentro di me, ci fosse proprio un posto vuoto per Zivago e la sua incredibile storia.